On the road again: volver o revolver? – Ovvero appunti su traslochi complicati e scarse attitudini al viaggio

Premessa:

Cari sparuti ma affezionatissimi (lasciatemi sognare) lettori di questo sgangherato blog, dopo un secolo di silenzio avrei tanto voluto un ritorno col botto ma, strano a dirsi, nel mentre  sono stata sopraffatta dal disagio. Prova ne e’ che il post che segue e’ stato scritto nel lontano settembre 2017 (quando i drammi burocarici del Piccolodittatore erano passato prossimo) ma a causa di congiunture astrali non troppo favorevoli non sono mai riuscita a pubblicare. E siccome le cose, da allora a oggi, invece che migliorare si sono complicate (anche perche’ come e’ noto le mie tragedie personali sono SEMPRE in concomitanza con l’Isola dei Famosi, e l’edizione 2018 e’ appena finita), non ho nemmeno prodotto nulla di piu’ recente. Detto questo, come sempre, buona lettura e che il disagio sia con voi!

Fine premessa

Inizio a pensare che scrivere un post abbia lo stesso effetto di accendersi una sigaretta alla fermata dell’autobus. Con la sigaretta alla fermata, se ti va male finisce che  vieni colto da un attacco di diarrea fulminante, se ti va bene l’autobus arriva e tu sali -ma devi buttare una sigaretta appena accesa-. E comunque il punto non è essere fortunati o sfortunati. Il punto è che se ti accendi una sigaretta a una fermata sai per certo che succederà qualcosa. Scientifico. Garantito al 100%. Comprovato.

sigaretta.png

Ecco a me pare di poter dire che lo stesso accada con i post perché magicamente, dopo la pubblicazione dell’ultimo aggiornamento, tutti i documenti del Piccolodittatore sono comparsi praticamente in simultanea. Non solo la registrazione all’anagrafe è diventata effettiva ma, ad oggi, sono addirittura in possesso di una carta d’identità, di un codice fiscale e di un foglio che testimonia come il piccolo despota sia immunizzato praticamente contro tutto.

Quindi, ora che la burocrazia italiana ha rettificato che i 92 centimetri che mi chiamano mamma, anche se non sono made in Italy, sono comunque un prodotto italiano al 100%, è davvero venuto il tempo della Thenewisland.

”Tutto è bene quel che finisce bene” direi se mi chiamassi Polyanna o se fossi affetta dalla sindrome del bicchiere mezzo pieno. E magari l’aggiornamento di questa settimana si potrebbe tranquillamente concludere qui con l’eroina, ovvero LaSottoscritta, che sventola trionfale la bandiera della vittoria sopra al feretro del Nemico Burocrazia, ormai esanime ai suoi piedi.

kill byrocracy

Potrei, ma siccome il disagio mi segue sempre e comunque – per quanto io cambi strada e nonostante io abbia fatto dell’agambelevatismo la mia filosofia di vita – di cose da raccontare, anche questa volta, ne ho davvero parecchie.

Devo dire che questa abbondanza aneddotica un po’ mi ha sorpresa. Perché questa volta, lo confesso, il marasma nel quale mio malgrado mi sono trovata a sguazzare, proprio non me l’aspettavo: ora so che non è così, ma ero piuttosto convinta che una volta  lasciata l’Isolachenoncè sarebbe stata tutta una discesa. In fin dei conti gli imprevisti accadono agli sprovveduti – pensavo – e negli ultimi quattro anni il mio curriculum di traslocatrice si è arricchito notevolmente*.

* tanto che sono piuttosto convinta che se esistesse una cattedra in materia di trasferimenti improbabili avrei ottime chances di ottenere una laura honoris causa ma, purtroppo, come quasi tutte le skills delle quali posso fregiarmi, anche la mia indiscutibile experise in impacchettamento vitae è di scarso interesse accademico.

D’altra parte, e qui non è il pessimismo cosmico ereditato dal Patriarca (che in confronto il caro Giacomo Leopardi è stato un gaudente edonista) a parlare, devo pur sempre fare i conti con quel quid – che qualcuno potrebbe attribuire al karma, altri alla posizione avversa degli astri-  che mi impedisce di avere degli spostamenti sereni; e purtroppo non ci non posso fare molto. E se pensate che esageri, prima di svelarvi le condizioni fantozziane che hanno caratterizzato il mio secondo sbarco in Thenewisland, ripercorrerò alcune tappe fondamentali della mia carriera di ragazza con la valigia*

*lo so che 35 anni suonati non sono esattamente compatibili con il termine ragazza, ma siccome questo è l’ultimo dei miei problemi, farò finta di non esserne consapevole, fatelo anche voi, siate buoni.

Chapter 1. On the road

Partiamo dagli albori. La prima volta in viaggio da sola è stata a 18 anni con il Tanghero – ovvero il mio primo moroso a lunga durata– che qui ci interesserà solo sapere essere stato altissimo, magrissimo e disturbatissimo. Ovviamente la vacanza è stata un disastro annunciato: siccome lui era disturbato e io scema – oltre che disturbata-, siamo partiti senza alcuna pianificazione con destinazione finale Croazia. Arrivati a Trieste abbiamo preso il primo autobus per il mare certi che, a fine agosto, avremmo trovato da dormire ovunque – e probabilmente ovunque era così – ma a Parenzo no. Appena giunti al capolinea ci si chiarì subito quanto le nostre previsioni avessero peccato di immotivato ottimismo. Comunque, dopo una discreta sequela di tragici accadimenti – molti dei quali sono stati provvidenzialmente rimossi dalla mia memoria- io e il Tanghero ripiegammo sulla stanza della Signora Pelozo: una cara vecchina che, nomen omen, pelosa era davvero. Erano pelose le sopraciglia, folte e irsute, erano pelose le labbra ed era peloso pure il neo al centro della guancia sinistra. Ma a parte la questione tricologica la situazione poteva anche non essere così drammatica se non fosse che, dopo meno di 24 ore insieme, il Tanghero si era già palesato nella sua natura psicotica. Sì, perché dopo il primo pasto consumato insieme, il mio bello aveva sentito l’esigenza di piantarsi davanti allo specchio e iniziare a deformarsi la faccia con le mani per poi scoppiare in lacrime – il perché tuttora resta un mistero – .

Di quel viaggio, però, è stata la partenza per il ritorno la vera tragedia: d’improvviso, una mattina a caso, il Tanghero si sveglia, realizza che i termini per l’iscrizione all’università erano in scadenza e decide che entro sera doveva essere a casa. Io, che a quell’età il vaffanculo ce l’avevo prontissimo per i miei ma non per il mio ossuto compagno di viaggio, invece che fermarmi una notte in più – visto che il giorno a caso era domenica e non c’erano autobus in partenza – , ho caricato lo zaino in spalla e mi sono messa a fare autostop con lui.

Tra le cose più normali che ci sono successe c’è stato viaggiare nel bagagliaio aperto della macchina di un pastore insieme a una capra -viva- mentre il suddetto pastore che era pastore di capre, ma anche di anime, cercava di convertirci. Naturalmente a gesti perché il buonuomo non dominava esattamente l’italiano.

Dopo questo disastroso imprinting anche la più impavida delle avventuriere si sarebbe piegata alla volontà del fato – e si sarebbe tramutata in un’immobile pianta grassa- ma la Sottoscritta, che aveva thedisagiopower, invece di arrendersi continuò a viaggiare collezionando una serie infinita di tragedie l’ultima delle quali mi è successa l’anno scorso al ritorno per l’Isolachenoncè.

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Chapter 2 Volver. O Revolver?

Per prima cosa bisogna contestualizzare questa partenza e ammettere che quel giorno il mio umore era nero pece. Con tre anni d’esilio dalla civiltà anche lo smog un po’ mi piaceva e l’idea di separarmi dal gorgonzola mi mangiava l’anima. Andare all’aeroporto per tornare sull’Isolachenoncè dopo due mesi di Italia era un po’ come partecipare al mio funerale con l’unica differenza che, invece che essere comodamente adagiata in una bara, stavo andando con le mie gambe verso un destino ingrato.

. Per di più appesantita da:

  • una tristezza cosmica
  • una valigia strabordante – di oltre 30 chili-
  • un bagaglio a mano che mi hanno fatto passare come tale solo perché lo sguardo assassino che sfoderavo (senza volerlo), avrebbe inquietato Belfagor in persona, figuriamoci le hostess di terra

e con il Piccolodittatore accomodato su un passeggino che definire da indigenti è un’eufemismo.

Per quanto mi riguarda, già quanto detto – e la prospettiva di un viaggio intercontinentale con un bimbo di un anno-  sarebbe sufficiente a delineare un quadro di disagio da manuale ma, naturalmente, queste erano solo le premesse. A questo si aggiunse che un volo diretto (con scalo a l’Havana) di 15 ore diventasse, così, d’incanto, un tour degli aeroporti dell’America Centrale della durata complessiva di 5 giorni. In una spirale di sfiga senza precedenti infatti accadde:

  1. Che il volo Meridiana che dovevo prendere con scalo a l’Havana fosse spostato di 8
  2. Che il tour operator che mi aveva venduto il viaggio per l’Isolachenoncè mi spostasse su un volo NEOS che partiva proprio per l’Havana alla stessa ora del volo Meridiana -e se pensate che questa sia stata una botta di fortuna, beh non sapete quanto vi sbagliate-
  3. Che il suddetto tour operator – o Meridiana, questo non si è mai capito – si dimenticasse di comunicare all’aeroporto de l’Havana che io e il Piccolodittatore eravamo passeggeri in transito e, poiché a Cuba anche per prendere una coincidenza devi essere scortato da un responsabile autorizzato, io e il piccolo despota ci trovassimo, dopo solo 11 ore di volo, bloccati a l’Havana.
  4. Che alla richiesta di 140 dollari da parte dell’immigrazione cubana – visto che di voli non ce n’erano più- la Sottoscritta sbarellasse e questa fu una cosa buona e giusta perché così ottenne non solo di non pagare il visto temporaneo ma anche un hotel top aggratis
  5. Che si scoprisse che la Sottoscritta e IlPiccolodittatore non erano i soli a essere bloccati all’Havana. C’era anche Dolores, un’amabile vecchina de l’Isolachenoncèland che però voleva a tutti i costi essere messa in camera con la Sottoscritta e il Piccolodittotore e convincerla che tutto sommato avere stanze individuali -e sicuramente attigue- era cosa buona e giusta fu cosa difficile e lunga
  6. Che nei tre giorni a Cuba si rompesse il passeggino, si bloccasse il bancomat e non si potesse uscire dall’albergo perché sulla carta potevamo essere imbarcate in ogni momento -ah internet era un casino immaginate cosa voglia dire dialogare con la banca-
  7. Che dopo l’ennesimo sbarellamento della Sottoscritta venissimo tutti (Dolores inclusa) imbarcati in un volo per San Salvador in coincidenza – dopo 4 ore- per San Pedro Sula. A San Pedro Sula, sempre sull’onda delle grida della Sottoscritta, il tour operator aveva stragiurato che ci sarebbe stata una macchina che ci avrebbe portato fino all’hotel – per chi non lo sapesse San Pedro è una delle prime tre città più pericolose al mondo-.
  8. Che nonostante le grida di cui sopra, all’aeroporto non ci fosse nessuno (dopo le 21 nemmeno i taxi restano all’aeroporto perché è troppo rischioso). A questo punto la Disperazione – o se vi piace di più, la Provvidenza– trasformò Dolores da discutibile compagna di viaggio a BFF nel tempo record di 5 secondi: quelli necessari per pronunciare la frase: venite in macchina con me?
  9. Che l’hotel prenotato dal tour operator a San Pedro Sula fosse fatiscente, con il bagno pieno di formiche, il condizionatore rotto e bloccato a 18 gradi e senza acqua potabile – né possibilità di comprarne -.
  10. Che si sfiorasse il divorzio perché Cosone, in vena di simpatia, e del tutto incapace di empatizzare con la Sottoscritta, decise che la mattina del quinto e ultimo giorno, alle 6, mentre la Sottoscritta più carica di un mulo prendeva la navetta per l’ennesimo volo, fosse il momento ideale per fare uno scherzone e, invece che rassicurarmi sul fatto che avrei trovato il mio ultimo aereo ad aspettarmi, mi telefonò per dirmi che avrei dovuto prendere da sola due traghetti perchè lui non si era svegliato in tempo.

Avreste mai potuto immaginare che da un volo diretto si potesse arrivare a questo? Io no, e d’altra parte se riuscissi a immaginare una storia così assurda farei la sceneggiatrice e sarei strapagata. Ma ancora una volta non è questo il punto. Il punto è che ci sono delle ragioni di un certo spessore per cui non affronto più con grande leggerezza il tema viaggio con mamma. Ora le conoscete anche voi.

Questa volta, anche se è vero che la questione distanza è diventata praticamente irrilevante visto che Thenewisland non è poi così lontana, il tema compagnia di viaggio è stata un attimo complicata dalla necessità di liberare mia suocera dalle bestie. Se infatti con la questione burocrazia venivano a meno le mie ragioni di permanenza in suolo italico, la sentenza della psycoveterinaria – di cui vi parlerò ampiamente in un post dedicato a Muccailcanescemo– : può volar!! Sanciva la fine del soggiorno forzato della parte quadrupede del circo di agambelevate in suolo italico. Con grandissimo sollievo di Suocera, ormai stremata, e profondo rammarico della Sottoscritta – che non è decisamente una fanatica dei cani- ho dovuto trovare un volo che consentisse anche il trasporto delle bestiacce.

Com’è andata?

Alla fine meglio del previsto, se si esclude un momento di panico massimo quando, all’aeroporto, io e Suocera ci siamo rese conto che avevamo portato via la gabbia – taglia jumbo-  del cane ma non le chiusure. Ma grazie a santo google e altrettanto santo brico, Suocera è riuscita a compiere il miracolo: e di domenica mattina, dopo avermi accompagnata alla fila per il check in, è infatti schizzata alla velocità della luce a comperare un pacco di fascette da elettricista, è tornata in aeroporto e così abbiamo risolto la questione in meno di due minuti -manco fossimo state Mec Giver o Chuck Norris-.

Devo dire che anche l’interpretazione del ma cosa dice signorina, certo che queste sono le chiusure originali ha suscitato un certo entusiasmo di critica, ma per il resto, su questo rientro a quattro zampe, non c’è molto altro da raccontare.

E allora senza dilungarmi troppo, vi saluto.

PS non potendo contare sulla puntualità degli aggiornamenti ma volendo comunque fare finta di capirci qualcosa di blogging, l’unica cosa che mi resta da fare è puntare tutto sulle call-to-action, ossia sul chiedervi, per piacere, di condividermi come se non ci fosse un domani, di commentare il post e di essere interattivi in qualsiasi modo vi venga in mente. Se non lo farete vi puzzerà l’alito per un giorno. 

Di trasferte,di guerre energetiche e di post scriptum sfacciati.

Questa settimana avrei voluto raccontare del perchè Cosone sia latitante da quasi un mese, ma poi lunedì scorso-sempre Cosone– mi ha avvisato che avrebbe avuto due giorni liberi, così con il Piccolodittatore e Muccailmiocanescemo siamo andati a trovarlo e tutti i miei buoni propositi di scrittura sono andati a farsi benedire. Stavo già per arrendermi all’evidenza che non sarei stata in grado di pubblicare niente fino alla prossima settimana quando, scartabellando nel mio computer ho trovato degli appunti risalenti a circa un anno fa su una vicenda a dir poco paradossale.

Del perché ai tempi mi fossi messa a scrivere con tanto zelo di questi fatti è una domanda alla quale non so rispondere, ma per una volta me ne fregherò amabilmente dei perché e dei percome e agguanterò, rapace, questa inaspettata botta di fortuna copiando e incollando qui sotto la cronistoria della Guerra Fredda sull’Isolachenoncè:


Comunicazione di servizio: siccome non ho avuto un secondo libero in questi giorni ho davvero copiato e incollato gli appunti; per questo, anche se si tratta di fatti passati, la narrazione è al presente.


Sull’Isolachenonce da oggi nessuno sprecherà energia. No, non si tratta, sfortunatamente, di una riuscita campagna di sensibilizzazione ambientale. L’Isolachenonce non è in Ururguay. Ma ugualmente, a partire da oggi, tutti gli isolani (nativi e turisti) saranno costretti a stare più attenti ai consumi perché, per un tempo indeterminato, gli uffici della compagnia elettrica locale saranno chiusi. Questo significa, in un luogo dove l’energia viene ricaricata comprando pacchetti prepagati, che se la “serrata” durerà più di qualche giorno, centinaia di persone si ritroveranno senza luce e senza acqua corrente “a tempo indeterminato”, perché come si legge dal comunicato stampa della Società Elettrica, sarà sospesa anche la possibilità di ricarica online.

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Io sono italiana. Alle stranezze e ai disservizi sono abituata, all’arroganza dei potenti non ne parliamo, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, e per come è messa l’Italia oggi, questo è davvero singolare. Ma se  la sospensione arbitraria di un servizio essenziale come l’erogazione dell’energia elettrica  non è abbastanza per stupirvi, ora vi racconto cosa si dice in giro riguardo la vicenda. Quando lunedì scorso su tutta l’isola è mancata, a fasi alterne, la corrente, noi tutti abbiamo ringraziato Iolanda, simpatica tormenta, che qui è arrivata solo di striscio ma che, garantisco, incazzata era incazzata. E invece no. Perché la sospensione dell’elettricità non dipendeva dai danni della tempesta ma faceva parte della guerra fredda tra Mr Ccei (europeo e Capo Compagnia Elettrica Isolachenocè) e Mr X.

Web

Pare infatti che Mr X abbia pubblicato sul proprio profilo Facebook un filmato che ritraeva il figlio di Mr Ccei mentre picchiava uno dei tanti matti del villaggio. Si dice che Mr Ccei non l’abbia presa bene e che, invece che riempire di mazzate l’erede (ma forse in privato, chissà…), abbia ben pensato di togliere l’elettricità alla casa e al negozio di Mr X, così, giusto per ribadire che i panni sporchi si lavano a casa e non si “appendono” al web. A questo punto Mr X si è risentito a sua volta e ha chiamato alcuni amici sulla costa per “sfogarsi”. Sfortuna vuole che gli stessi amici riforniscano di benzina la Compagnia Elettrica, e che per solidarietà abbiano deciso di non fare più affari con Ccei:  è a questo punto della delirante vicenda che si inscrive il blackout di lunedì, che, sempre stando ai ben informati, non sarebbe dipeso   dal fatto che la benzina del generatore fosse finita, bensì dalla volontà di Mr Ccei di chiarire quali siano i poteri che realmente governano l’isola.   Devo dire che a me il messaggio sembrava chiaro, e probabilmente lo è sembrato anche a Mr X che però, a quanto pare, ha vocazioni giornalistiche e ha ben pensato di denunciare l’accaduto a una rete televisiva locale che ne ha fatto un servizio. Naturalmente in un’isola grande come una nocciolina la cosa non è passata inosservata ed è scoppiato il finimondo in termini di proteste da parte degli utenti, di  condivisioni sui social network, e purtroppo di rappresaglie. Perché naturalmente Mr Ccei non ha gradito e così, con la scusa di voler tutelare la sicurezza dei propri dipendenti (ma se così fosse, perché sospendere anche il servizio online?) questa mattina ha annunciato la serrata. Alle 9.00 di mattina, giusto per impedire a chiunque di correre a fare scorta. Ora, ancora una volta, sono italiana. Nello stereotipo della mia cultura c’è il culto dell’onore della famiglia e la protezione (a volte eccessiva) della prole. Ma davvero per qualcuno è giustificabile che per una minchiata di un ragazzino un’intera isola rischi di trovarsi senza servizi indispensabili come acqua e luce?  E soprattutto mi chiedo come diavolo sia possibile che un bene prezioso come l’energia sia affidato completamente alla gestione di un cittadino (che agli occhi dei locali ha anche aggravante di essere straniero) senza alcun apparente controllo da parte delle autorità governative sulla sua condotta. Perché banalmente, se la serrata fosse stata annunciata ieri mattina, io mi sarei ritrovata, nel giro di qualche ora e senza alcun preavviso, senza energia e senza acqua corrente. A tempo indeterminato, con un bimbo piccolo e un caldo che si schiatta. Vivendo in un’isola caraibica alle stranezze finisci per abituarti. Ti abitui alle palme addobbate a Natale, che il primo anno che le vedi ti vieni un colpo. Ti abitui alla Semana Santa, che qui suona più come un carnevale, in un turbinio di quad, reggaeton e Coors Light. Ma quando credi di aver visto tutto, ecco che l’assurdo si palesa. E ti arrendi. Perché i Caraibi sono così. Incantevoli, rumorosi, colorati e senza regole. E difficili. E ingiusti.  A volte.

Ps. Ovviamente la vicenda è poi evoluta con risvolti inaspettati. Qualora a qualcuno venisse la curiosità di sapere a che punto siamo, qui sotto c’è un fantastico box per i commenti – finora praticamente inviolato- nel quale potete chiedermi lumi. E se poi per caso non ve ne fregasse niente ma foste in cerca di una buona azione per la giornata, sappiate che lasciandomi un commento avreste assolto alla vostra caritativa quotidiana (aiutando una disagiata) con uno sforzo minimo. Pensateci.

 

Welcome in paradise. Ovvero di morti apparenti, paradisi tropicali e di desideri ittici (mai realizzati).

Qualche tempo fa mi è capitato di fare da ponte -a proposito di sponsorizzazioni- tra una ragazza che lavorava con me e un’amica che sta organizzando un evento. Si, lo ammetto, sono sull’Isolachenonce ma ogni tanto metto con piacere la testa nell’italico mondo della comunicazione, quello che mi ha fatto scappare agambelevate, ma che in fondo mi manca.

Qualcuno direbbe che la volpe perde il pelo (e per fortuna, nel mio caso, visto il clima) ma non il vizio. Io invece direi si ok ma chissene e veniamo al sodo. Il fatto è che l’ex collega ad un certo punto mi ha chiesto come si vivesse in paradiso. No, non mi ha scritto come stai. Ha digitato proprio queste parole:

Come si vive in Paradiso?

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E niente, dato che fatti due conti l’equazione Isolachenonce=Paradiso non sta in piedi e visto che la matematica non è un’opinione, per una frazione di secondo ho perfino temuto che dopo lo sbarco del Papa su Twitter, anche l’Altissimo avesse deciso di affidarsi alle nuove tecnologie e mi sono subito sentita Fantozzi alle prese con l’Arcangelo Gabriele mentre gli annuncia l’imminente maternità.

L’immagine del Ragionier Ugo, per altro, ha poi chiarito senza ombra di dubbio che non stavo per essere folgorata sulla via di Damasco, che non c’era nessuna necessità di conversione all’orizzonte, che il mio proverbiale cinismo era in salvo. Perché come si vive in Paradiso non era un modo simpatico dell’Altissimo per comunicarmi che ero trapassata. Si stava parlando dell’Isolachenonce. E mi è venuto da ridere. Ho sorriso perché anche io ho sempre sognato di vivere al caldo. Sono cresciuta in un paesotto vicino al mare e tutte le volte che si poteva, d’estate, mio papà mi caricava in macchina, mi scaricava alla darsena, mi ricaricava sulla nostra barchetta e poi via verso la spiaggia, o verso una secca dove si potevano pescare le vongole. Per me erano giornate speciali, e siccome sono sempre stata vagamente disturbata en la cabeza, ogni anno nell’ultimo tuffo dell’ultimo bagno dell’ultimo giorno d’estate (che per me era il giorno dell’ultima uscita in barca) pregavo intensamente una non meglio precisata divinità perché mi trasformasse in pesce.i-want-to-be-a-fishIl desiderio ittico non è mai stato esaudito, però, proprio quando sembrava che le mie radici avessero finito per affondare profondamente (e felicemente devo ammettere) in suolo meneghino, mi sono ritrovata qui. In mezzo all’Oceano, sull’Isolachenonce.

È vero, vivo in un’isoletta caraibica di quelle da cartolina, ma credetemi, come sia la vita in paradiso proprio non lo so. Capiamoci: è verissimo che se ti arriva una notizia di merda e fuori piove, fa freddo, nessuno dei tuoi amici ha voglia di uscire è peggio che se la notizia di merda ti arriva quando c’è il sole e puoi buttarti in mare (possibilmente senza pietre al collo) e farti una nuotata per sfogarti. Ma poi quando ti asciughi non è che i problemi siano spariti. Ecco perché sorrido.

Quando stalkeravo su Facebook gente a caso solo in quanto gambelevatesi (ovvero italiani residenti all’estero con vista mare) credevo di avere a che fare con dei miti viventi, campioni di coraggio che superata l’avventura della traversata oceanica erano approdati nel proprio personalissimo paradiso per rinascere semidei. Ma poi sono partita e no, di divino non ho nulla. E per la cronaca anche di vino (decente) non è che ce ne sia poi così tanto. Pertanto non si può nemmeno parlare di paradiso (per chi non lo sapesse il vino è imprescindibile nel paradiso dei veneti).

welcome-to-paradise-happy-hour

Per carità non è male per niente aprire la finestra e vedere palme, sole e colibrì invece che palazzi, nebbia e piccioni. Ma mi viene da dire che chi-ha-il-coraggio-di-restare, quando vede le foto di chi-ha-il-coraggio-di-partire pensa che la felicità sia una birreta e un’amaca, mentre chi-ha-il-coraggio-di-partire, quando vede le foto di tutti i chi-ha-il-coraggio-di-restare che si ritrovano insieme, e insieme ridono davanti a un bicchiere di vino, pensa che a volte basterebbe essere più attenti, per scoprire che piccoli sorsi di paradiso (a intermittenza s’intende) possono essere assaggiati anche sotto un cielo grigio (questo, perlomeno, se avete come me amici decisamente Instangram addicted).

Fermo restando che un cielo sempiternamente azzurro, ma che ve lo dico a fa, è tanta roba.

Folgorata sulla via di… O forse no.

Sbircio il mondo da dietro la tenda del mio salotto. E’ una tenda rossa che nella mia casa milanese occupava la camera da letto. E’ quasi mezzogiorno e sono appena tornata a casa. Per strada non c’è nessuno – turisti a parte- perché nessuno ha voglia di lottare con questo calore (sembra che la stagione delle piogge sia finalmente finita): l’unica a rimanere immobile sotto questo sole è Mucca che, non a caso, è il Miocanescemo. Anzi no, mi correggo, oltre a Mucca qualcun altro per strada con questo caldo c’è, ed è per questo che sono barricata in casa cercando di occultare in tutti i modi la mia presenza.

spying

Ma andiamo con ordine. Oggi per me è stata una mattinata diversa dal solito: normalmente mi sveglio presto  e me ne vado in spiaggia con l’aspirante Piccolodittatore. Sulle sette e mezza prendo la via del ritorno e, se Cosone è ancora a letto perché inizia tardi i corsi, preparo la colazione per tutti con tanto di espresso all’italiana (Santissima Bialetti degli amori angelicati, grazie di esistere). Oggi però avevo bisogno di andare per uffici per sistemare alcuni documenti e così, mentre stravolgevo la mia routine quotidiana a colpi di mascara, riflettevo sul fatto che quando si sogna la vita ai Caraibi non si pensa mai al fattore sbatti. Ed invece, lo dico per esperienza, anche qui le scocciature sono sempre presenti. Che se i nostri deputati si comportassero come normali scocciature, il parlamento sarebbe pieno a ogni seduta. Rispondono sempre all’appello: bollette, pulizie, lavatrici, affitto da pagare, ceretta (che qui e`un’ansia che non vi spiego) e perfino i Testimoni di Geova. Avete letto bene, TESTIMONI DI GEOVA. E vi dirò di più: qui Testigo de Jehova non solo sono arrivati ma vanno anche per la maggiore tanto da avere strade cittadine dedicate.

Ignara di quello che a breve sarebbe capitato, mi sono cosparsa di crema solare (con filtro a protezione catarifrangente e oltre, perché qui il sole è micidiale SEMPRE e in qualsiasi dose), mi sono vestita e, dopo aver verificato che l’Aspirantedittatore non avesse emesso nuovi editti (e che quindi non  fosse necessario un cambio al volo), ho spalancato la porta di casa con un gran sorriso, perchè con questa luce non si può non sorridere, e… sono rimasta pietrificata sulla soglia manco mi avesse fulminato Medusa. Davanti a me due donne, entrambe afro, minute, sorridenti, troppo vestite e troppo eleganti per non essere delle famiglie storiche dell’Isolachenonce: non potevano quindi essere nuove inquiline, né vicine. Cosa ci facevano a due metri dalla soglia di casa mia?

Nel lasso di tempo compreso tra l’epifania delle due e la paresi del mio sorriso, la rivelazione: volevano salvarmi l’anima nel nome di Jehova. A me.

la-finestra
Source: bad-postcards.tumblr.com/

Allenata dalla staffetta milanese (che prevede tra le altre cose lo slalom gigante tra T. di G., Mormoni, Scientologisti e Arikrisna) sono riuscita a svicolare velocemente sventolando i documenti che avevo in mano e spiegando che dovevo correre in banca, non prima però di aver indirizzato le gentil signore dai miei vicini (sono una fetente, lo so, ma erano in maggioranza, e dovevo distrarle). A cuor leggero mi sono così sparata due ore di coda in banca, ho fatto le spese e, carica come un mulo, e stoica come un cammello sotto il sole, me ne sono tornata a casa con l’idea di morire una buona mezzora in amaca prima di pensare a qualsiasi altra cosa. E invece no. Perché non appena ho chiuso la porta, ecco di nuovo quelle voci e quelle sihlouette: le vecchiette, le T. d.  G. che credevo di aver smarcato poche ore fa sono tornate qui e si sono appostate in giardino nell’attesa che arrivi qualcuno da convertire: ecco perché me ne sto rintanata in salotto zitta zitta.

Comunque mi ero dimenticata di dire che quando ho incontrato le due donzelle la prima volta, ero stata rapida nella fuga ma non abbastanza da impedire a una delle due di lasciarmi un piccolo opuscolo dal quale ora apprendo che la mia vita non è perfetta a causa della mia miscredenza e soprattutto che:

“Il signore asciugherà tutte le lacrime”

e questo dovrebbe rassicurarci sul fatto che:

  • Dio non è causa dei nostri mali
  • Dio sente la nostra sofferenza (e questo dovrebbe confortarci)
  • Prima o poi la sofferenza finirà
  • Noi possiamo veramente credere a quello che dice la Bibbia. Perché si.
  • C’è una spiegazione alla sofferenza (e ovviamente è nella Bibbia), ma siccome è lunga, se volete saperne di più, a costo zero potete ordinare una lezione, o prenotare una sessione privata di training dell’anima con un saggio della comunità di Jehovah.

Per oggi ho imparato abbastanza. Mi sa che me ne starò zitta a riflettere per un altro po’.

Amen!

 

Il Mulino Bianco e la guerra della munnezza

Sono una maniaca del controllo. Da sempre.

nevrotico

Come tutti i nevrotici ho passato buona parte della mia esistenza a creare piccoli rituali che mi dessero l’illusione di poter prevedere sempre quello che stava per succedere. Se mangio dell’uva, preferisco terminare con un numero di chicchi dispari. Se cammino
su delle piastrelle, istintivamente ci vedo un percorso a ostacoli con zone sicure e altre assolutamente da non calpestare. Faccio le spese sempre negli stessi negozi, e se devo entrare in uno di quelli in cui “non ho mai osato” perche` è tardi, piove, ed è l’unico aperto, soffro. Il ventitré è un numero che mi mette in allerta mentre quindici, trentuno, settantuno e centoventuno mi calmano. Se non fossi anche uno degli esseri più inquieti e imprevedibili che conosca sarei, per dirlo alla Paolo Fox, una vergine nata sotto il segno dell’acquario. Lo so, vivere così è una faticaccia, ma ho un disperato bisogno di certezze e in quanto tale, la mia nevrosi viene difesa con le unghie e con i denti. Sarà pure un punto fermo di merda -la nevrosi dico- ma da qualche parte si deve pure cominciare. E se ha ragione il buon De Andre che dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior non sono neanche messa poi così male. Sta di fatto che ho iniziato a parlare di nevrosi per raccontarvi quanto importante sia per me avere una casa confortevole e sono finita a parlare di merda come metafora esistenziale. Non male. Comunque vista la qualità delle esperienze immobiliari collezionate sull’Isolachenonce -di merda, appunto- posso tranquillamente dire di aver trovato, nella merda, un fil rouge alternativo a tutta questa storia. Ma torniamo a monte del discorso. Si diceva che di avvenimenti tragicomici correlati all’abitare ne ho da vendere. Questa volta voglio raccontare di quando io e Cosone ci siamo fissati con l’idea di una casa col giardino.

Si parla di circa due anni fa. All’epoca il gatto psicopatico ci aveva già adottati e noi a quel punto volevamo anche il cane. A pensarci bene mi chiedo su quali basi, dato che al tempo anche se il locale andava veramente molto bene non ci fermavamo mai: da martedì a sabato passavo 12 ore ai fornelli cucinando assaggi di cucina italiana, mentre il lunedì c’era la serata di musica dal vivo con jm session che duravano ore. Nottate in cui Cosone era felicissimo ma che si concludevano a orari immondi. Tutto bello, bellissimo, per carità´, ma la domenica bastava appena a riprendere fiato, figuriamoci se avevamo bisogno di un giardino da curare.

cleveland-brown

Ma eravamo inebriati dalle novità e dal successo della nostra impresa oltreoceano e quindi giardino,giardino, giardino. Dopo una breve ricerca ci siamo -disgraziatamente- imbattuti nei cloni di Loretta e Cleveland Brown; e che fossero i sosia della coppia meno sveglia tra i personaggi dei Griffin a noi non ha suggerito nulla perché Loretta se la tirava un casino con la sua -sedicente- brillate carriera nel realestate newyorkese e i suoi progetti di ristrutturazione, e noi ci volevamo credere. Così quando siamo andati all’appuntamento per vedere una casa e ci siamo trovati davanti a una isba che manco Baba Yaga nella steppa della Russia, invece che scappare agambelevate -cosa sulla quale avevamo una certa esperienza, per altro-, abbiamo iniziato a immaginare. E l’abbiamo fatto così bene che alla fine abbiamo -non ripeterò mai abbastanza volte, DISGRAZIATAMENTE- firmato un contratto d’affitto certi che una volta terminati i lavori di restauro, la baracca si sarebbe trasformata se non in un castello, quanto meno in posticino accogliente. Ma è piuttosto chiaro che all’epoca non avessimo un’idea precisa di cosa sia lo standard abitativo accettabile sull’Isolachenonce. Quando siamo arrivati al giorno del fatidico trasloco abbiamo scoperto, tra le tante cose che:

  • La porta di casa non aveva una serratura e si chiudeva con un lucchetto da bicicletta
  • Le piastrelle in cucina e in salotto erano state posate attorno ma non anche sotto ai mobili (effetto tappeto)
  • I mobili non c’erano e se c’erano cadevano a pezzi (la perla è che per occultare lo stato disastroso di pensili e armadi, tutto era stato ricoperto con carta da pacchi fermata, quando andava bene, con nastro adesivo)
  • Il pavimento in camera da letto non era stato cambiato ma riverniciato senza prima aver lavato per terra come si poteva evincere dalla zampa di cucaracha sempiternamente smaltata nel centro esatto della stanza (per fortuna che poi il pavimento è crollato, e così almeno lo scarrafone se lo semo levati, ma questa e`un’altra storia)
  • Sempre in camera da letto c’era un buco sul soffitto che dava libero accesso a casa a Raffaello il Pipistrello (e comunque di buchi ce ne dovevano essere tanti altri vista la quantità di tarantole e scorpioni che abbiamo collezionato nel nostro soggiorno in quella che a me piace ricordare come La Casa di Shining)
  • E infine, drammaticamente, che tutto questo, per i nativi, e` accettabile.

Difronte a cotanto abominio domestico due qualsiasi individui normodotati avrebbero fatto una chiamata a Ms Loretta Brown, si sarebbero fatti restituire la caparra e se ne sarebbero andati altrove. Noi no, e sempre per quella stramaledettissima mania di immaginare un giardino fiorito e un orto rigoglioso, abbiamo ricostruito mobili, ridipinto muri e zappato la terra. E qui viene per me una delle parti più esilaranti di tutta la faccenda, perché cari miei, i roghi di munnezza non si accendono solo nella terra dei fuochi. Qui sull’Isolachenonce, per esempio, si segue generalmente questa prassi: prima si lanciano in giardino tutti i rifiuti indistintamente -dai pacchetti vuoti di patatine ai pannoloni sporchi, passando per le infradito spaiate per arrivare alle lattine di birra-, poi quando non si riesce nemmeno più a camminare, si raccoglie tutto, si fa un bel falò e quello che non brucia lo si sotterra. Che poi se il terreno è in pendenza questa risulta anche una tecnica gettonatissima per livellare il suolo. E dalla quantità e dalla dimensione dei reperti ritrovati prima di gettare la spugna e cercare un’altra sistemazione, posso affermare con una certa sicurezza che il nostro giardino doveva essere molto pendente altrimenti proprio non mi spiego la `presenza di un telaio intero di bicicletta, di un condizionatore, e di un motore da barca. A pezzi. ikea-garden-gnomes-coverAd ogni modo la nostra solerzia nella cura del giardino (che nel frattempo era stato recintato) non e` piaciuta ai vicini, che si trovavano improvvisamente privati di spazio da riempire (di munnezza) e del libero accesso all’albero di mamones (una varietà locale del licis che però fa moderatamente schifo) che cresceva proprio davanti alla finestra del salotto. E così è iniziata una lunga guerra combattuta, naturalmente, a colpi di munnezza. Le forze aeree nemiche erano concentrate a bombardare di pannolini gli invasori oltreconfine (e cioè noi) mentre le forze di terra (ossia tutti i bimbi del vicinato) erano responsabili della lenta ma inesorabile sparizione delle pietre che sostenevano la cinta, con conseguente collasso della stessa in più punti. E’ stata una lunga lotta, abbiamo opposto una strenua resistenza per tutto il tempo dell’assedio, ma alla fine siamo capitolati. E no, non è stato ne`per il fuoco nemico ne’ a causa della sistematica privazione di sonno dovuta ai canti notturni dei tre disgraziatissimi galli da combattimento che, tra un allenamento e l’altro, avevano perso ritmi biologici e per questa ragione si svegliavano completamente a caso nel cuore della notte rantolando a volumi improponibili. La ragione per cui ci siamo spostati, in un certo senso, e` stato “volere divino”. Perche` ok la munnezza, ok i polli mannari, ma essere svegliati ogni SANTO (ed è proprio il caso di dirlo) giorno con una playlist di rock ispano-cattolico è improponibile. E anche se a questo punto vien da concludere che chi ha fede tutto può, alla conversione ho preferito il trasloco.

Amen.