Agambelevate dalla sindrome da bilancio (e dalla vita da favola)

Premessa:

  1. Dopo 4 mesi dalla fuga agambelevate dall’Isolachenoncè io stessa mi sarei aspettata un post di bilancio su questi ultimi 4 anni di esilio ma, se un po’ mi conoscete, i bilanci non sono esattamente la mia materia di dissertazione preferita.  Essendo poi una personalità al limite dello psicotico, il senso di colpa e la sensazione di inadeguatezza rispetto alla mia capacità di trarre delle conclusioni sensate dall’esperienza hanno determinato l’insorgere di una strana patologia che, per citare l’Allegro Chirurgo, – e attribuendomi per altro uno status che non mi è proprio – chiamerò il crampo dello scrittore, a causa della quale mi è stato impossibile aggiornarvi sugli ultimi accadimenti che si sono abbattuti sulle teste matte dei componenti della mia sgangherata famiglia -umani, canidi e felini-. Abbiate pertanto pazienza e sappiate in partenza che di riflessioni intelligenti, questo post (as usual) è completamente scevro.
  2. Se dopo questa premessa siete ancora qui a leggermi, grazie. Ma, prima che continuiate, vorrei dirvi anche che qualora non sapeste chi fosse il signor Vladimir Jakovlevič Propp, non fa niente – capirete poi perchè ve ne sta parlando- . Io l’ho molto amato perchè grazie ai suoi studi sulle favole, allegato alla mia antologia delle medie, c’era un mazzetto di carte (Le carte di Propp) con il quale mi sono divertita molto, ma magari voi avete avuto un’altra antologia, e non è mica colpa vostra.
  3. Una volta mi occupavo di comunicazione: sono pertanto consapevole che riprendere a scrivere di luoghi esotici ad agosto, quando la maggioranza degli italiani (suppongo quindi anche dei miei pochi – ma buoni- lettori) è in vacanza, è per lo meno inutile. Ma visto che essere candidata ai Macchianera Awards per il momento non è  un obiettivo, posso anche permettermi di fregarmene.
  4. Nonostante il punto 3, se avete voglia di condividere il mio post, consigliare questo blog come lettura estiva ai vostri amici o parlarne in qualsiasi modo – perchè qualcuno di molto più autorevole di me ha detto basta che se ne parli, e io ci credo – avete tutta la mia gratitudine. Sappiate anche che mi fa un po’ schifo questa captatio benevolentiae ma tutti i bloggerchesannofareiblogger insistono sull’importanza delle call to action e allora io obbedisco (dopo tutto ha obbedito pure Garibaldi, ed è passato alla storia.)

fine premessa – e buona lettura-


C’era una volta, tanto tempo fa, la Sottoscritta -per dire il vero la Sottoscritta c’è ancora, ma visto che non mi paleso con un aggiornamento da tempi immemori, lasciatemi per un po’ parlare in terza persona così da poter far finta che la colpa di questa prolungata assenza non sia mia ma di questa orribile persona che si chiama Sottoscritta-.

Si diceva: c’era una volta tanto tempo fa la Sottoscritta che, certamente, se fosse nata nel Regno delle Fiabe sarebbe stata una fiammiferaia, una Cenerentola -o comunque un personaggio mediamente sfigato- ma non avrebbe avuto importanza perché, si sa, in ogni favola che si rispetti il disagio ti segue come un segugio, ti accompagna in mille peripezie, ti mette tra i piedi mele avvelenate se sei vegana, principi rospi se sei zitella, torri inespugnabili se sei claustrofobica ma poi c’è sempre una fata (turchina o madrina, fa lo stesso) che ti salva e ti trasforma in una splendida Principessa che vivrà per sempre felice e contenta (con una fornitura sempiterna di botox perché principesse con le rughe non si sono mai viste).

principe botox
…ma anche i principi finiscono per essere schiavi della medicina estetica, perchè nel Regno delle Fiabe il gender gap non esiste

Per dire il vero non so perché vi dica tutto questo dato che la Sottoscritta non aveva natali da favola, no. La Sottoscritta era nata nella Terradellabracciastrappateallagricoltura (come gli amabilissimi veneziani chiamano la terraferma, e in particolare Mestre, terra natia della nostra eroina) e, dopo mille sbattimenti, invece di una Fata Madrina incontrò una serie di esperti venditori di aria fritta -ai quali credette con una fiducia del tutto ingiustificata che per pietà chiameremo ingenuità- finendo così a vivere in un’isoletta sperduta dei Caraibi, meglio nota come l’Isolachenoncè.

Ora, se l’isoletta sperduta dei Caraibi fosse stata un paradiso fiscale, e la Sottoscritta una paracula danarosa, probabilmente la storia sarebbe finita qui, e al massimo ci sarebbe stato un fantastico matrimonio con il Principe Azzurro. Ma la Sottoscritta, come è noto ai visitatori abituali di questo sgangherato blog, non è una paracula, non si è sposata il Principe Azzurro – ma Cosone– ed è tantomeno danarosa, ragion per cui, una volta trasferitasi nella piccola isola dei Caraibi, ovvero l’Isolachenonce, invece di vivere felice e contenta iniziò a somatizzare e a deprimersi.

Delle ragioni per cui la Sottoscritta fosse piombata nella più nera della disperazione non mi sembra rilevante parlare – anche perché l’ho ampiamente fatto in passato – quello che conta è che, according to Propp che di favole se ne intendeva, a questo punto della storia arriva in soccorso della Sottoscritta l’aiutante.

Sempre secondo il nostro caro Propp, la figura dell’aiutante è cruciale nell’economia della favola perché fornisce all’eroe gli strumenti per risolvere la crisi e approdare alla tanto agoniata Evisserofeliciecontentilandia – che dista dall’Isolachenoncè non anni, ma secoli luce-.

Pare – questo Propp non lo dice, ma Walt Disney ci ha costruito un impero- che le narcolettiche abbiano diritto, per contratto, a ricevere l’aiuto di una fata madrina; lo stesso capita alle rupofobiche, ovvero le maniache del pulito – se non ci credete fate due parole con Cenerentola- mentre ai figli dei mugnai spettano astuti gatti dagli stivali magici che truffano giganti e intestano castelli ai propri padroni (e ovviamente nel Regno delle Fiabe di IMU, ICI, TASI e TARSU non si è mai sentito parlare).

cinderella

Alle Sottoscritte, invece – e poi c’è chi dice che il karma non esiste –, capitano felini e canidi con manifesti problemi comportamentali. Nel caso specifico, alla Sottoscritta vennero appioppati dal fato Nanailgattopsicopatico e Muccailcanescemo.

Ovviamente più che mangiare a sbafo i due quadrupedi non fecero, ma l’attaccamento morboso della Sottoscritta al suo felino (il canide è di proprietà di Cosone) aiutò comunque la nostra beniamina a raccontarsi che forse parte del disagio – e della depressione cosmica- era dovuto al tintinnio delle sue ovaie più che trentenni che, impietose, le ricordavano che se c’erano velleità riproduttive, forse era il caso di darsi una mossa (pare che Nanailgattopsicopatico sia lontana parente della Lorenzin) . Giunta a questa nuova consapevolezza, e con l’aiuto di una non meglio precisata Forzadelbene  – senza la quale Cosone mai avrebbe scoperto che la paternità poteva essere un’opzione considerabile- arrivò llPiccolodittatorecentroamericano.

lorenzin fertility day
Nanailgattopsicopatico è parente della Lorenzin. Questa è la prova.

Ora, di solito con la nascita dell’erede – depressione post partum permettendo- le favole trovano la giusta conclusione nell’ormai arcinota formula del “e vissero tutti felici e contenti“ . Nel caso della Sottoscritta, naturalmente, non fu così. Accadde invece che la Sottoscritta, dopo aver dato alla luce il despota formato mignon, realizzò che tutto sommato se stava di merd (perchè anche la merda, in francese diventa chic) ai Caraibi, ci si poteva anche spostare e, dopo essere tornata da un lungo soggiorno in Italia (per far conoscere l’erede ormai “unenne” a suo padre, ovvero il Patriarca), scoprì anche di avere un superpotere: lo sfinimento. Lo scoprì anche Cosone che, suo malgrado, finì per cedere alle richieste della Sottoscritta e transumanza fu.

trasloco_sconosciuto

Vissero tutti felici e contenti?

Non lo so, ma a questo punto lo spero perché, naturalmente, la Sottoscritta sono io.


Al momento scrivo dall’Italia. In realtà sono solo di passaggio perché, siccome questa non è una favola ma il racconto super condensato degli ultimi quattro anni della mia turbolenta esistenza, prima di prendere possesso definitivo della mia nuova vita, devo sbrigare un paio di sbattimenti burocratici. Si tratta di cosucce da niente: da due mesi, in compagnia del Patriarca, e grazie al prezioso aiuto di Lucrezia Ariciok (mia mamma, che si spupazza il Piccolodittatore) sto girando tutti gli uffici possibili e immaginabili nel tentativo di far ottenere all’erede lo status di cittadino italiano. Un’esperienza stupenda grazie alla quale ho imparato cose importantissime tipo:

  • che se si vogliono avere informazioni precise su ubicazione e competenze di un ufficio comunale l’urp (ovvero l’Ufficio Relazione con il Pubblico) è l’ultimo numero da chiamare. Ve lo sareste immaginato?
  • che nel processo che ha portato all’informatizzazione della PA qualcuno si è dimenticato dell’importanza fondamentale dell’aggiornamento delle info. L’avreste mai detto?
  • che se avete bisogno di informazioni precise, l’unica fonte attendibile sono gli usceri.

Comunque oltre a queste preziosissime perle, tutto questo peregrinare, qualche risultato l’ha portato:  Ilpiccolodittatore è finalmente iscritto all’anagrafe italiana, ma la carta d’identità valida per l’espatrio è, ancora, una chimera. E se per caso vi state chiedendo perché un essere lungo 92 centimetri abbia bisogno di un documento europeo valido per l’espatrio la risposta è semplice: il Circo di agambelevate non intende piantare le tende nel Belpaese, ma ha già individuato una nuova isola da colonizzare.

Naturalmente è tutto molto più complicato di come pensavamo: se dovessi descrivere con uno status di faccialibro la mia famiglia, dovrei inventarmi l’emoticon della diaspora:

  • Cosone, che da oggi potrei ribattezzare Ilcolonizzatore (ma non lo farò, Cosone gli si addice molto di più) è già in suol straniero.
  • Cane e gatto sono ospiti di mia suocera (che per la rassegnata dedizione con la quale accudisce le bestiacce è subito diventata Santa Francesca da Lambrate) a Milano
  • io e il Piccolodittatore, invece, dopo un mesetto trascorso nella NewIsland, siamo in Bracciastrappateallagricolturaland, in attesa del foglio di via.

Ma nonostante tutte queste difficoltà, sono felice.

Felice di poter pensare ai Caraibi come un luogo stupendo di villeggiatura ma non come a casa.

Felice di aver incontrato l’Isolachenoncè, di averla odiata, rifiutata, perdonata.

Felice di come mi ha cambiata, perché mi ha tolto tutto ma mi ha restituito il senso dell’essenziale, che è forse il dono più prezioso che l’esperienza potesse regalarmi.

Felice di avere ritrovato la mia famiglia. Di avere al mio fianco il Patriarca e di aver riscoperto Lucrezia Articiok.

Felice della mia nuova famiglia: di Cosone, al quale l’aria europea -checchè ne dica- fa molto bene, del Piccolodittatore che incredibilmente è venuto fuori una cosina bellina bellina nonostante il mix genetico non proprio raccomandabile.

Felice degli amici che in questi quattro anni ci sono stati (e che per quanto mi riguarda, ora, sono parte della mia famiglia) e di quelli che sono riemersi dopo un lungo oblio. Perché in fin dei conti se te ne vai è normale che qualcuno ti dimentichi, ma è bello che poi, ritrovandosi, mesi di silenzio si frantumino in una risata.

Felice che il disagio mi segua, perché alla fine mi ci sono affezionata e comunque è sempre meglio il disagio della sfiga.

Ora vi saluto. Domani mattina incontro Pilar, l’amicasorella, e la sua nipotina e vorrei evitare di arrivare con delle occhiaie modello Zio Fester.

Hasta pronto chicos!

Ps. Il lieto fine è come al solito qualcosa a cui non dovete abituarvi, ma:

  1. è estate
  2. l’Isolachenoncè è ormai un lontano ricordo (yeyeyeyeyeyeye)
  3. viste tutte le magagne che sono successe già ne LaNewIsland ho già materiali per almeno un paio di post – che per una che non riesce mai a rispettare un piano editoriale è tanta roba-.

Pelo e contropelo all’Isolachenoncè

Ancora per poco, ma vivo in un’isola così calda che quando si raggiungono i 23 gradi la gente si barda tipo Messner sull’Himalaya. E se come la sottoscritta soffrite di dolori cervicali da quando ricordate di esistere, la cosa non vi sarà indifferente. Di contro vi ritroverete a bestemmiare in lingue sconosciute a causa della calura per  9 mesi all’anno. E non parlo solo delle bestemmie di chi come me ha fritto quantità industriali di arancini di riso per orde di turisti affamati in condizioni climaticamente INFERNALI -altro che Hell’s Kitchen-. Perché con quella cappa umida che precede gli scrosci tropicali, anche gli expat americani in pensione (che non necessariamente sono anziani e malconci) smorzano un po’ i sempiterni sorrisi per proteggere le bianchissime fauci dall’arsura.

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Apro e chiudo una parentesi sugli Expat americani o assimilabili -perché gran parte dei nordeuropei qui finiscono per naturalizzarsi US e seguire il football mangiando ali di pollo fritte. Grondanti non meglio specificate sauce(s). Of course-. Non ne sono certa, ma credo che imprechino solo col pensiero perché normalmente se li incontri e chiedi loro come stanno la risposta è: “another day in paradise…”.  SEMPRE. Anche se sei nel pieno della stagione delle piogge e le strade sono torrenti d’acqua e fango. Anche se ti avvicini mentre stanno spingendo il quad che è spirato improvvisamente e ci sono quarantamilagradi all’ombra, nemmeno una bava di vento e uno sciame di mosquitos femmine appena finita la dieta nei paraggi.

Per loro è un’affermazione imprescindibile, un istinto irrefrenabile. Tipo Roger Rabbit con “Ammazza la vecchia col flick” -e se non sapete di cosa parlo A) siete illegalmente giovani, sappiatelo  B) Andate subito a vedere Chi ha incastrato Roger Rabbit, che per il NY Times è  tra  i 1000 film più belli della storia del cinema. Per dire-. Fine della digressione sociologica.


Dicevamo che qui di freddo non si muore MAI. Tendenzialmente è sempre estate. E tra le tante cose, that means che sei perennemente a prova costume panzawise, cellulitewise  and pelowise.

Per quanto riguarda i primi due punti, nonostante la cucina dell’Isolachenonce sia il trionfo del junk food american stylllllllla, ce la si può fare: la frutta è deliziosa e le varie ed eventuali sessioni detox risultano quasi piacevoli. La completa assenza di pasticcerie per come le intendiamo noi, e l’inesistenza di brioches e di cioccolato regalano invece un po’ di tristezza alimentare, ma grandi soddisfazioni a livello addominale. E in più c’è l’acqua salata, che ho sempre sottovalutato –e facevo male- perché anche solo arenarsi tipo foca monaca sul bagnasciuga, aiuta.

La questione pelo, invece, risulta decisamente più spinosa. In senso figurato e non. Premetto che in 34 anni di onorata carriera non sono mai andata dall’estetista (se si esclude quell’unica volta che mi sono sottoposta a una pulizia del viso perché avevo fatto sega a scuola e faceva un freddo bestiale). Ma a 14 anni mi hanno regalato il mio primo silk epil, e da allora la mia vita non è mai più stata unplugged -perché anche se i dermatologi ora la pensano diversamente, quando ero piccola io la regola era che se ti depilavi a lametta ti saresti immediatamente trasformata in un orso. E a me Yogi e Bubu sono sempre stati sul cazzo-.

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E insomma in Italia la questione pelo è tutto gestibile. L’ESTATE ITALIANA, SEPPUR UHT, HA UNA SCADENZA e, soprattutto, regala sempre qualche giornata di maltempo che, se non capita durante il we ma nel picco di ricrescita pilifera, è una vera benedizione.

Qui no. Qui non piove quasi mai (esclusi tre mesi di fila in autunno).

Qui non vendono le cerette a strisce.

Qui, ed è questo il vero DRAMMA, non sanno cosa sia un epilatore. E io vivo nel costante terrore che il mio si rompa, angosciata dalla prospettiva di trasformarmi in un lupo mannaro.

  1. EPPURE L’HORROR PILIS NON È UN SENTIMENTO UNIVERSALMENTE CONDIVISO.

Il sospetto mi era già venuto quando, in uno dei primi tragici tentativi di relazione con l’altro sesso, mi ero imbattuta in un estimatore del pelo ascellare (che non ho mai assecondato). Ma il personaggio era piuttosto singolare in tutto, per cui non ci ho dato peso. Sbarcata sull’Isolachenonce ho scoperto invece che quella che avevo classificato come una stranezza da archiviare fa parte di  un movimento di pensiero  A-POLIDE,  A-POLITICO ma PRO-PELO con tanto di donzelle che, al grido VIVA LA NATURALEZA, sfoderano  fieramente  gambe degne di un’alpaca, ascelle che manco Franchino in Fantozzi subisce ancora (qui se avete bisogno di rinfrescarvi la memoria), baffi alla Dalì, monociglio alla Elio e le Storie Tese e inguini così rigogliosi da far impallidire Marina Ripa di Meana ai tempi della campagna animalista firmata Saatchi & Saatchi.

marina ripa meana

E niente, a parte lo shock iniziale –perché al detto donna baffuta sempre piaciuta io non ci ho mai creduto- penso che ognuno sia libero di fare quello che vuole, e se una vive una sana relazione con i propri peli a me non può che fare piacere per lei, di fatto si evita un sacco di scocciature (tanto più che non è impossibile incontrare attiviste propelo accompagnate da discreti manzi).

Ma devo ammettere che nonostante riconosca il fondamento razionale della scelta di rinunciare alla lotta contro il pelo (perché diciamocelo, ogni donna che si depila, in fondo, è un piccolo Don Chisciotte), io proprio non sarei in grado di girare per il mondo modello grizzly, perché al primo sguardo estraneo che si posasse su una porzione di pelle recante peli, io, in preda a un senso di vergogna ancestrale (che al confronto Adamo ed Eva dopo aver assaggiato il frutto proibito #CIAONE) cadrei a terra esanime e mi lascerei morire così. E anche se mi costa ammettere che questa pelofobia fa parte di un’immagine stereotipata della donna che tendenzialmente depreco e BLABLABLA, anche se per questo esercito di piccole Frida Kalho nutro di fondo una certa simpatia, anche se la natura mi piace, io credo che continuerò finché avrò occhi per vedere (e mani per toccare) nel disboscamento selvaggio di me stessa.

Che poi, diciamocelo, la natura è bella quando si parla di paesaggi mozzafiato, di cuccioli tenerini, di spiagge bianche e incontaminate, ma sono naturali anche la cacca, il cerume, la forfora, il tartaro e l’alitosi. Ricordiamocelo.

In da luggage loop (con mi amiga perra)

Io non so come facciamo i blogger seri. Quelli che hanno sempre qualcosa da raccontare e che soprattutto hanno sempre il tempo per farlo. Io in questo sono un disastro. Lo sono in condizioni normali, figuriamoci ora che sto preparando la transumanza. E comunque, visto che di tempo ce n’è poco, la smetto subito di biasimarmi e passo agli aggiornamenti sulle mie disAvventure agambelevate.

Partiamo da una grande verità (di cui per dire il vero io non mi sono ancora resa per davvero conto): mancano meno di due settimane alla data della nostra partenza.

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Cosone è tornato sull’Isolachenoncè e i preparativi sono febbrili. La casa si sta lentamente svuotando e, come sempre accade quando l’obiettivo non è spostare cose ma venderle, c’è una gran confusione ovunque. Il tavolo della cucina è invaso dagli oggetti più disparati:

  • una carrucola per il sollevamento di una tonnellata e mezzo
  • una sega circolare
  • svariati martelli
  • diversi set di punte da trapano
  • una levigatrice
  • prolunghe elettriche
  • sacchettini pieni di chiodi
  • piedi di porco (2)
  • livelle (2)

e molto altro di cui ignoro il nome e probabilmente anche l’uso. Ma ovviamente la modalità gran bazar non è circoscritta alla sola tavola. Diciamo che lì si concentra il comparto fai da te/carpenteria. A terra, accanto alla porta di ingresso invece c’è il distretto musicale con due amplificatori, un sacchetto pieno di cavi audio, un cajon, e un mazzo di corde per chitarra di diverse dimensioni. Accanto, il diving corner ospita le pinne, il regolatore e la muta di Cosone, mentre sul divano troneggia una pila vertiginosa di asciugamani lavati -in vendita pure quelli- . C’è perfino un angolo “eredità” con i vestiti e altri piccoli oggetti che invece regaleremo.

Per mettere in vendita tutte queste cianfrusaglie sul L’Isolachenoncè Buy and Sell (la pagina Facebook dove chiunque sull’Isolachenoncè abbia bisogno di qualcosa scrive) abbiamo dovuto ovviamente imbellettarle, catalogarle e fotografarle. Un lavoraccio del quale devo dare pressochè tutto il merito a Cosone che, eroicamente, ha portato a termine lo shooting con il solo ausilio della fotocamera del suo disgraziatissimo cellulare e di una pila (tenuta in bocca).

Parallelamente a questa estemporanea esperienza da commercianti/stylist/fotografi siamo impegnati anche in un altro compito a ciclo semi-perpetuo ovvero il luggage loop. Il luggage loop è un’attività particolarmente snervante che consiste nel caricare compulsivamente lavatrici ad oltranza, stendere i panni, piegarli, riempire le valigie, accorgersi che sono troppo piene, tirare fuori tutto, riselezionare le cose da portare, riprovare a riempire le valigie, riconstatare che sono troppo piene, risvuotarle e via così finchè non si riescono a chiudere le cerniere. Attualmente sono al 3 ciclo completo ma penso che mi ci vorranno almeno altre due ronde prima di poter raggiungere risultati apprezzabili (Mary Poppins beata te mannaggia!)

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E se tutto questo non è sufficiente per configurare una situazione di disagio ai massimi, si aggiunga il fatto che siamo nel pieno della semana santa che, a dispetto del nome, qui non ha assolutamente niente a che vedere con la spiritualità e il digiuno. L’Isolachenoncè si è così riempita di turisti (per la maggioranza latinoamericani) ubriachi, che ascoltano musica altissima, bevono birra a mollo nell’acqua hasta la cintura e mangiano pollo fritto. Descritta così sembra una situazione da incubo ma secondo me è soprattutto un’esperienza antropologicamente interessante, e a tratti anche divertente -e comunque non è molto diverso da certe isole greche ad Agosto-. Nel nostro caso è stata anche utile (ogni tanto una gioia) perché la fortuna ha voluto che ci siano capitati come temporanei vicini di casa un gruppo di ragazzi (metà messicani e metà honureni) che si sono innamorati del Piccolodittatore. E poiché l’amore è corrisposto anche dal minuscolo despota, io e Cosone lo lasciamo con piacere socializzare con i nuovi amici -formalmente- perché così si abitua allo spagnolo, ma la verità è che anche se parlassero asdrubalo andrebbe bene comunque: a una baby sitter gratis non si dice mai di no (anche se ripensandoci, meno male che parlano spagnolo così siamo potuti intervenire prima che una di loro riuscisse a insegnare al Piccolodittatore il ritornello di una delicatissima canzone dal titolo que perra, que perra, que perra mi amiga. Devo però confessare che quasi mi è spiaciuto intromettermi perché la “maestra” era così solerte nella docenza di questa pietra miliare del reggaeton da dotarsi di un’amica per dare al Piccolodittatore una concreta rappresentazione del concetto amiga perra. BRA-VAH).

perra mi miga

Potrei dirvi un sacco di altre cose, tipo raccontarvi quanto il mio precarissimo equilibrio mentale sia provato dai cambiamenti in arrivo, delle paure che a volte mi paralizzano, dei nervosismi, delle passeggiate al mare finalmente in tre, del fatto che per il quarto anno consecutivo ho mancato la tradizionale pizza alla diavola del venerdì santo (un po’ per scaramanzia visto che in questo momento ho bisogno di tutto eccetto che dell’ira divina, un po’ perchè qui la pizza è una chimera). Ma devo andare a ritirare la biancheria stesa in giardino. Sì, il  luggage loop non si ferma nemmeno per Pasqua.

Ah, a proposito, auguri!

La regola dell’Isola (dei Famosi) e la metamorfosi del trolley: si riparte.

Del fatto che Cosone sia momentaneamente assente ve l’ho detto e ridetto; per circa due mesi ho continuato a rimandare il momento delle spiegazioni ma mi sa che ora è davvero giunto il tempo di spifferare tutto. Perché come disse l’ottima Simona Ventura nella gloriosa puntata del 7 ottobre 2008 dell’Isola dei Famosi:

Dada tracta est.

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E se pensate che questa citazione sia solo perché sono una nostalgica dei tempi in cui SuperSimo dettava gli standard del trash (cosa che per altro non ho nessuna difficoltà a ammettere), vi sbagliate. E’ che l’Isola dei Famosi, nella mia vita, ha giocato un ruolo cruciale (e poi un dice disagio).

Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio anzi, più precisamente, partiamo dagli albori: io Cosone l’ho conosciuto per colpa del mio amico Bike.

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Il mio amico Bike è una vergine da manuale con degli sprazzi di follia che, se devo dare credito all’oroscopo, non possono che dipendere da un ascendente estroso. Già colpevole di avermi presentato l’Uomo Stronzo di cui vi parlavo al mio compleanno, un giorno Bike decide che è giunto il momento di calare l’asso di danari e a un concerto a cui dovevamo andare insieme, si presenta con Cosone.

Le cose vanno subito per il meglio: Cosone mi invita ad uscire e al primo appuntamento io ci arrivo con svariate costole rotte, un occhio tumefatto e tre punti di sutura subito sotto al sopracciglio (nel frattempo avevo fatto un incidente in macchina). Ovviamente imbottita di oki e di non so cos’altro perché con le cassa toracica a pezzi mi faceva male respirare – figuriamoci camminare sui tacchi. Già perché all’epoca le ballerine al primo appuntamento non era un’opzione contemplabile-.

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Dal mio diario: io al primo appuntamento con Cosone

Al secondo appuntamento è Cosone a introdurre l’elemento sorpresa presentandosi con un nuovo taglio di capelli: la cresta. E magari a qualcuno tutto questo avrebbe suggerito qualcosa, ma a me no. Dopo tutto, sono – e sono sempre stata- bionda. Comunque, nonostante le ossa rotte e le cadute di stile tricologiche la storia procede a gonfie vele finché Rai2 non inizia a mettere su la squadra da mandare in Honduras (per non mi ricordo quale edizione dell’Isola dei Famosi) e a Cosone, che all’epoca lavorava con le produzioni tv, viene proposto di partire. Naturalmente da neofidanzata politically correct reagisco all’annuncio nell’unico modo possibile: mentendo spudoratamente e così, mentre dalla mia bocca uscivano frasi tipo “che fantastica opportunità professionale”, “non devi lasciartela scappare”, “devi assolutamente partire” –  dentro la mia testa partivano le famose madonne venete che poi, vedi com’ero moderna, senza saperlo avevo anticipato Pope Francis e il suo fantastico tentativo di elevare la bestemmia a incoraggiamento per l’Altissimo a fare meglio – .

Come ci insegnano sin dalla più tenera età, comunque, le bugie non si dicono perché non sai mai come va a finire. Io, per esempio, ero finita in una convivenza di tre anni in cui, con la scusa che luièokilsuolavoroèunamerdamaluièok, non c’era stato un solo compleanno insieme e, a parte le vacanze estive, qualsiasi altra ricorrenza o ponte l’avevo passato in compagnia d’altri. Manco fossi stata l’amante (che almeno, di solito, viene ricoperta di regali compensativi, futili e costosi). Va da sé che qualcosa dovesse succedere: non è possibile che una scelga il ruolo di borsetta di sua spontanea volontà. E non saprei dire se le cose sarebbero andate comunque così se nel giro di nove mesi non avessi dovuto lasciare la mia casa, mia nonna non fosse morta e non mi fossi resa conto che se io e Cosone avessimo voluto avere un figlio il mio intero stipendio se ne sarebbe andato per pagare qualcuno per fare quello che avrei voluto fare io, ossia vederlo crescere. Ma è andata che tutte queste cose sono successe e che, improvvisamente, lo scellerato piano di Cosone di trasferirsi in Honduras, dall’essere motivo di feroci liti è diventato prima un’alternativa, e poi una scelta. E da borsetta divenni un trolley.

Sono passati quasi quattro anni da allora e molte cose sono cambiate, ma alcune certezze restano, una tra tutte, quella che con l’Isola dei Famosi di mezzo non c’è da scherzare. E qui veniamo al perché Cosone  non sia sull’Isolachenoncè– e ancor più -, al perché il fatto che lui non sia qui testimoni che comunque il disagio alle persone si affezioni. Secondo voi come mai sono da sola? Esatto! Cosone sta di  nuovo lavorando con la tv italiana (ha quasi finito per essere più precisi) ma io, in barba al disagio, resto un trolley, anzi, mai come ora lo sono.

Tutto questo per dire che dopo anni di assoluta stanzialità sull’Isolachenoncè, a breve ci rimetteremo in marcia: a fine Aprile la nostra avventura tra i pirati e i debosciati dei Caraibi si concluderà. I preparativi sono ormai già in avanzato stato, i biglietti sono presi, i documenti -in teoria- in regola. Insomma, caro Giulio (Cesare) scusami se ancora una volta non cito te ma la SuperSimo, ma tocca ripeterlo: dada tracta est. Siamo di nuovo a gambe levate.

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In questi due mesi e mezzo senza Cosone io mi sono occupata (e magari avessi finito!) di vendere tutto il vendibile e regalare tutto il regalabile. Ho anche iniziato la processione casa-cassonetto con i quintali di cose inutili che inevitabilmente si accumulano vivendo. Insomma sono abbastanza a buon punto – ma anche no visto che per quando torna Cosone volevo avere tutto pronto e non credo di farcela-.

Naturalmente i livelli di frenesia sono ai massimi, le nevrosi a briglia sciolta, la raccolta di aneddoti trash al completo, ma non vi racconterò tutto oggi.

Per il momento dirò solo che torneremo in Italia giusto il tempo di stare un po’ con amici e famiglia, ma che poi ci rimetteremo in viaggio per una nuova isola. Che partiremo tutti, quadrupedi inclusi.

Preparatevi anche al fatto che le mie partenze sono sempre fantozziane, e abbiate pietà di me se nei prossimi mesi sarò un po’ anarchica negli aggiornamenti ma si fa quel che si può.

Hasta pronto!

Sticazzi therapy

Ovvero di perdite e ritrovamenti, di morti e resurrezioni, della Sindrome di Jessica Fletcher e del Complesso di Dodo.


Io sono caustica e tendenzialmente pessimista per natura.

E se il mio essere acida non so a chi imputarlo, la capacità di delineare tutti gli scenari apocalittici possibili e INImmaginabili l’ho chiaramente ereditato da mia nonna. Si tratta di una vera e propria patologia che tra i tanti sintomi causa disagio, ansia, ansia e disagio. Ancora poco indagato dalla scienza il J.F. desease, anche noto come Sindrome di Jessica Fletcher, si trasmette per via genetica ed è per tanto incurabile. Non essendoci farmaci per alleviarne la sintomatologia, chiunque ne soffra si arrangia come può. Mia nonna, per esempio, ci dava di avemariecomesenoncifosseundomani, ma la cosa con me non ha funzionato e fu così che arrivarono le nevrosi.

jessica fletcher

Comunque, nevrosi a parte, la più grande sfida che ho dovuto affrontare come portatrice della famigerata Sindrome di Jessica Fletcher è stato l’incontro con Cosone e con le sue turbe mentali che, all’opposto delle mie, si manifestano in una fiducia nel futuro così eccessiva da essere patologica, meglio nota come S.O. desease. Se non ne avete mai sentito parlare, l’Ottimismo suicida è quella malattia per cui il paziente, che altrimenti potrebbe quasi sembrare normale, cade inaspettatamente in stati di crisi allucinatoria -della durata che può variare dai cinque minuti ai cinque anni- per cui si convince che tutto andrà bene sempre e comunque, anche se l’idea è quella di buttarsi da un burrone. Per questa ragione l’Ottimismo Suicida viene anche chiamato Complesso di Dodo.

Ora che sapete cosa sia il Suicidal Optimism desease potete capire perché io e le mie turbe ogni tanto abbiamo un po’ di difficoltà a rapportarci con Cosone e le sue, ma se credete che in questa mia parentesi di vita che vede il portatore di S.O.D. lontano* dalla portatrice di J.F.D le cose siano più semplici vi sbagliate di grosso. Prima di tutto perché alla fine il pessimismo cosmico che mi porto dietro ha bisogno di un ottimismo sconfinato per essere bilanciato, e secondo perché oltre a Cosone io ho un altro compagno di vita – di lunghissimo corso – che si chiama disagio il quale, come il più premuroso dei partner, non mi abbandona mai nonostante i precetti dell’agambelevatismo.

Per esempio questa settimana che secondo Paolo Fox (no, non sono una patita degli oroscopi ma Paolo Fox è Paolo Fox, se non sapete il perché l’ho raccontato qui) doveva andare mediamente bene, è andata abbastanza di merda. E se pensate che sia esagerata ve la racconto, così da sfatare qualsiasi dubbio in merito.

fantozzi

Seguendo un ordine puramente cronologico iniziamo con un ottimo lunedì di sole in cui il mio telefono Caterpillar – comprato perché doveva resistere a tutto- si spegne tra le mie mani per non riaccendersi più. E’ il settimo che muore prematuramente e per cause poco chiare da quando sono sull’Isolachenoncè.

Martedì – in un modo che ancora non so spiegarmi- perdo la mia borsa (a tracolla!) con dentro dei soldi, le chiavi di casa ed entrambi i miei bancomat. Il tutto accade alle 7 di sera e l’altra copia delle chiavi, naturalmente, era con Cosone (sulla costa). Prima di iniziare a disperarmi vado dal padrone di casa: al primo tentativo non lo trovo – e siccome sapevo che doveva partire per il Belize, un po’ di panico mi sale-. Al secondo tentativo scopro che il dueño c’è ma che non ha una terza copia delle chiavi, e siccome alle finestre ci sono le inferriate, l’unica cosa da fare è trapanare la serratura. Il tutto avviene con il Piccolodittatore che piange in preda alla disperazione per la fame (con una breve tregua durante la fase della trapanatura, durante la quale però non ha mai smesso di gridare: gira, gira, gira). C’è da dire che potevo rimanere fuori casa per una notte intera senza soldi e senza cibo, per cui quasi mi sento graziata.

Mercoledì sono ormai pronta a tutto: non mi stupisco quindi quando scopro che la nuova serratura non chiude la porta da fuori, ma evidentemente non era abbastanza come sbattimento perché prima di pranzo mi accorgo che l’astuccio con i soldi per fare le spese è sparito dalla mia borsa (un’altra ovviamente). A quel punto tra me e me penso che sarebbe stato più prudente chiudersi ermeticamente in casa invece che andare in spiaggia, soffoco una sequela infinita di improperi, e incasso il colpo dandomi anche della cretina perché, anche se non so spiegarmi come per la seconda volta in una settimana, è chiaro che l’ho perso io.

Non paga giovedì – sempre più al verde- ritorno in spiaggia e sarà che non avevo più nulla da perdere o rompere, ma va tutto bene. Torno a casa trotterellando, incoscientemente convinta che la parentesi fantozziana si fosse conclusa, e lì scopro che no, la tragedia è ancora dietro l’angolo: mentre sto riempiendo la vasca da bagno, il Piccolodittatore decide infatti che piuttosto che lavarsi è meglio la morte e così si lancia in una corsa suicida che termina con un tuffo di testa dal ballatoio (alto poco meno di mezzo metro) con atterraggio di faccia. Naturalmente è una maschera di sangue – io perdo 20 anni di vita- ma per lo meno non c’è niente di rotto e, vista la settimana, quasi ringrazio della fortuna.

Giusto per aggiungere carne al fuoco, questa settimana è stata una delle poche (e comunque magari aumentassero) in cui mi è capitato di lavorare e ciò significa, dato che non ho nessuno a cui lasciare il Piccolodittatore, che da lunedì a mercoledì non ho praticamente dormito: la notte è l’unico momento in cui ho la calma sufficiente per connettere il cervello, e le scadenze sono scadenze.

Ora, normalmente una scarica infinita di sfighe in combo con la privazione di sonno provocano, nella sottoscritta, un’incazzatura esistenziale di una violenza inenarrabile. Ma questa volta, forse perché l’aria dei Caraibi mi ha reso più oculata nel dispendio di energie (leggi: pigra), invece di agitarmi sono riuscita a restare quasi calma e a inserire la modalità sticazzi.

metodo-sticazzi

Sticazzi al lunedì perché alla fine un telefono non è poi la fine del mondo.

Sticazzi al martedì: alla peggio mi farò mandare qualcosa da Cosone e le carte le rifarò appena posso.

Sticazzi al mercoledì in fin dei conti non era una gran cifra. Un po’ meno sticazzi al giovedì, ma alla fine, visto il volo, tantecaregrazie che l’epilogo sia stato in fin dei conti una gran paura e una bella escoriazione, e niente di più.

Confesso comunque che venerdì mattina ho aperto gli occhi con qualche timore e invece per me ci sono state belle sorprese: il telefono è magicamente resuscitato dopo aver tolto le sim, averlo sbatacchiato per bene e averlo rimesso in carica con zero aspettative di successo. La borsa è stata ritrovata da una tizia e così, con 25 dollari di ricompensa, sono tornata in possesso dei miei bancomat (che a quanto pare non funzionano ma la banca spero mi farà sapere qualcosa a breve).  L’astuccio con i soldi è stato rinvenuto in camera del Piccolodittatore, che tra le tante cose è un cleptomane con una passione sfrenata per le mie borse. Uniche note dolenti, la porta di casa che non è stata riparata (ma ho trovato comunque un modo alternativo per chiuderla) e la faccia del mini despota, che non è decisamente un bel vedere.

Ora, potrei ridurre tutto questo a un semplice quanto inelegante finalmente na botta di culo – dopo tanta sfiga-, ma sono nevrotica e una delle mie perversioni preferite è quella di concatenare in modo assolutamente arbitrario cause ed effetti quindi, da tutta questa storia, voglio trarre una morale.

E l’insegnamento è il seguente: se il disagio ti segue e nonostante le deviazioni ti raggiunge pure, sticazzi. La tua indifferenza sarà il miglior modo di confonderlo: nella peggiore delle ipotesi ti troverai nella merda ma almeno ti sarai risparmiato una gastrite. Nella migliore delle ipotesi, come questa volta è incredibilmente capitato a me, sarà il disagio a cambiare strada e tu avrai il tempo per fare qualcosa di meglio che angosciarti. Come per esempio leggere questo bellissimo blog, condividere un post o lasciare un commento. Ma se preferisci mangiarti un gelato, lo capirò.

*del perché Cosone non ci sia, giuro, ve lo racconto prestissimo. Lo giuro!

Di lavatrici, risultati elettorali e paternità (acriliche)

Non so come sia la situazione in Italia, ma qui piove da un paio di giorni e Faccialibro mi ha appena consigliato di portarmi via l’ombrello anche domani perché, a quanto pare, serà un dia de lluvia. Otra vez.

Eh vabbè, sticazzi, vorrà dire che si starà più a casa e che avrò più tempo per lavare i panni. Sì perché della lavatrice nuova non c’è traccia, mentre la carcassa della vecchia domina ancora indisturbata il laundry corner in da garden. Ora, io mai nella vita avrei detto che mi sarei trovata a dover lavare quintali di roba (tra cui lenzuola e asciugamani… maledetti asciugamani) come forse nemmeno mia nonna si è mai trovata a fare, ma devo dire che stare a contatto per anni con i backpackers mi ha resa un’esperta nell’arte della sopravvivenza, e insomma me la cavo egregiamente. E’ vero che ormai la vasca da bagno è quasi esclusivamente adibita all’ammollo dei panni, è vero che preferirei pigiare uva per fare il mosto invece che biancheria per fare il bucato, ma è altrettanto vero che questo esercizio continuo (perché la regola che mi sono data è che tutte le volte che entro in bagno faccio un passaggiolavatrice) mi ha ricordato l’esistenza di muscoli che non credevo di avere – il che di per sé non è un male – .

Sia chiaro, l’approccio zen alla lavanderia non durerà più di qualche altro giorno: ho imparato ad aspettare senza lamentarmi, non ho mai detto di essermi trasformata in mahatma Gandhi, e ritrovarmi a sciacquare le lenzuola un’altra volta potrebbe minare seriamente il mio equilibrio portandomi a reazioni inconsulte. Speriamo che la questione si concluda in tempi rapidi anche se, confesso, ho un po’ paura: ultimamente il gene svizzero della mia padrona di casa si è atrofizzato mentre la flemma acquisita insieme al nuovo status di chica latina è aumentata esponenzialmente. Vedremo.

washing-machine-laundry-.jpg

E comunque a parte questi drammi da desperate housewife, volevo aggiornarvi sulla questione elettorale. Sappiate innanzitutto che state leggendo una mentecatta che non si era resa conto che quelle della settimana scorsa erano solo le primarie. In secondo luogo sappiate che sempre la sottoscritta, pur essendo una mentecatta, c’aveva visto giusto: le consultazioni di domenica sono state vinte dai due candidati che io avevo dato per favoriti, ossia il pluriindagato Sindaco Uscente (S.I.)  e il molto chiacchierato avvocato Re dei polli (R.d.P. già main importatore di bipedi surgelati dell’Isolachenoncè e proprietario di una delle più importanti arene per la pelea de gallos del paese, che però ora non è più legale).

In sostanza per il momento non è cambiato nulla, o quasi. Fino a novembre continueranno le feste elettorali: si mangerà e si berrà ancora a scrocco, e questa è senz’altro una buona notizia. Altra buona notizia, per me che amo il trash, è che iniziano a girare anche le prime teorie complottiste: una delle più accreditate vuole che R.d.P., in vista delle elezioni, si sia prodigato a pagare una massa consistente di ispanici della terraferma perché prendessero la cittadinanza sull’Isolachenoncè e assicurarsi così più voti. Così, per dirne una.

Per il resto questa settimana è stata assolutamente degna del venerdì (17) con il quale trova epilogo: potenzialmente nefasta ma in fin dei conti meno peggio del previsto.

luna-nera

Sarei dovuta andare a trovare Cosone sulla terraferma, avremmo potuto passare quasi tre giorni insieme, e invece ho scoperto (ovviamente dopo aver preso il biglietto) che c’erano delle scocciature burocratiche da risolvere per cui niente terraferma e con Cosone ci si è visti molto poco. Nota positiva, non c’è stato tempo per litigare (e io sono molto abile in genere a sfruttare anche i più piccoli ritagli) e alla fine – nonostante il salasso- sono contenta che abbiamo concluso anche questa noiosa trafila.

E comunque visto che del mio disagio si è parlato abbastanza, ora si cambia argomento.


Per chiunque passi più di qualche settimana sull’Isolachenoncè è subito evidente che qui passa una quantità di gente strana inimmaginabile. E giuro che non voglio emettere nessun giudizio, che di bigotti e moralisti a sto mondo ce ne sono anche troppi. Il fatto è che nella mia vita fondamentalmente tranquilla, non mi ero immaginata potessero esistere persone così particolari. E con particolari intendo gente da ricovero, ma perfettamente in grado di viaggiare, sostentarsi e risultare socialmente piacevole.

L’ultimo straordinario caso umano (detto nell’accezione più positiva possibile del termine) sbarcato sull’Isolachenonce è tale Iaco. Radici orgogliosamente lombarde, due incisivi mancanti per cazzate di gioventù (dice lui che secondo me non supera i 25), una protesi dentaria perduta e mai ripristinata perché:

“stavo in una comune in Guate, già eravamo tutti nudi, e allora ho detto ‘sti cazzi anche i denti”.

Iaco gira il mondo da un bel po’ di tempo vivendo come può. Qui, per esempio, si è messo a lavorare con un contadino e aiuta un altro signore con il carico scarico merci. Ha anche provato a prendersi il suo posto al sole, ma gli isolachenoncesi non hanno apprezzato l’italian style della baracca che stava costruendo sulla spiaggia (attorno ad un’amaca) e l’hanno cacciato dalla sua magione proprio durante la posa del tetto. Ora vive in casa di una famiglia isolachenoncese in da very very bronx of da island.

Ma non per questo Iaco brilla nel firmamento del mio personale olimpo delle divinità geniali incomprese. Nossignori.

Iaco assurge alla dimensione del mito in quanto padre.

Di un cane.

Trovato nella munnezza quando viveva con la sua fidanzata in Danimarca.

Che risponde a nome di Gustav.

Di peluche.

Grigio.

Iaco -tutto serio- ha anche chiarito che, visto che con la sua ex (ossia la mamma di Gustav, per gli amici Gusty) ha comunque buoni rapporti, l’affidamento di Gusty è condiviso, ma anche che, per il bene del piccolo, qualora uno dei due genitori viaggi, deve portare via anche Gustav

“perché è importante che veda il mondo”.

Per questo Iaco si prende cura del mastino ormai da tre anni consecutivi. E mi ha confidato anche che per lui separarsene, ora, sarebbe molto difficile.

Avrei voluto approfondire con lui quali fossero le implicazioni della paternità 100% acrilico, ma quando ho visto gli altri ragazzi sul molo trattare Gustav come se fosse davvero reale, ho pensato a un’epidemia di qualche strano virus che colpisce il sistema nervoso centrale e sono scappata agambelevate prima del contagio.

Ps. Caro Iaco, visto che siamo nei giorni giusti, ovunque tu sia, buona festa del papà.

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Della politica, di pirati e di campagne elettorali sull’Isolachenoncè

Sull’Isolachenonce la politica è una cosa strana.

Dovete sapere prima di tutto che l’Isolachenonce e l’arcipelago di cui fa parte sono state di dominio spagnolo, olandese e inglese. Pare inoltre che l’assoluta predominanza culturale inglese dipenda dal fatto che ad un certo punto una parte dei coloni che vivevano alle Cayman si sia trasferita qui. Secondo questa ricostruzione storica quindi gli antenati dell’Isolachenonce altro non sarebbero che i reietti dei coloni inglesi alle Cayman o discendenti di pirati.

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Ora io non so se sia così che sono andati i fatti – perché ho provato a verificare su internet e a parlare con la gente di qui ma di questa cosa non c’è traccia- però, se così fosse, a me si spiegherebbero molte cose. Quello che invece sappiamo con certezza è che in un anonimo mattino inglese del 1859 la cara Queen Victoria si svegliò appesantita e, per alleggerirsi, decise di cedere l’arcipelago dell’Isolachenonce al governo della mainland – di cultura tutt’altro che british- guadagnandosi l’odio sempiterno degli abitati dell’arcipelago dell’Isolachenonce che così, non solo perdevano il passaporto inglese, ma finivano per di più sotto il controllo di uno stato giovane, instabile e disorganizzato, con il quale non condividevano nemmeno la lingua (nella mainland si parlava e si parla tutt’ora spagnolo).

queen vittoria
Queen Vittoria: sempre bella&brava

L’Isolachenonce è dunque dominio della mainland da oltre un secolo ma, un po’ come gli altoatesini con l’Italia, non c’è verso che gli abitanti se ne facciano una ragione. Differentemente da quanto accade a Bolzano, dove in effetti la gente si comporta come se fosse austriaca, i bianchi di qui non hanno nulla di europeo. A dire il vero l’elite delle famiglie storiche dell’Isolachenonce non è nemmeno composta da soli bianchi. C’è infatti una minoritaria componente afro – discendente da famiglie di schiavi emancipati – ma non pensiate che per questo l’isola sia tutta egalitè e fraternitè. Semplicemente, qui, il criterio di discriminazione non è tanto il colore della pelle (per quanto sia tristemente vero che bianco è meglio) quanto la conoscenza della lingua inglese nella versione locale – che se fosse inglese caraibico sarebbe già tutto più semplice ma non si sa perché qui parlano una cosa che suona tipo creolo ma meno comprensibile-. Praticamente se disimpari qualsiasi regola di fonetica british, smetti di coniugare anche quelle due persone in croce che prevedono i verbi inglesi e regoli il volume delle tue conversazioni a “più infinito” puoi sperare di essere accettato. Se poi fai parte di qualche culto strano di derivazione cattolica tipo chiesa metodista o sabatista, beh sei a cavallo.

Ovviamente gli isolani si sentono incredibilmente superiori agli abitanti della mainland che chiamano dispregiativamente spaniard, e per questa ragione da circa 500 anni portano avanti una società praticamente endogama (anche se le cose stanno lentamente cambiando) il che spiega il numero assolutamente considerevole di freak che è possibile incontrare in questa piccola comunità.

Sarà l’endogamia, sarà il sole che picchia troppo forte, ma l’altra stranezza che unisce la white people of da island (che poi non sono nemmeno tutti bianchi, come vi dicevo) è la convinzione di essere americani. E non americani qualunque, no. Redneck sostenitori di Trump e di tutte le sue teorie razziste del cazzo. La cosa divertente è che qui non siamo in Texas, siamo in uno dei paesi più poveri e arretrati del Centro America, che molte delle persone che sotto elezioni americane girava con la spilla di Trombetta ha un passato da immigrato negli States e che la gran parte di essi, in America, non sarebbe considerata bianca. Vi ricordate della cara Ms Loretta Brown, quella della casa da incubo? Per esempio lei, afro, sposata con Mr Brown, afro pure lui -e lui tuttora pendolare tra l’Isolachenonce e gli USA- e con una figlia, ovviamente afro, attualmente in un’università americana, secondo voi chi ha sostenuto? A chi erano indirizzate e preghiere e i salmi (qui è una pratica piuttosto diffusa) dei suoi status Facebook? A Bernie Sanders? Ma vabbè di buoi che danno del cornuto all’asino mi pare sia pieno il mondo. Semplicemente l’Isolachenonce non fa eccezione.

trump donald
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Comunque se sulla politica estera (che poi qui si seguono solo le elezioni USA, che non crediate!) gli isolani hanno delle idee spaventose ma chiare, quando la campagna elettorale si gioca sul territorio nazionale le cose si fanno divertenti davvero. Perché mentre in Europa e in America vince chi la spara più grossa, qui succedono cose mai viste.

Partiamo da un presupposto: nella mentalità locale non esiste il futuro (ma il punk non c’entra); tendenzialmente qui si lavora per guadagnare la giornata (non sempre è una scelta, ma lo è in molti casi), non per accumulare (che sarebbe comunque difficile vista l’entità di uno stipendio medio), e se si trova il modo per arrangiarsi senza fare nulla è anche meglio. L’unica cosa importante è arrivare a sera, sempre che el Primero lo permita, e cosa succederà domani non è affare di cui preoccuparsi anzitempo.

Capite bene che con quest’andazzo un povero politico non è che possa puntare solo su comizi e promesse da marinaio. E così in pieno stile berluska qui si è imposta la politica del fare (feste). E che feste!

berlusca

Quando un candidato organizza un evento tutta la comunità è invitata: giovani, vecchi, bambini, preti dei più diversi culti (si qui ci sono 10 abitanti in croce ma centoventordici chiese), crackomani all’ultimo stadio (che però sono integratissimi), ubriaconi, bianchi, neri, ispanici, grassi, magri simpatici e antipatici. A ognuno viene consegnata una t-shirt del colore dello schieramento promotore e altri gadget rigorosamente brandizzati da indossare alla festa. Chi non veste la maglietta del candidato è comunque in perfetta pendant con le tinte del partito. E tendenzialmente tutti cercano di essere il più elegante possibile.

Girare per strada in una di queste giornate è quanto mai surreale non solo per via de monocromo che imperversa ma anche per la viabilità (nonostante ci siano sostanzialmente solo due strade in tutta l’isola) che impazzisce. Per assicurare a tutti la partecipazione, talvolta viene spiegata una flotta di trasporti privata -e brandizzatissima- composta da golfcart, tuc tuc e due pickup – di solito usati per la munnezza o per i traslochi- che, a più riprese, trasferisce tutta la cittadinanza nella casa del candidato di turno.

Quando la festa inizia (di solito per pranzo) le strade sono forse ancora più surreali che in fase pre-evento perché, a parte i turisti, non si vede anima viva e questa tranquillità così irreale si trascina per ore, o perlomeno finché non si sono esauriti alcol e cibo al comizio. A quel punto l’incanto si spezza e inizia la trasumanza contraria, solo che la gente ha perso nel frattempo ogni volontà di contegno o pretesa di eleganza e sfila così una colonna lunghissima di vetture cariche di donne col trucco sfatto e i capelli ormai impolverati che ridono rumorosamente, uomini che sghignazzano gesticolando tra loro e bambini sotto evidente bombardamento di zucchero (che se non avete figli non lo potete sapere, ma sui nani lo zucchero ha più o meno l’effetto di un’anfetamina) che, euforici, uniscono le proprie grida ai clacson dei tuc tuc che suonano all’impazzata perché vabenecosì. E naturalmente tutto questo si ripete ogni volta che un candidato (non importa di quale schieramento) organizza qualcosa.

Ora, se dal punto di vista dell’efficacia strategica dubito fortemente della validità di questo approccio democraticamente epicureo alla politica, c’è da dire che per lo meno i cittadini hanno così la certezza che almeno una volta nella vita il futuro eletto avrà fatto qualcosa di buono per loro. Il che, se ci pensate bene, non è assolutamente scontato. Tutto questo per dirvi che sull’Isolachenonce si sta per concludere la campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco: domenica si vota.

Mi pare di aver capito che lo scontro vero sarà tra:

  • S.U. ovvero il sindaco uscente – rampollo di una famiglia isleña dogc, poco dopo l’elezione è diventato suo malgrado oggetto di scandalo per via di alcuni problemi con la giustizia. Alle accuse di abuso d’ufficio, appropriazione indebita ed evasione fiscale risponde citando Shaggy e dichiara wasn’t me. A fine processo risulta che tanto pulito non era perché si ritrova con parecchie proprietà – tra cui un resort – confiscati.

e

  • R.D.P. Il re del pollaio – ricco avvocato non nativo dell’Isolachenoncè, si dice abbia costruito la propria fortuna difendendo trafficanti. Chissà se è vero. Tra le tante cose degne di nota, in nostro IRDP è il più grosso importatore di polli sull’Isolachenoncè, nonché proprietario della più importante arena per la pelea del gallos della città. Che però è diventata illegale da qualche anno.

Ma per quanto riguarda programmi e intenti ne so davvero poco. Quello che so per certo è che non aver partecipato a nessuna festa elettorale è stato un errore; ne sono sicura perché l’altro giorno mi sono imbattuta quasi per sbaglio in uno degli ultimi comizi organizzati da I.S.U. e miei ricettori trash sono andati istantaneamente in cortocircuito.

Sarà stata la finezza di regalare quintalate di porco arrostito con le bibbbite gratis (che mannaggia era domenica e dopo le 5 qui è vietato somministrare alcolici altrimenti sai che spettacolo), o la suggestione della location scelta – uno spiazzo che di solito ospita i bidoni della munnezza -, o l’eloquenza del candidato che, inebriato dai fumi del barbecue, ha concluso il discorso in un tempo record dichiarando :“ tengo hambre”, ma io della politica sull’Isolachenoncè, anche se è una cosa strana, mi sono innamorata.

Perso nella giungla

L’Isolachenonce è anche un po’ Il Paese dei Balocchi.

Qui il Comitato Lucignoli World Wide ha il suo headquarter e le attività offerte sono talmente tante che se il povero Collodi fosse ancora vivo, impallidirebbe. La stratificazione sociale by age conta il quasi il 100% di bimbismarriti, termine che designa un’età mentale compresa tra zero e sette anni, e i pochi grilli parlanti sono tutti sotto psicofarmaci per la depressione.prozac

Se per età, la popolazione turistica ed expat dell’Isolachenonce è estremamente omogenea, da un punto di vista della pecunia, è invece possibile identificare due grandi macro: i finanziati e i found raiser.

I finanziati, va da sé, si differenziano dai found raiser in quanto portatori di dote. Rientrano nella categoria i figli di papà, i pensionati, i veterani e Mucca, il mio cane inutile, che mangia a sbafo e dorme tutto il giorno. Sulla carta dovrebbe essere il gruppo di quelli -almeno economicamente- affidabili, ma lasciatevelo dire da una che ha lavorato per due anni dietro al bancone di un bar, non è così. E la ragione è semplice. Avere una rendita non significa essere in grado di gestirla e poi, come vi dicevo, l’Isolachenonce è anche un po’ un Paese dei Balocchi, si entra Lucignoli e si esce somari.

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Molto più variegata è invece la composizione interna dei found raiser. E in genere la discriminante è come si intende effettuare la raccolta fondi: ci sono i lavoratori, quelli che tipicamente finiscono a fare i bartender, gli istruttori di sub o i receptionist negli ostelli; ci sono gli artigiani che vivono della vendita dei propri artefatti (generalmente braccialetti macramè e piccola gioielleria in argento e pietre dure); ci sono i professionisti barattatori,  ovvero persone che per una ragione o l’altra sanno fare qualcosa di pratico e lo mettono a disposizione della struttura nella quale soggiornano in cambio  del vitto, dell’alloggio o di un corso (di sub, di lingua di boh!) e poi ci sono i barattatori professionisti, perché chiamarli scrocconi fa brutto, che pur non sapendo fare nulla e avendo la voglia di lavorare di Homer Simpson nel giorno del ringraziamento, cercano comunque di rifilare a chiunque i propri servigi per scambiarli con ospitalità, e tirano a campare risparmiando fino all’osso, tipicamente chiedendo sconti anche al signore che lavora al baracchino delle tortillas.Ecco, quando la natura del barattatore professionista indugia nell’arte dello scrocco e si ibrida di incoscienza mascherata da senso dell’avventura, hai Jacques.

Jacques è arrivato sull’Isolachenonce qualche tempo fa che sembrava Tom Hanks in Castaway: magro all’inverosimile, con un’aria emaciata e tagli da per tutto.

Jacques ha passato tutta la settimana ingozzandosi di cibo e dormendo una quantità di ore impossibile anche per un orso in letargo. Ma aveva le sue buone ragioni, ho poi scoperto. Perché Jacques veniva da un mese intero trascorso, DA SOLO, in mezzo alla jungla.Come Bear Grylls aveva mangiato frutta trovata per caso, bruchi, insetti e una pernice. Cruda. Cacciata con le sue mani. Che io mi sento male solo a pensarci.

E come non succede mai in Uomo vs. Natura dopo una mezz’ora che camminava in mezzo alla jungla, Jacques si era trovato senza scarpe perché le “superpro infradito” con cui era uscito avevano ben deciso di abbandonarlo. Dopo settimane passate a vagare senza una meta, il lieto fine è arrivato quando il nostro eroe si è imbattuto in un fiume e -astutamente- ne ha seguito il corso finché non ha incrociato dei pescatori che l’hanno riportato alla civiltà e di lì all’hotel, allo zaino e in sostanza alla vita.

Se solo avessi evitato di domandargli COME gli fosse successo di ritrovarsi da solo in mezzo alla jungla, Jacques sarebbe stato una di quelle -pochissime- persone conosciute qui che avrei ricordato con ammirazione.

Ma con i se non si fa la storia. E io sono troppo curiosa per stare zitta e così l’ho fatto. Gli ho chiesto cosa fosse successo. E niente, da the real Indiana Jones a Sua Maestà il Principe dei Gigioni. Dalle stelle alle stalle in una frazione di secondo. Praticamente uno schianto. Perché se è vero che Indy avrebbe apprezzato la location delle rovine di Palenque e l’inseguimento da parte di due guardie armate, la ragione dell’inseguimento, ecco la ragione dell’inseguimento no.

Perché la dura verità è che l’amico Jacques aveva provato a entrare a Palenque senza pagare il biglietto (si trattava di qualche dollaro eh!), che era stato scoperto non da uno, ma da ben due guardiani e che per non farsi prendere si era -letteralmente- dato alla macchia.

Salvo poi perdersi.  Serve aggiungere altro?

Sipario.

 

 

 

 

Di trasferte,di guerre energetiche e di post scriptum sfacciati.

Questa settimana avrei voluto raccontare del perchè Cosone sia latitante da quasi un mese, ma poi lunedì scorso-sempre Cosone– mi ha avvisato che avrebbe avuto due giorni liberi, così con il Piccolodittatore e Muccailmiocanescemo siamo andati a trovarlo e tutti i miei buoni propositi di scrittura sono andati a farsi benedire. Stavo già per arrendermi all’evidenza che non sarei stata in grado di pubblicare niente fino alla prossima settimana quando, scartabellando nel mio computer ho trovato degli appunti risalenti a circa un anno fa su una vicenda a dir poco paradossale.

Del perché ai tempi mi fossi messa a scrivere con tanto zelo di questi fatti è una domanda alla quale non so rispondere, ma per una volta me ne fregherò amabilmente dei perché e dei percome e agguanterò, rapace, questa inaspettata botta di fortuna copiando e incollando qui sotto la cronistoria della Guerra Fredda sull’Isolachenoncè:


Comunicazione di servizio: siccome non ho avuto un secondo libero in questi giorni ho davvero copiato e incollato gli appunti; per questo, anche se si tratta di fatti passati, la narrazione è al presente.


Sull’Isolachenonce da oggi nessuno sprecherà energia. No, non si tratta, sfortunatamente, di una riuscita campagna di sensibilizzazione ambientale. L’Isolachenonce non è in Ururguay. Ma ugualmente, a partire da oggi, tutti gli isolani (nativi e turisti) saranno costretti a stare più attenti ai consumi perché, per un tempo indeterminato, gli uffici della compagnia elettrica locale saranno chiusi. Questo significa, in un luogo dove l’energia viene ricaricata comprando pacchetti prepagati, che se la “serrata” durerà più di qualche giorno, centinaia di persone si ritroveranno senza luce e senza acqua corrente “a tempo indeterminato”, perché come si legge dal comunicato stampa della Società Elettrica, sarà sospesa anche la possibilità di ricarica online.

279h-1

Io sono italiana. Alle stranezze e ai disservizi sono abituata, all’arroganza dei potenti non ne parliamo, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, e per come è messa l’Italia oggi, questo è davvero singolare. Ma se  la sospensione arbitraria di un servizio essenziale come l’erogazione dell’energia elettrica  non è abbastanza per stupirvi, ora vi racconto cosa si dice in giro riguardo la vicenda. Quando lunedì scorso su tutta l’isola è mancata, a fasi alterne, la corrente, noi tutti abbiamo ringraziato Iolanda, simpatica tormenta, che qui è arrivata solo di striscio ma che, garantisco, incazzata era incazzata. E invece no. Perché la sospensione dell’elettricità non dipendeva dai danni della tempesta ma faceva parte della guerra fredda tra Mr Ccei (europeo e Capo Compagnia Elettrica Isolachenocè) e Mr X.

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Pare infatti che Mr X abbia pubblicato sul proprio profilo Facebook un filmato che ritraeva il figlio di Mr Ccei mentre picchiava uno dei tanti matti del villaggio. Si dice che Mr Ccei non l’abbia presa bene e che, invece che riempire di mazzate l’erede (ma forse in privato, chissà…), abbia ben pensato di togliere l’elettricità alla casa e al negozio di Mr X, così, giusto per ribadire che i panni sporchi si lavano a casa e non si “appendono” al web. A questo punto Mr X si è risentito a sua volta e ha chiamato alcuni amici sulla costa per “sfogarsi”. Sfortuna vuole che gli stessi amici riforniscano di benzina la Compagnia Elettrica, e che per solidarietà abbiano deciso di non fare più affari con Ccei:  è a questo punto della delirante vicenda che si inscrive il blackout di lunedì, che, sempre stando ai ben informati, non sarebbe dipeso   dal fatto che la benzina del generatore fosse finita, bensì dalla volontà di Mr Ccei di chiarire quali siano i poteri che realmente governano l’isola.   Devo dire che a me il messaggio sembrava chiaro, e probabilmente lo è sembrato anche a Mr X che però, a quanto pare, ha vocazioni giornalistiche e ha ben pensato di denunciare l’accaduto a una rete televisiva locale che ne ha fatto un servizio. Naturalmente in un’isola grande come una nocciolina la cosa non è passata inosservata ed è scoppiato il finimondo in termini di proteste da parte degli utenti, di  condivisioni sui social network, e purtroppo di rappresaglie. Perché naturalmente Mr Ccei non ha gradito e così, con la scusa di voler tutelare la sicurezza dei propri dipendenti (ma se così fosse, perché sospendere anche il servizio online?) questa mattina ha annunciato la serrata. Alle 9.00 di mattina, giusto per impedire a chiunque di correre a fare scorta. Ora, ancora una volta, sono italiana. Nello stereotipo della mia cultura c’è il culto dell’onore della famiglia e la protezione (a volte eccessiva) della prole. Ma davvero per qualcuno è giustificabile che per una minchiata di un ragazzino un’intera isola rischi di trovarsi senza servizi indispensabili come acqua e luce?  E soprattutto mi chiedo come diavolo sia possibile che un bene prezioso come l’energia sia affidato completamente alla gestione di un cittadino (che agli occhi dei locali ha anche aggravante di essere straniero) senza alcun apparente controllo da parte delle autorità governative sulla sua condotta. Perché banalmente, se la serrata fosse stata annunciata ieri mattina, io mi sarei ritrovata, nel giro di qualche ora e senza alcun preavviso, senza energia e senza acqua corrente. A tempo indeterminato, con un bimbo piccolo e un caldo che si schiatta. Vivendo in un’isola caraibica alle stranezze finisci per abituarti. Ti abitui alle palme addobbate a Natale, che il primo anno che le vedi ti vieni un colpo. Ti abitui alla Semana Santa, che qui suona più come un carnevale, in un turbinio di quad, reggaeton e Coors Light. Ma quando credi di aver visto tutto, ecco che l’assurdo si palesa. E ti arrendi. Perché i Caraibi sono così. Incantevoli, rumorosi, colorati e senza regole. E difficili. E ingiusti.  A volte.

Ps. Ovviamente la vicenda è poi evoluta con risvolti inaspettati. Qualora a qualcuno venisse la curiosità di sapere a che punto siamo, qui sotto c’è un fantastico box per i commenti – finora praticamente inviolato- nel quale potete chiedermi lumi. E se poi per caso non ve ne fregasse niente ma foste in cerca di una buona azione per la giornata, sappiate che lasciandomi un commento avreste assolto alla vostra caritativa quotidiana (aiutando una disagiata) con uno sforzo minimo. Pensateci.

 

Welcome in paradise. Ovvero di morti apparenti, paradisi tropicali e di desideri ittici (mai realizzati).

Qualche tempo fa mi è capitato di fare da ponte -a proposito di sponsorizzazioni- tra una ragazza che lavorava con me e un’amica che sta organizzando un evento. Si, lo ammetto, sono sull’Isolachenonce ma ogni tanto metto con piacere la testa nell’italico mondo della comunicazione, quello che mi ha fatto scappare agambelevate, ma che in fondo mi manca.

Qualcuno direbbe che la volpe perde il pelo (e per fortuna, nel mio caso, visto il clima) ma non il vizio. Io invece direi si ok ma chissene e veniamo al sodo. Il fatto è che l’ex collega ad un certo punto mi ha chiesto come si vivesse in paradiso. No, non mi ha scritto come stai. Ha digitato proprio queste parole:

Come si vive in Paradiso?

another day in paradise.jpg

E niente, dato che fatti due conti l’equazione Isolachenonce=Paradiso non sta in piedi e visto che la matematica non è un’opinione, per una frazione di secondo ho perfino temuto che dopo lo sbarco del Papa su Twitter, anche l’Altissimo avesse deciso di affidarsi alle nuove tecnologie e mi sono subito sentita Fantozzi alle prese con l’Arcangelo Gabriele mentre gli annuncia l’imminente maternità.

L’immagine del Ragionier Ugo, per altro, ha poi chiarito senza ombra di dubbio che non stavo per essere folgorata sulla via di Damasco, che non c’era nessuna necessità di conversione all’orizzonte, che il mio proverbiale cinismo era in salvo. Perché come si vive in Paradiso non era un modo simpatico dell’Altissimo per comunicarmi che ero trapassata. Si stava parlando dell’Isolachenonce. E mi è venuto da ridere. Ho sorriso perché anche io ho sempre sognato di vivere al caldo. Sono cresciuta in un paesotto vicino al mare e tutte le volte che si poteva, d’estate, mio papà mi caricava in macchina, mi scaricava alla darsena, mi ricaricava sulla nostra barchetta e poi via verso la spiaggia, o verso una secca dove si potevano pescare le vongole. Per me erano giornate speciali, e siccome sono sempre stata vagamente disturbata en la cabeza, ogni anno nell’ultimo tuffo dell’ultimo bagno dell’ultimo giorno d’estate (che per me era il giorno dell’ultima uscita in barca) pregavo intensamente una non meglio precisata divinità perché mi trasformasse in pesce.i-want-to-be-a-fishIl desiderio ittico non è mai stato esaudito, però, proprio quando sembrava che le mie radici avessero finito per affondare profondamente (e felicemente devo ammettere) in suolo meneghino, mi sono ritrovata qui. In mezzo all’Oceano, sull’Isolachenonce.

È vero, vivo in un’isoletta caraibica di quelle da cartolina, ma credetemi, come sia la vita in paradiso proprio non lo so. Capiamoci: è verissimo che se ti arriva una notizia di merda e fuori piove, fa freddo, nessuno dei tuoi amici ha voglia di uscire è peggio che se la notizia di merda ti arriva quando c’è il sole e puoi buttarti in mare (possibilmente senza pietre al collo) e farti una nuotata per sfogarti. Ma poi quando ti asciughi non è che i problemi siano spariti. Ecco perché sorrido.

Quando stalkeravo su Facebook gente a caso solo in quanto gambelevatesi (ovvero italiani residenti all’estero con vista mare) credevo di avere a che fare con dei miti viventi, campioni di coraggio che superata l’avventura della traversata oceanica erano approdati nel proprio personalissimo paradiso per rinascere semidei. Ma poi sono partita e no, di divino non ho nulla. E per la cronaca anche di vino (decente) non è che ce ne sia poi così tanto. Pertanto non si può nemmeno parlare di paradiso (per chi non lo sapesse il vino è imprescindibile nel paradiso dei veneti).

welcome-to-paradise-happy-hour

Per carità non è male per niente aprire la finestra e vedere palme, sole e colibrì invece che palazzi, nebbia e piccioni. Ma mi viene da dire che chi-ha-il-coraggio-di-restare, quando vede le foto di chi-ha-il-coraggio-di-partire pensa che la felicità sia una birreta e un’amaca, mentre chi-ha-il-coraggio-di-partire, quando vede le foto di tutti i chi-ha-il-coraggio-di-restare che si ritrovano insieme, e insieme ridono davanti a un bicchiere di vino, pensa che a volte basterebbe essere più attenti, per scoprire che piccoli sorsi di paradiso (a intermittenza s’intende) possono essere assaggiati anche sotto un cielo grigio (questo, perlomeno, se avete come me amici decisamente Instangram addicted).

Fermo restando che un cielo sempiternamente azzurro, ma che ve lo dico a fa, è tanta roba.