Happy b-day to me. Ovvero del perchè 3 è meglio di 2, del grande assedio e della preghiera (di condivisione)

9 febbraio 1982. A guardarla così, abituati oramai ad avere a che fare con il duemilaequalcosa da 17 anni, mi sembra la data di nascita di qualcuno molto più vecchio di me. E invece il 9 febbraio 1982 sono “solo” 35 anni fa. Oggi è il mio compleanno.

Oggi compio 35 -TRENTACINQUE- anni: come dire, la via del tramonto l’ho imboccata per bene, ma per la geriatria si può ancora aspettare. E’ tempo di bilanci? Forse sì, ma la matematica non è mai stata il mio forte e preferisco lasciare queste incombenze a chi di contabilità si occupa di mestiere. Quindi passo oltre.

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Oggi compio 35 anni e per la prima volta sarò completamente sola. Potrei essere malinconica: la famiglia lontana, Cosone che per lavoro si è traferito sulla mainland e che non tornerà fino a aprile, Ilpiccolodittatore che sta mettendo i premolari e -poraccio- urla e sbava che manco Alien. E invece no. L’unica cosa che mi scoccia incredibilmente sono i decimali: non sarebbe meglio 25?

Ma poi ripenso a me a 25 anni e mi dico che va decisamente meglio ora, perché 10 anni fa ero a casa a piangere come una disperata dopo che l’UOMOSTRONZO (non un qualsiasi stronzo, l’US per antonomasia) mi aveva scaricata per il secondo anno consecutivo praticamente alla vigilia del mio compleanno. Piangevo e certo non mi aspettavo che avrei dovuto fare il trasloco da casa sua in taxi e sotto una pioggia battente che manco in Carrie nella più tragica puntata di Sex&theCity. Piangevo e ignoravo che dopo qualche giorno lui sarebbe venuto a casa mia per prendere le sue cose e che io sarei rimasta chiusa fuori a febbraio, senza cappotto e con il rimmel sotto le scarpe. Piangevo e non sapevo che:

  • di lì a poco, licenziandomi, mi sarei sentita dare della perla ai porci
  • che il mio bancomat si sarebbe improvvisamente bloccato lasciandomi senza una lira
  • che avrei litigato con una delle mie più care amiche (ora è tutto a posto ma per un anno non ci siamo parlate)
  • che mentre aspettavo una chiamata dell’US, il mio cellulare si sarebbe rotto e che quando avessi cercato di comprarne uno (in pausa pranzo in preda all’isteria) il Trony dietro all’ufficio sarebbe stato chiuso per inventario.

Insomma facevo bene a piangere e grazie al cielo ignoravo tutto quello che mi sarebbe successo nei successivi 15 giorni perché se avessi saputo tutte quelle cose più che a un bagnetto a Lourdes, avrei pensato ad un tuffo dal decimo piano (e io vivevo al secondo, no per dire, a volte, l’amarezza). E invece sono viva e vegeta e, per di più, oggi invece che a Lourdes il tuffo me lo faccio a due passi dalla barriera corallina. Ma lasciamo stare il compleanno che in fondo chissene -tanto il tempo passa comunque- e parliamo di cose serie. Tipo la salvezza dell’anima. Sì, perché credo che quest’anno ai piani alti ci siano grandi progetti per me. Inizio a pensare infatti che l’Onnipotente abbia deciso che il 2017 debba essere l’anno della mia redenzione. Deve per forza essere così perché dopo l’attacco in due tempi (il secondo è stato segnalato solo su Facebook…siete già iscritti?) ad opera dei Testimoni di Geova, ho recentemente subito anche un accerchiamento da parte di tre pentecostali – e  non finisce qui. Ma andiamo con ordine.

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L’altro giorno sono andata sulla mainland perché cane (Mucca) e gatto (Nana) dovevano essere portati dal veterinario (sull’Isolachenonce ovviamente non ne esiste uno). Alle ore 6.00 di mattina sono uscita di casa con il Piccolodittatore nel marsupio (e 39 di febbre causa denti), il gatto nella gabbietta, il cane al guinzaglio e lo zaino (perché poi ci saremmo fermati a dormire da Cosone) sulle spalle, sotto una pioggia fastidiosissima che mi ha obbligato anche a tirare fuori l’ombrello. Robe che neanche la Dea Kalì. Arrivo trafelata sul ferry, mi sequestrano Nana (che nel frattempo ha subito una metamorfosi e si è trasformata in un antifurto per auto in loop) e Mucca (che inizia a piangere non appena capisce che nemmeno lei è ammessa all’interno della nave), cerco un posto, mi rendo conto che è tutto occupato, sta per partire un rosario di madonne alla veneta quando la Divina Provvidenza si manifesta facendomi trovare da sedere proprio di fronte alla trinità più scapestrata che vi possiate immaginare: Devin, Josè e Rolando. A questo punto il Piccolodittatore subisce una seconda mutazione -da Alien passa alla versione scimmia urlatrice pro- e questo offre a Devin una scusa per iniziare a chiacchierare. Dopo le solite domande di rito, e senza perdere troppo tempo, ecco che Devin parte all’attacco:

D: e tu vai in chiesa?

Io: no

D: ahhh vai in chiesa ogni tanto

Io: no, non ci vado mai.

Lo guardo e lo vedo perplesso. Per alleggerire il tutto cito il pediatra del Piccolodittatore che, dopo avermi posto la stessa domanda, aveva ironicamente spiegato la mia miscredenza con un “eh voi il Vaticano lo avete da 2000 anni, per noi è quasi una novità”. Naturalmente l’ironia non viene colta e Devin ci riprova chiedendomi cosa succede dopo la morte, sperando di spaventarmi. Non ci riesce; lo zittisco con un “io rispetto tantissimo la tua opinione ma tu rispetta la mia” e intanto alla mia destra una vecchietta ammorba uno dei tanti marinai che passano tra i sedili distribuendo sacchetti di plastica alla gente che vomita (c’era mare mosso, ovviamente) cantando le lodi di Jesus Cristo (giuro che è tutto vero!). Mi sento circondata. Riguardo Devin e vedo che confabula con Josè e Rolando. Al termine della consultazione mi dice che lui è della Chiesa evangelica pentecostale di un’altra isola, mi regala un opuscolo degli incontri settimanali che fanno. Mi dice di pensare alla morte e che potrebbe essere il momento di una svolta nella mia vita.

Io sorrido, tocco ferro e penso che tutto il trash della giornata l’ho già raccolto prima delle 8 di mattina. Faccio male: quando arrivo dal veterinario, trovo infatti la sala d’aspetto tappezzata di poster di Geova. Quando entro nell’ambulatorio e vedo una Bibbia accanto alle fatture mi preparo psicologicamente al peggio, e invece questa volta mi va bene: no pippons for me.

Ma l’Onnipotente non le manda a dire, così quando finalmente arrivo a casa di Cosone scopro che l’appartamento assegnatogli è di proprietà di una famiglia gringa, decisamente devota, con un grande amore per le decorazioni e le letture religiose.

Grazie a Dio (è proprio il caso di dirlo) da questo momento in poi il divino assedio è cessato e io sono tornata alla mia solita miscredenza, godendomi Cosone, il Piccolodittatore e il paesaggio mozzafiato che regala la costa di questo bellissimo Paese. E adesso vi saluto. Vado a fare una cosa che ho scoperto solo di recente piacermi molto. Vado al ristorante da sola (beh più o meno, il Piccolodittatore e Mucca sono tipo carte moschicida) e mi festeggio.

E se a voi va di farmi un regalo (che poi non costa niente), qualora questo post vi avesse strappato un sorriso, lasciatemi un like, un commento, condividete su Facebook, leggetelo al vostro cane – se è social-. Per voi è una cosa da niente e io per una volta non mi deprimerei con i dati delle statistiche giornaliere. A chi vorrà farlo, grazie in anticipo! Ora è davvero tutto: Happy birthday to me. E buona giornata a voi! 

L’Oceano, Peter Pan e il cavalluccio marino

Per un certo periodo della mia infanzia ho sognato quasi ogni notte di saper volare. Come Peter Pan. Erano sogni così realistici che pur essendo consapevole del fatto che fossero solo illusioni oniriche, potevo descrivere la sensazione fisica che mi dava fluttuare nell’aria. Non ricordo che età avessi, ma con questi sogni si è reso chiaro che tanto a posto non fossi e, tanto per iniziare col piede giusto, si è così inaugurata la mia educazione sentimentale, per dirla alla Flaubert. Con la ricerca di Peter Pan.

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Mi sono chiesta tante volte quale fosse stata l’esperienza reale a partire dalla quale la mia mente -già allora evidentemente bacata- avesse mutuato la sensazione del volo.

Da allora sono passati molti anni e se non avessi iniziato a guardare con interesse a questa parte del mondo per darmela agambelevate probabilmente non avrei trovato una risposta. Ma il caso ha voluto che durante la mia prima volta ai Caraibi -spinta da Cosone che era già in fissa persa- ho provato il diving e mi è stato tutto chiaro: io avevo volato per davvero. A dieci anni. La prima -e unica fino a quattro anni fa- volta in cui mi ero immersa sott’acqua.

Racconto tutto questo perché dopo essermi presa il primo livello di brevetto in Messico, mi sono trasferita sull’Isolachenonce (mecca internazionale del diving) e per tre anni, per ragioni che vi dirò un’altra volta (ma che sono sempre correlate alla mia proverbiale stabilità mentale), non ho più voluto immergermi. Fino ad oggi. E confesso, credo proprio di aver fatto una grandissima cazzata.

Lo affermo con cognizione di causa perché finalmente, grazie all’assertività di ferro di una belga impazzita -non volermene Cosone ma è stato merito suo-, sono tornata in acqua. Ed è stato come se, improvvisamente, tutte le tessere di un puzzle che finora mi era sembrato incomponibile, si mettessero a posto. Tornavo a “volare” come nei miei sogni d’infanzia. Ci tornavo proprio qui, in quest’isola che per la sua lontananza da tutto, avevo soprannominato -ben prima di pensare al blog- Isolachenonce. Insieme a Cosone. Che di Peter Pan non avrà il cappello, ma la sindrome, quella un po’ si. Va detto.

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ph. credits: Cosone

Ma anche senza tutte queste considerazioni di psicologia spiccia in salsa Walt Disney, immergersi è proprio una di quelle esperienze che consiglierei di fare a chiunque. Perché un conto è vederla su Discovery una testuggine. Altro è nuotarci accanto. Osservarla lontano quanto basta per vederla brucare con l’indolenza di una vacca al pascolo. Constatare quanto rapida e aggraziata sia quando decide di cambiare strada.

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ph credits: Cosone

Per la cronaca, oggi di tartarughe neanche l’ombra, ma l’oceano mi ha comunque dato un signor benvenuto con una grossa razza che nuotandomi a qualche metro sopra la testa mi ha regalato lo spettacolo della sua silhouette fluida nell’acqua illuminata dal sole. E con un cavalluccio marino giallo, che vive in un preciso punto dei fondali dell’Isolachenonce, e che Cosone “mi ha presentato”.

Tutto questo per dire che è da un po’ che penso di pubblicare un blog che racconti il mio travagliato rapporto con l’Isolachenoncè e con l’agambelevatismo, filosofia che ho sposato snaturando la mia essenza nevrotica e stanziale, e che mi convince a tratti. Ma tutte le volte che ho pensato di farlo, mi veniva in mente lamiacapapreferitadituttiitempi (i capi maschi fanno parte di un’altra classifica!) che mentre organizzava il suo matrimonio -tra il serio e il faceto- mi diceva che doveva essere tutto perfetto non solo perché di matrimonio -auspicabilmente- c’è n’è uno solo, ma perché ne andava della propria credibilità professionale. E no, non facevamo le wedding planners, ma lavoravamo in un ufficio stampa, per cui di eventi ne macinavamo parecchi comunque. Ed anche se io ufficialmente di comunicazione non mi occupo più da tre anni, ecco, ci voleva una giornata come oggi per trovare il coraggio per cominciare.

Detto questo state sereni. Questo blog non ha ambizioni sado-maso. Se avrete la voglia di leggermi ancora, scoprirete che non sará cosi’ frequente dover invidiare le mie vicissitudini caraibiche. Al contrario invece penso che agambelevate, potenzialmente, potrebbe diventare un ottimo strumento di autoaiuto per risolvere la depressione da rientro, per rivalutare l’ufficio, riappacificarsi con lo smog, il traffico, la pioggia e perfino con la nail art.

Per il momento è tutto, grazie di essere passati, e alla prossima, se vorrete!