Di caffeina e occhiaie, di smalti rossi e (paturnie) metafore esistenziali (scadute).

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È decisamente troppo tardi per iniziare a scrivere ma ho pensato che, se non vinco la pigrizia, rischio di abituarmi all’idea che sia ok non rispettare i dettami della mia personal challenge e invece io vorrei provare a recuperare.

Sono le 11 e 39, soglia che per me ormai rappresenta le Colonne d’Ercole della notte, ma tengo botta grazie al caffè.

Vorrei poter dire che sono così determinata nel voler riprendere a scrivere che mi sono dopata per tenere le palpebre aperte, ma purtroppo la ben piu’ misera verità è che sto avendo qualche occasione di vita sociale e che stasera, dopo cena, in un momento di avventata sconsideratezza, mi sono lasciata sedurre dal richiamo della moka, ergo sono sveglia come un grillo e domani avrò delle occhiaie che ZioFesterspostati -nonostante abbia diligentemente spalmato il contorno occhi che mi ha regalato Madre-. Ma va bene così, sono felice di essere al computer.

Selfie dal futuro: la mia faccia domani mattina

In realtà credo che la caffeina su di me abbia effetti di un certo rilievo clinico perché mi comporto come un criceto sotto anfetamina: in un impeto di attività, verso le 11.30, mi sono addirittura messa lo smalto rosso, creando una perfetta pandant cromatica tra le unghie e le escoriazioni da giardinaggio che mi sono procurata durante il week end.

Credo che se mi succedesse di giocare al ‘’se fosse’’ con qualcuno che mi conosce bene, capiterebbe sicuramente che ‘’se fossi una parte del corpo’’, sarei ‘’mani’’. Perché non sono particolarmente brava ma ho sempre disegnato; perché finche’ non ho smesso di studiare avevo il callo sul mignolo da quanto scrivevo; perché mi piace cucire e impastare, e più in generale, mi piace costruire cose.

Mi piace anche lo smalto rosso, che non metto mai perché trovo stia bene solo su mani curate -e le mie lo sono solo sporadicamente- ma questa sera ho fatto un’eccezione.

Osservo le mie mani e mi viene da sorridere perché penso che se fossi più giovane, e provassi ancora piacere nell’immergermi nello spirito della tragedia, le trasformerei nella metafora perfetta del mio stato d’animo presente:

  • le ”ferite di guerra (al parassita in giardino)”, a rappresentare i segni lasciati dalle ultime scosse telluriche che mi hanno sconquassato l’esistenza
  • e il laccato delle unghie, indice, invece, di una certa volontà di ricominciare a prendersi cura di sé.

Ma grazie al cielo (o grazie al tempo, o grazie ai calci nel culo che quando smetti di essere figlio arrivano grossi e sonori e insegnano che è una meraviglia) mi è chiaro che l’autocommiserazione è tossica almeno quanto la sindrome del kamikaze.

E alla luce di questo, non mi resta che salutarvi: le ferite mi piacciono solo quando si rimarginano, l’unico rimedio alle mani rotte è un bel po’ di crema, e con le dita unte è sconsigliato usare la tastiera.

Se vi va, a domani!

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