Di trasferte,di guerre energetiche e di post scriptum sfacciati.

Questa settimana avrei voluto raccontare del perchè Cosone sia latitante da quasi un mese, ma poi lunedì scorso-sempre Cosone– mi ha avvisato che avrebbe avuto due giorni liberi, così con il Piccolodittatore e Muccailmiocanescemo siamo andati a trovarlo e tutti i miei buoni propositi di scrittura sono andati a farsi benedire. Stavo già per arrendermi all’evidenza che non sarei stata in grado di pubblicare niente fino alla prossima settimana quando, scartabellando nel mio computer ho trovato degli appunti risalenti a circa un anno fa su una vicenda a dir poco paradossale.

Del perché ai tempi mi fossi messa a scrivere con tanto zelo di questi fatti è una domanda alla quale non so rispondere, ma per una volta me ne fregherò amabilmente dei perché e dei percome e agguanterò, rapace, questa inaspettata botta di fortuna copiando e incollando qui sotto la cronistoria della Guerra Fredda sull’Isolachenoncè:


Comunicazione di servizio: siccome non ho avuto un secondo libero in questi giorni ho davvero copiato e incollato gli appunti; per questo, anche se si tratta di fatti passati, la narrazione è al presente.


Sull’Isolachenonce da oggi nessuno sprecherà energia. No, non si tratta, sfortunatamente, di una riuscita campagna di sensibilizzazione ambientale. L’Isolachenonce non è in Ururguay. Ma ugualmente, a partire da oggi, tutti gli isolani (nativi e turisti) saranno costretti a stare più attenti ai consumi perché, per un tempo indeterminato, gli uffici della compagnia elettrica locale saranno chiusi. Questo significa, in un luogo dove l’energia viene ricaricata comprando pacchetti prepagati, che se la “serrata” durerà più di qualche giorno, centinaia di persone si ritroveranno senza luce e senza acqua corrente “a tempo indeterminato”, perché come si legge dal comunicato stampa della Società Elettrica, sarà sospesa anche la possibilità di ricarica online.

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Io sono italiana. Alle stranezze e ai disservizi sono abituata, all’arroganza dei potenti non ne parliamo, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, e per come è messa l’Italia oggi, questo è davvero singolare. Ma se  la sospensione arbitraria di un servizio essenziale come l’erogazione dell’energia elettrica  non è abbastanza per stupirvi, ora vi racconto cosa si dice in giro riguardo la vicenda. Quando lunedì scorso su tutta l’isola è mancata, a fasi alterne, la corrente, noi tutti abbiamo ringraziato Iolanda, simpatica tormenta, che qui è arrivata solo di striscio ma che, garantisco, incazzata era incazzata. E invece no. Perché la sospensione dell’elettricità non dipendeva dai danni della tempesta ma faceva parte della guerra fredda tra Mr Ccei (europeo e Capo Compagnia Elettrica Isolachenocè) e Mr X.

Web

Pare infatti che Mr X abbia pubblicato sul proprio profilo Facebook un filmato che ritraeva il figlio di Mr Ccei mentre picchiava uno dei tanti matti del villaggio. Si dice che Mr Ccei non l’abbia presa bene e che, invece che riempire di mazzate l’erede (ma forse in privato, chissà…), abbia ben pensato di togliere l’elettricità alla casa e al negozio di Mr X, così, giusto per ribadire che i panni sporchi si lavano a casa e non si “appendono” al web. A questo punto Mr X si è risentito a sua volta e ha chiamato alcuni amici sulla costa per “sfogarsi”. Sfortuna vuole che gli stessi amici riforniscano di benzina la Compagnia Elettrica, e che per solidarietà abbiano deciso di non fare più affari con Ccei:  è a questo punto della delirante vicenda che si inscrive il blackout di lunedì, che, sempre stando ai ben informati, non sarebbe dipeso   dal fatto che la benzina del generatore fosse finita, bensì dalla volontà di Mr Ccei di chiarire quali siano i poteri che realmente governano l’isola.   Devo dire che a me il messaggio sembrava chiaro, e probabilmente lo è sembrato anche a Mr X che però, a quanto pare, ha vocazioni giornalistiche e ha ben pensato di denunciare l’accaduto a una rete televisiva locale che ne ha fatto un servizio. Naturalmente in un’isola grande come una nocciolina la cosa non è passata inosservata ed è scoppiato il finimondo in termini di proteste da parte degli utenti, di  condivisioni sui social network, e purtroppo di rappresaglie. Perché naturalmente Mr Ccei non ha gradito e così, con la scusa di voler tutelare la sicurezza dei propri dipendenti (ma se così fosse, perché sospendere anche il servizio online?) questa mattina ha annunciato la serrata. Alle 9.00 di mattina, giusto per impedire a chiunque di correre a fare scorta. Ora, ancora una volta, sono italiana. Nello stereotipo della mia cultura c’è il culto dell’onore della famiglia e la protezione (a volte eccessiva) della prole. Ma davvero per qualcuno è giustificabile che per una minchiata di un ragazzino un’intera isola rischi di trovarsi senza servizi indispensabili come acqua e luce?  E soprattutto mi chiedo come diavolo sia possibile che un bene prezioso come l’energia sia affidato completamente alla gestione di un cittadino (che agli occhi dei locali ha anche aggravante di essere straniero) senza alcun apparente controllo da parte delle autorità governative sulla sua condotta. Perché banalmente, se la serrata fosse stata annunciata ieri mattina, io mi sarei ritrovata, nel giro di qualche ora e senza alcun preavviso, senza energia e senza acqua corrente. A tempo indeterminato, con un bimbo piccolo e un caldo che si schiatta. Vivendo in un’isola caraibica alle stranezze finisci per abituarti. Ti abitui alle palme addobbate a Natale, che il primo anno che le vedi ti vieni un colpo. Ti abitui alla Semana Santa, che qui suona più come un carnevale, in un turbinio di quad, reggaeton e Coors Light. Ma quando credi di aver visto tutto, ecco che l’assurdo si palesa. E ti arrendi. Perché i Caraibi sono così. Incantevoli, rumorosi, colorati e senza regole. E difficili. E ingiusti.  A volte.

Ps. Ovviamente la vicenda è poi evoluta con risvolti inaspettati. Qualora a qualcuno venisse la curiosità di sapere a che punto siamo, qui sotto c’è un fantastico box per i commenti – finora praticamente inviolato- nel quale potete chiedermi lumi. E se poi per caso non ve ne fregasse niente ma foste in cerca di una buona azione per la giornata, sappiate che lasciandomi un commento avreste assolto alla vostra caritativa quotidiana (aiutando una disagiata) con uno sforzo minimo. Pensateci.

 

Welcome in paradise. Ovvero di morti apparenti, paradisi tropicali e di desideri ittici (mai realizzati).

Qualche tempo fa mi è capitato di fare da ponte -a proposito di sponsorizzazioni- tra una ragazza che lavorava con me e un’amica che sta organizzando un evento. Si, lo ammetto, sono sull’Isolachenonce ma ogni tanto metto con piacere la testa nell’italico mondo della comunicazione, quello che mi ha fatto scappare agambelevate, ma che in fondo mi manca.

Qualcuno direbbe che la volpe perde il pelo (e per fortuna, nel mio caso, visto il clima) ma non il vizio. Io invece direi si ok ma chissene e veniamo al sodo. Il fatto è che l’ex collega ad un certo punto mi ha chiesto come si vivesse in paradiso. No, non mi ha scritto come stai. Ha digitato proprio queste parole:

Come si vive in Paradiso?

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E niente, dato che fatti due conti l’equazione Isolachenonce=Paradiso non sta in piedi e visto che la matematica non è un’opinione, per una frazione di secondo ho perfino temuto che dopo lo sbarco del Papa su Twitter, anche l’Altissimo avesse deciso di affidarsi alle nuove tecnologie e mi sono subito sentita Fantozzi alle prese con l’Arcangelo Gabriele mentre gli annuncia l’imminente maternità.

L’immagine del Ragionier Ugo, per altro, ha poi chiarito senza ombra di dubbio che non stavo per essere folgorata sulla via di Damasco, che non c’era nessuna necessità di conversione all’orizzonte, che il mio proverbiale cinismo era in salvo. Perché come si vive in Paradiso non era un modo simpatico dell’Altissimo per comunicarmi che ero trapassata. Si stava parlando dell’Isolachenonce. E mi è venuto da ridere. Ho sorriso perché anche io ho sempre sognato di vivere al caldo. Sono cresciuta in un paesotto vicino al mare e tutte le volte che si poteva, d’estate, mio papà mi caricava in macchina, mi scaricava alla darsena, mi ricaricava sulla nostra barchetta e poi via verso la spiaggia, o verso una secca dove si potevano pescare le vongole. Per me erano giornate speciali, e siccome sono sempre stata vagamente disturbata en la cabeza, ogni anno nell’ultimo tuffo dell’ultimo bagno dell’ultimo giorno d’estate (che per me era il giorno dell’ultima uscita in barca) pregavo intensamente una non meglio precisata divinità perché mi trasformasse in pesce.i-want-to-be-a-fishIl desiderio ittico non è mai stato esaudito, però, proprio quando sembrava che le mie radici avessero finito per affondare profondamente (e felicemente devo ammettere) in suolo meneghino, mi sono ritrovata qui. In mezzo all’Oceano, sull’Isolachenonce.

È vero, vivo in un’isoletta caraibica di quelle da cartolina, ma credetemi, come sia la vita in paradiso proprio non lo so. Capiamoci: è verissimo che se ti arriva una notizia di merda e fuori piove, fa freddo, nessuno dei tuoi amici ha voglia di uscire è peggio che se la notizia di merda ti arriva quando c’è il sole e puoi buttarti in mare (possibilmente senza pietre al collo) e farti una nuotata per sfogarti. Ma poi quando ti asciughi non è che i problemi siano spariti. Ecco perché sorrido.

Quando stalkeravo su Facebook gente a caso solo in quanto gambelevatesi (ovvero italiani residenti all’estero con vista mare) credevo di avere a che fare con dei miti viventi, campioni di coraggio che superata l’avventura della traversata oceanica erano approdati nel proprio personalissimo paradiso per rinascere semidei. Ma poi sono partita e no, di divino non ho nulla. E per la cronaca anche di vino (decente) non è che ce ne sia poi così tanto. Pertanto non si può nemmeno parlare di paradiso (per chi non lo sapesse il vino è imprescindibile nel paradiso dei veneti).

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Per carità non è male per niente aprire la finestra e vedere palme, sole e colibrì invece che palazzi, nebbia e piccioni. Ma mi viene da dire che chi-ha-il-coraggio-di-restare, quando vede le foto di chi-ha-il-coraggio-di-partire pensa che la felicità sia una birreta e un’amaca, mentre chi-ha-il-coraggio-di-partire, quando vede le foto di tutti i chi-ha-il-coraggio-di-restare che si ritrovano insieme, e insieme ridono davanti a un bicchiere di vino, pensa che a volte basterebbe essere più attenti, per scoprire che piccoli sorsi di paradiso (a intermittenza s’intende) possono essere assaggiati anche sotto un cielo grigio (questo, perlomeno, se avete come me amici decisamente Instangram addicted).

Fermo restando che un cielo sempiternamente azzurro, ma che ve lo dico a fa, è tanta roba.

Folgorata sulla via di… O forse no.

Sbircio il mondo da dietro la tenda del mio salotto. E’ una tenda rossa che nella mia casa milanese occupava la camera da letto. E’ quasi mezzogiorno e sono appena tornata a casa. Per strada non c’è nessuno – turisti a parte- perché nessuno ha voglia di lottare con questo calore (sembra che la stagione delle piogge sia finalmente finita): l’unica a rimanere immobile sotto questo sole è Mucca che, non a caso, è il Miocanescemo. Anzi no, mi correggo, oltre a Mucca qualcun altro per strada con questo caldo c’è, ed è per questo che sono barricata in casa cercando di occultare in tutti i modi la mia presenza.

spying

Ma andiamo con ordine. Oggi per me è stata una mattinata diversa dal solito: normalmente mi sveglio presto  e me ne vado in spiaggia con l’aspirante Piccolodittatore. Sulle sette e mezza prendo la via del ritorno e, se Cosone è ancora a letto perché inizia tardi i corsi, preparo la colazione per tutti con tanto di espresso all’italiana (Santissima Bialetti degli amori angelicati, grazie di esistere). Oggi però avevo bisogno di andare per uffici per sistemare alcuni documenti e così, mentre stravolgevo la mia routine quotidiana a colpi di mascara, riflettevo sul fatto che quando si sogna la vita ai Caraibi non si pensa mai al fattore sbatti. Ed invece, lo dico per esperienza, anche qui le scocciature sono sempre presenti. Che se i nostri deputati si comportassero come normali scocciature, il parlamento sarebbe pieno a ogni seduta. Rispondono sempre all’appello: bollette, pulizie, lavatrici, affitto da pagare, ceretta (che qui e`un’ansia che non vi spiego) e perfino i Testimoni di Geova. Avete letto bene, TESTIMONI DI GEOVA. E vi dirò di più: qui Testigo de Jehova non solo sono arrivati ma vanno anche per la maggiore tanto da avere strade cittadine dedicate.

Ignara di quello che a breve sarebbe capitato, mi sono cosparsa di crema solare (con filtro a protezione catarifrangente e oltre, perché qui il sole è micidiale SEMPRE e in qualsiasi dose), mi sono vestita e, dopo aver verificato che l’Aspirantedittatore non avesse emesso nuovi editti (e che quindi non  fosse necessario un cambio al volo), ho spalancato la porta di casa con un gran sorriso, perchè con questa luce non si può non sorridere, e… sono rimasta pietrificata sulla soglia manco mi avesse fulminato Medusa. Davanti a me due donne, entrambe afro, minute, sorridenti, troppo vestite e troppo eleganti per non essere delle famiglie storiche dell’Isolachenonce: non potevano quindi essere nuove inquiline, né vicine. Cosa ci facevano a due metri dalla soglia di casa mia?

Nel lasso di tempo compreso tra l’epifania delle due e la paresi del mio sorriso, la rivelazione: volevano salvarmi l’anima nel nome di Jehova. A me.

la-finestra
Source: bad-postcards.tumblr.com/

Allenata dalla staffetta milanese (che prevede tra le altre cose lo slalom gigante tra T. di G., Mormoni, Scientologisti e Arikrisna) sono riuscita a svicolare velocemente sventolando i documenti che avevo in mano e spiegando che dovevo correre in banca, non prima però di aver indirizzato le gentil signore dai miei vicini (sono una fetente, lo so, ma erano in maggioranza, e dovevo distrarle). A cuor leggero mi sono così sparata due ore di coda in banca, ho fatto le spese e, carica come un mulo, e stoica come un cammello sotto il sole, me ne sono tornata a casa con l’idea di morire una buona mezzora in amaca prima di pensare a qualsiasi altra cosa. E invece no. Perché non appena ho chiuso la porta, ecco di nuovo quelle voci e quelle sihlouette: le vecchiette, le T. d.  G. che credevo di aver smarcato poche ore fa sono tornate qui e si sono appostate in giardino nell’attesa che arrivi qualcuno da convertire: ecco perché me ne sto rintanata in salotto zitta zitta.

Comunque mi ero dimenticata di dire che quando ho incontrato le due donzelle la prima volta, ero stata rapida nella fuga ma non abbastanza da impedire a una delle due di lasciarmi un piccolo opuscolo dal quale ora apprendo che la mia vita non è perfetta a causa della mia miscredenza e soprattutto che:

“Il signore asciugherà tutte le lacrime”

e questo dovrebbe rassicurarci sul fatto che:

  • Dio non è causa dei nostri mali
  • Dio sente la nostra sofferenza (e questo dovrebbe confortarci)
  • Prima o poi la sofferenza finirà
  • Noi possiamo veramente credere a quello che dice la Bibbia. Perché si.
  • C’è una spiegazione alla sofferenza (e ovviamente è nella Bibbia), ma siccome è lunga, se volete saperne di più, a costo zero potete ordinare una lezione, o prenotare una sessione privata di training dell’anima con un saggio della comunità di Jehovah.

Per oggi ho imparato abbastanza. Mi sa che me ne starò zitta a riflettere per un altro po’.

Amen!

 

Il Mulino Bianco e la guerra della munnezza

Sono una maniaca del controllo. Da sempre.

nevrotico

Come tutti i nevrotici ho passato buona parte della mia esistenza a creare piccoli rituali che mi dessero l’illusione di poter prevedere sempre quello che stava per succedere. Se mangio dell’uva, preferisco terminare con un numero di chicchi dispari. Se cammino
su delle piastrelle, istintivamente ci vedo un percorso a ostacoli con zone sicure e altre assolutamente da non calpestare. Faccio le spese sempre negli stessi negozi, e se devo entrare in uno di quelli in cui “non ho mai osato” perche` è tardi, piove, ed è l’unico aperto, soffro. Il ventitré è un numero che mi mette in allerta mentre quindici, trentuno, settantuno e centoventuno mi calmano. Se non fossi anche uno degli esseri più inquieti e imprevedibili che conosca sarei, per dirlo alla Paolo Fox, una vergine nata sotto il segno dell’acquario. Lo so, vivere così è una faticaccia, ma ho un disperato bisogno di certezze e in quanto tale, la mia nevrosi viene difesa con le unghie e con i denti. Sarà pure un punto fermo di merda -la nevrosi dico- ma da qualche parte si deve pure cominciare. E se ha ragione il buon De Andre che dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior non sono neanche messa poi così male. Sta di fatto che ho iniziato a parlare di nevrosi per raccontarvi quanto importante sia per me avere una casa confortevole e sono finita a parlare di merda come metafora esistenziale. Non male. Comunque vista la qualità delle esperienze immobiliari collezionate sull’Isolachenonce -di merda, appunto- posso tranquillamente dire di aver trovato, nella merda, un fil rouge alternativo a tutta questa storia. Ma torniamo a monte del discorso. Si diceva che di avvenimenti tragicomici correlati all’abitare ne ho da vendere. Questa volta voglio raccontare di quando io e Cosone ci siamo fissati con l’idea di una casa col giardino.

Si parla di circa due anni fa. All’epoca il gatto psicopatico ci aveva già adottati e noi a quel punto volevamo anche il cane. A pensarci bene mi chiedo su quali basi, dato che al tempo anche se il locale andava veramente molto bene non ci fermavamo mai: da martedì a sabato passavo 12 ore ai fornelli cucinando assaggi di cucina italiana, mentre il lunedì c’era la serata di musica dal vivo con jm session che duravano ore. Nottate in cui Cosone era felicissimo ma che si concludevano a orari immondi. Tutto bello, bellissimo, per carità´, ma la domenica bastava appena a riprendere fiato, figuriamoci se avevamo bisogno di un giardino da curare.

cleveland-brown

Ma eravamo inebriati dalle novità e dal successo della nostra impresa oltreoceano e quindi giardino,giardino, giardino. Dopo una breve ricerca ci siamo -disgraziatamente- imbattuti nei cloni di Loretta e Cleveland Brown; e che fossero i sosia della coppia meno sveglia tra i personaggi dei Griffin a noi non ha suggerito nulla perché Loretta se la tirava un casino con la sua -sedicente- brillate carriera nel realestate newyorkese e i suoi progetti di ristrutturazione, e noi ci volevamo credere. Così quando siamo andati all’appuntamento per vedere una casa e ci siamo trovati davanti a una isba che manco Baba Yaga nella steppa della Russia, invece che scappare agambelevate -cosa sulla quale avevamo una certa esperienza, per altro-, abbiamo iniziato a immaginare. E l’abbiamo fatto così bene che alla fine abbiamo -non ripeterò mai abbastanza volte, DISGRAZIATAMENTE- firmato un contratto d’affitto certi che una volta terminati i lavori di restauro, la baracca si sarebbe trasformata se non in un castello, quanto meno in posticino accogliente. Ma è piuttosto chiaro che all’epoca non avessimo un’idea precisa di cosa sia lo standard abitativo accettabile sull’Isolachenonce. Quando siamo arrivati al giorno del fatidico trasloco abbiamo scoperto, tra le tante cose che:

  • La porta di casa non aveva una serratura e si chiudeva con un lucchetto da bicicletta
  • Le piastrelle in cucina e in salotto erano state posate attorno ma non anche sotto ai mobili (effetto tappeto)
  • I mobili non c’erano e se c’erano cadevano a pezzi (la perla è che per occultare lo stato disastroso di pensili e armadi, tutto era stato ricoperto con carta da pacchi fermata, quando andava bene, con nastro adesivo)
  • Il pavimento in camera da letto non era stato cambiato ma riverniciato senza prima aver lavato per terra come si poteva evincere dalla zampa di cucaracha sempiternamente smaltata nel centro esatto della stanza (per fortuna che poi il pavimento è crollato, e così almeno lo scarrafone se lo semo levati, ma questa e`un’altra storia)
  • Sempre in camera da letto c’era un buco sul soffitto che dava libero accesso a casa a Raffaello il Pipistrello (e comunque di buchi ce ne dovevano essere tanti altri vista la quantità di tarantole e scorpioni che abbiamo collezionato nel nostro soggiorno in quella che a me piace ricordare come La Casa di Shining)
  • E infine, drammaticamente, che tutto questo, per i nativi, e` accettabile.

Difronte a cotanto abominio domestico due qualsiasi individui normodotati avrebbero fatto una chiamata a Ms Loretta Brown, si sarebbero fatti restituire la caparra e se ne sarebbero andati altrove. Noi no, e sempre per quella stramaledettissima mania di immaginare un giardino fiorito e un orto rigoglioso, abbiamo ricostruito mobili, ridipinto muri e zappato la terra. E qui viene per me una delle parti più esilaranti di tutta la faccenda, perché cari miei, i roghi di munnezza non si accendono solo nella terra dei fuochi. Qui sull’Isolachenonce, per esempio, si segue generalmente questa prassi: prima si lanciano in giardino tutti i rifiuti indistintamente -dai pacchetti vuoti di patatine ai pannoloni sporchi, passando per le infradito spaiate per arrivare alle lattine di birra-, poi quando non si riesce nemmeno più a camminare, si raccoglie tutto, si fa un bel falò e quello che non brucia lo si sotterra. Che poi se il terreno è in pendenza questa risulta anche una tecnica gettonatissima per livellare il suolo. E dalla quantità e dalla dimensione dei reperti ritrovati prima di gettare la spugna e cercare un’altra sistemazione, posso affermare con una certa sicurezza che il nostro giardino doveva essere molto pendente altrimenti proprio non mi spiego la `presenza di un telaio intero di bicicletta, di un condizionatore, e di un motore da barca. A pezzi. ikea-garden-gnomes-coverAd ogni modo la nostra solerzia nella cura del giardino (che nel frattempo era stato recintato) non e` piaciuta ai vicini, che si trovavano improvvisamente privati di spazio da riempire (di munnezza) e del libero accesso all’albero di mamones (una varietà locale del licis che però fa moderatamente schifo) che cresceva proprio davanti alla finestra del salotto. E così è iniziata una lunga guerra combattuta, naturalmente, a colpi di munnezza. Le forze aeree nemiche erano concentrate a bombardare di pannolini gli invasori oltreconfine (e cioè noi) mentre le forze di terra (ossia tutti i bimbi del vicinato) erano responsabili della lenta ma inesorabile sparizione delle pietre che sostenevano la cinta, con conseguente collasso della stessa in più punti. E’ stata una lunga lotta, abbiamo opposto una strenua resistenza per tutto il tempo dell’assedio, ma alla fine siamo capitolati. E no, non è stato ne`per il fuoco nemico ne’ a causa della sistematica privazione di sonno dovuta ai canti notturni dei tre disgraziatissimi galli da combattimento che, tra un allenamento e l’altro, avevano perso ritmi biologici e per questa ragione si svegliavano completamente a caso nel cuore della notte rantolando a volumi improponibili. La ragione per cui ci siamo spostati, in un certo senso, e` stato “volere divino”. Perche` ok la munnezza, ok i polli mannari, ma essere svegliati ogni SANTO (ed è proprio il caso di dirlo) giorno con una playlist di rock ispano-cattolico è improponibile. E anche se a questo punto vien da concludere che chi ha fede tutto può, alla conversione ho preferito il trasloco.

Amen.

L’Oceano, Peter Pan e il cavalluccio marino

Per un certo periodo della mia infanzia ho sognato quasi ogni notte di saper volare. Come Peter Pan. Erano sogni così realistici che pur essendo consapevole del fatto che fossero solo illusioni oniriche, potevo descrivere la sensazione fisica che mi dava fluttuare nell’aria. Non ricordo che età avessi, ma con questi sogni si è reso chiaro che tanto a posto non fossi e, tanto per iniziare col piede giusto, si è così inaugurata la mia educazione sentimentale, per dirla alla Flaubert. Con la ricerca di Peter Pan.

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Mi sono chiesta tante volte quale fosse stata l’esperienza reale a partire dalla quale la mia mente -già allora evidentemente bacata- avesse mutuato la sensazione del volo.

Da allora sono passati molti anni e se non avessi iniziato a guardare con interesse a questa parte del mondo per darmela agambelevate probabilmente non avrei trovato una risposta. Ma il caso ha voluto che durante la mia prima volta ai Caraibi -spinta da Cosone che era già in fissa persa- ho provato il diving e mi è stato tutto chiaro: io avevo volato per davvero. A dieci anni. La prima -e unica fino a quattro anni fa- volta in cui mi ero immersa sott’acqua.

Racconto tutto questo perché dopo essermi presa il primo livello di brevetto in Messico, mi sono trasferita sull’Isolachenonce (mecca internazionale del diving) e per tre anni, per ragioni che vi dirò un’altra volta (ma che sono sempre correlate alla mia proverbiale stabilità mentale), non ho più voluto immergermi. Fino ad oggi. E confesso, credo proprio di aver fatto una grandissima cazzata.

Lo affermo con cognizione di causa perché finalmente, grazie all’assertività di ferro di una belga impazzita -non volermene Cosone ma è stato merito suo-, sono tornata in acqua. Ed è stato come se, improvvisamente, tutte le tessere di un puzzle che finora mi era sembrato incomponibile, si mettessero a posto. Tornavo a “volare” come nei miei sogni d’infanzia. Ci tornavo proprio qui, in quest’isola che per la sua lontananza da tutto, avevo soprannominato -ben prima di pensare al blog- Isolachenonce. Insieme a Cosone. Che di Peter Pan non avrà il cappello, ma la sindrome, quella un po’ si. Va detto.

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ph. credits: Cosone

Ma anche senza tutte queste considerazioni di psicologia spiccia in salsa Walt Disney, immergersi è proprio una di quelle esperienze che consiglierei di fare a chiunque. Perché un conto è vederla su Discovery una testuggine. Altro è nuotarci accanto. Osservarla lontano quanto basta per vederla brucare con l’indolenza di una vacca al pascolo. Constatare quanto rapida e aggraziata sia quando decide di cambiare strada.

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ph credits: Cosone

Per la cronaca, oggi di tartarughe neanche l’ombra, ma l’oceano mi ha comunque dato un signor benvenuto con una grossa razza che nuotandomi a qualche metro sopra la testa mi ha regalato lo spettacolo della sua silhouette fluida nell’acqua illuminata dal sole. E con un cavalluccio marino giallo, che vive in un preciso punto dei fondali dell’Isolachenonce, e che Cosone “mi ha presentato”.

Tutto questo per dire che è da un po’ che penso di pubblicare un blog che racconti il mio travagliato rapporto con l’Isolachenoncè e con l’agambelevatismo, filosofia che ho sposato snaturando la mia essenza nevrotica e stanziale, e che mi convince a tratti. Ma tutte le volte che ho pensato di farlo, mi veniva in mente lamiacapapreferitadituttiitempi (i capi maschi fanno parte di un’altra classifica!) che mentre organizzava il suo matrimonio -tra il serio e il faceto- mi diceva che doveva essere tutto perfetto non solo perché di matrimonio -auspicabilmente- c’è n’è uno solo, ma perché ne andava della propria credibilità professionale. E no, non facevamo le wedding planners, ma lavoravamo in un ufficio stampa, per cui di eventi ne macinavamo parecchi comunque. Ed anche se io ufficialmente di comunicazione non mi occupo più da tre anni, ecco, ci voleva una giornata come oggi per trovare il coraggio per cominciare.

Detto questo state sereni. Questo blog non ha ambizioni sado-maso. Se avrete la voglia di leggermi ancora, scoprirete che non sará cosi’ frequente dover invidiare le mie vicissitudini caraibiche. Al contrario invece penso che agambelevate, potenzialmente, potrebbe diventare un ottimo strumento di autoaiuto per risolvere la depressione da rientro, per rivalutare l’ufficio, riappacificarsi con lo smog, il traffico, la pioggia e perfino con la nail art.

Per il momento è tutto, grazie di essere passati, e alla prossima, se vorrete!