L’Oceano, Peter Pan e il cavalluccio marino

Per un certo periodo della mia infanzia ho sognato quasi ogni notte di saper volare. Come Peter Pan. Erano sogni così realistici che pur essendo consapevole del fatto che fossero solo illusioni oniriche, potevo descrivere la sensazione fisica che mi dava fluttuare nell’aria. Non ricordo che età avessi, ma con questi sogni si è reso chiaro che tanto a posto non fossi e, tanto per iniziare col piede giusto, si è così inaugurata la mia educazione sentimentale, per dirla alla Flaubert. Con la ricerca di Peter Pan.

peter-pan

Mi sono chiesta tante volte quale fosse stata l’esperienza reale a partire dalla quale la mia mente -già allora evidentemente bacata- avesse mutuato la sensazione del volo.

Da allora sono passati molti anni e se non avessi iniziato a guardare con interesse a questa parte del mondo per darmela agambelevate probabilmente non avrei trovato una risposta. Ma il caso ha voluto che durante la mia prima volta ai Caraibi -spinta da Cosone che era già in fissa persa- ho provato il diving e mi è stato tutto chiaro: io avevo volato per davvero. A dieci anni. La prima -e unica fino a quattro anni fa- volta in cui mi ero immersa sott’acqua.

Racconto tutto questo perché dopo essermi presa il primo livello di brevetto in Messico, mi sono trasferita sull’Isolachenonce (mecca internazionale del diving) e per tre anni, per ragioni che vi dirò un’altra volta (ma che sono sempre correlate alla mia proverbiale stabilità mentale), non ho più voluto immergermi. Fino ad oggi. E confesso, credo proprio di aver fatto una grandissima cazzata.

Lo affermo con cognizione di causa perché finalmente, grazie all’assertività di ferro di una belga impazzita -non volermene Cosone ma è stato merito suo-, sono tornata in acqua. Ed è stato come se, improvvisamente, tutte le tessere di un puzzle che finora mi era sembrato incomponibile, si mettessero a posto. Tornavo a “volare” come nei miei sogni d’infanzia. Ci tornavo proprio qui, in quest’isola che per la sua lontananza da tutto, avevo soprannominato -ben prima di pensare al blog- Isolachenonce. Insieme a Cosone. Che di Peter Pan non avrà il cappello, ma la sindrome, quella un po’ si. Va detto.

peterewendy_isolachenonce
ph. credits: Cosone

Ma anche senza tutte queste considerazioni di psicologia spiccia in salsa Walt Disney, immergersi è proprio una di quelle esperienze che consiglierei di fare a chiunque. Perché un conto è vederla su Discovery una testuggine. Altro è nuotarci accanto. Osservarla lontano quanto basta per vederla brucare con l’indolenza di una vacca al pascolo. Constatare quanto rapida e aggraziata sia quando decide di cambiare strada.

cavalluccio
ph credits: Cosone

Per la cronaca, oggi di tartarughe neanche l’ombra, ma l’oceano mi ha comunque dato un signor benvenuto con una grossa razza che nuotandomi a qualche metro sopra la testa mi ha regalato lo spettacolo della sua silhouette fluida nell’acqua illuminata dal sole. E con un cavalluccio marino giallo, che vive in un preciso punto dei fondali dell’Isolachenonce, e che Cosone “mi ha presentato”.

Tutto questo per dire che è da un po’ che penso di pubblicare un blog che racconti il mio travagliato rapporto con l’Isolachenoncè e con l’agambelevatismo, filosofia che ho sposato snaturando la mia essenza nevrotica e stanziale, e che mi convince a tratti. Ma tutte le volte che ho pensato di farlo, mi veniva in mente lamiacapapreferitadituttiitempi (i capi maschi fanno parte di un’altra classifica!) che mentre organizzava il suo matrimonio -tra il serio e il faceto- mi diceva che doveva essere tutto perfetto non solo perché di matrimonio -auspicabilmente- c’è n’è uno solo, ma perché ne andava della propria credibilità professionale. E no, non facevamo le wedding planners, ma lavoravamo in un ufficio stampa, per cui di eventi ne macinavamo parecchi comunque. Ed anche se io ufficialmente di comunicazione non mi occupo più da tre anni, ecco, ci voleva una giornata come oggi per trovare il coraggio per cominciare.

Detto questo state sereni. Questo blog non ha ambizioni sado-maso. Se avrete la voglia di leggermi ancora, scoprirete che non sará cosi’ frequente dover invidiare le mie vicissitudini caraibiche. Al contrario invece penso che agambelevate, potenzialmente, potrebbe diventare un ottimo strumento di autoaiuto per risolvere la depressione da rientro, per rivalutare l’ufficio, riappacificarsi con lo smog, il traffico, la pioggia e perfino con la nail art.

Per il momento è tutto, grazie di essere passati, e alla prossima, se vorrete!

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