Agambelevate dalla sindrome da bilancio (e dalla vita da favola)

Premessa:

  1. Dopo 4 mesi dalla fuga agambelevate dall’Isolachenoncè io stessa mi sarei aspettata un post di bilancio su questi ultimi 4 anni di esilio ma, se un po’ mi conoscete, i bilanci non sono esattamente la mia materia di dissertazione preferita.  Essendo poi una personalità al limite dello psicotico, il senso di colpa e la sensazione di inadeguatezza rispetto alla mia capacità di trarre delle conclusioni sensate dall’esperienza hanno determinato l’insorgere di una strana patologia che, per citare l’Allegro Chirurgo, – e attribuendomi per altro uno status che non mi è proprio – chiamerò il crampo dello scrittore, a causa della quale mi è stato impossibile aggiornarvi sugli ultimi accadimenti che si sono abbattuti sulle teste matte dei componenti della mia sgangherata famiglia -umani, canidi e felini-. Abbiate pertanto pazienza e sappiate in partenza che di riflessioni intelligenti, questo post (as usual) è completamente scevro.
  2. Se dopo questa premessa siete ancora qui a leggermi, grazie. Ma, prima che continuiate, vorrei dirvi anche che qualora non sapeste chi fosse il signor Vladimir Jakovlevič Propp, non fa niente – capirete poi perchè ve ne sta parlando- . Io l’ho molto amato perchè grazie ai suoi studi sulle favole, allegato alla mia antologia delle medie, c’era un mazzetto di carte (Le carte di Propp) con il quale mi sono divertita molto, ma magari voi avete avuto un’altra antologia, e non è mica colpa vostra.
  3. Una volta mi occupavo di comunicazione: sono pertanto consapevole che riprendere a scrivere di luoghi esotici ad agosto, quando la maggioranza degli italiani (suppongo quindi anche dei miei pochi – ma buoni- lettori) è in vacanza, è per lo meno inutile. Ma visto che essere candidata ai Macchianera Awards per il momento non è  un obiettivo, posso anche permettermi di fregarmene.
  4. Nonostante il punto 3, se avete voglia di condividere il mio post, consigliare questo blog come lettura estiva ai vostri amici o parlarne in qualsiasi modo – perchè qualcuno di molto più autorevole di me ha detto basta che se ne parli, e io ci credo – avete tutta la mia gratitudine. Sappiate anche che mi fa un po’ schifo questa captatio benevolentiae ma tutti i bloggerchesannofareiblogger insistono sull’importanza delle call to action e allora io obbedisco (dopo tutto ha obbedito pure Garibaldi, ed è passato alla storia.)

fine premessa – e buona lettura-


C’era una volta, tanto tempo fa, la Sottoscritta -per dire il vero la Sottoscritta c’è ancora, ma visto che non mi paleso con un aggiornamento da tempi immemori, lasciatemi per un po’ parlare in terza persona così da poter far finta che la colpa di questa prolungata assenza non sia mia ma di questa orribile persona che si chiama Sottoscritta-.

Si diceva: c’era una volta tanto tempo fa la Sottoscritta che, certamente, se fosse nata nel Regno delle Fiabe sarebbe stata una fiammiferaia, una Cenerentola -o comunque un personaggio mediamente sfigato- ma non avrebbe avuto importanza perché, si sa, in ogni favola che si rispetti il disagio ti segue come un segugio, ti accompagna in mille peripezie, ti mette tra i piedi mele avvelenate se sei vegana, principi rospi se sei zitella, torri inespugnabili se sei claustrofobica ma poi c’è sempre una fata (turchina o madrina, fa lo stesso) che ti salva e ti trasforma in una splendida Principessa che vivrà per sempre felice e contenta (con una fornitura sempiterna di botox perché principesse con le rughe non si sono mai viste).

principe botox
…ma anche i principi finiscono per essere schiavi della medicina estetica, perchè nel Regno delle Fiabe il gender gap non esiste

Per dire il vero non so perché vi dica tutto questo dato che la Sottoscritta non aveva natali da favola, no. La Sottoscritta era nata nella Terradellabracciastrappateallagricoltura (come gli amabilissimi veneziani chiamano la terraferma, e in particolare Mestre, terra natia della nostra eroina) e, dopo mille sbattimenti, invece di una Fata Madrina incontrò una serie di esperti venditori di aria fritta -ai quali credette con una fiducia del tutto ingiustificata che per pietà chiameremo ingenuità- finendo così a vivere in un’isoletta sperduta dei Caraibi, meglio nota come l’Isolachenoncè.

Ora, se l’isoletta sperduta dei Caraibi fosse stata un paradiso fiscale, e la Sottoscritta una paracula danarosa, probabilmente la storia sarebbe finita qui, e al massimo ci sarebbe stato un fantastico matrimonio con il Principe Azzurro. Ma la Sottoscritta, come è noto ai visitatori abituali di questo sgangherato blog, non è una paracula, non si è sposata il Principe Azzurro – ma Cosone– ed è tantomeno danarosa, ragion per cui, una volta trasferitasi nella piccola isola dei Caraibi, ovvero l’Isolachenonce, invece di vivere felice e contenta iniziò a somatizzare e a deprimersi.

Delle ragioni per cui la Sottoscritta fosse piombata nella più nera della disperazione non mi sembra rilevante parlare – anche perché l’ho ampiamente fatto in passato – quello che conta è che, according to Propp che di favole se ne intendeva, a questo punto della storia arriva in soccorso della Sottoscritta l’aiutante.

Sempre secondo il nostro caro Propp, la figura dell’aiutante è cruciale nell’economia della favola perché fornisce all’eroe gli strumenti per risolvere la crisi e approdare alla tanto agoniata Evisserofeliciecontentilandia – che dista dall’Isolachenoncè non anni, ma secoli luce-.

Pare – questo Propp non lo dice, ma Walt Disney ci ha costruito un impero- che le narcolettiche abbiano diritto, per contratto, a ricevere l’aiuto di una fata madrina; lo stesso capita alle rupofobiche, ovvero le maniache del pulito – se non ci credete fate due parole con Cenerentola- mentre ai figli dei mugnai spettano astuti gatti dagli stivali magici che truffano giganti e intestano castelli ai propri padroni (e ovviamente nel Regno delle Fiabe di IMU, ICI, TASI e TARSU non si è mai sentito parlare).

cinderella

Alle Sottoscritte, invece – e poi c’è chi dice che il karma non esiste –, capitano felini e canidi con manifesti problemi comportamentali. Nel caso specifico, alla Sottoscritta vennero appioppati dal fato Nanailgattopsicopatico e Muccailcanescemo.

Ovviamente più che mangiare a sbafo i due quadrupedi non fecero, ma l’attaccamento morboso della Sottoscritta al suo felino (il canide è di proprietà di Cosone) aiutò comunque la nostra beniamina a raccontarsi che forse parte del disagio – e della depressione cosmica- era dovuto al tintinnio delle sue ovaie più che trentenni che, impietose, le ricordavano che se c’erano velleità riproduttive, forse era il caso di darsi una mossa (pare che Nanailgattopsicopatico sia lontana parente della Lorenzin) . Giunta a questa nuova consapevolezza, e con l’aiuto di una non meglio precisata Forzadelbene  – senza la quale Cosone mai avrebbe scoperto che la paternità poteva essere un’opzione considerabile- arrivò llPiccolodittatorecentroamericano.

lorenzin fertility day
Nanailgattopsicopatico è parente della Lorenzin. Questa è la prova.

Ora, di solito con la nascita dell’erede – depressione post partum permettendo- le favole trovano la giusta conclusione nell’ormai arcinota formula del “e vissero tutti felici e contenti“ . Nel caso della Sottoscritta, naturalmente, non fu così. Accadde invece che la Sottoscritta, dopo aver dato alla luce il despota formato mignon, realizzò che tutto sommato se stava di merd (perchè anche la merda, in francese diventa chic) ai Caraibi, ci si poteva anche spostare e, dopo essere tornata da un lungo soggiorno in Italia (per far conoscere l’erede ormai “unenne” a suo padre, ovvero il Patriarca), scoprì anche di avere un superpotere: lo sfinimento. Lo scoprì anche Cosone che, suo malgrado, finì per cedere alle richieste della Sottoscritta e transumanza fu.

trasloco_sconosciuto

Vissero tutti felici e contenti?

Non lo so, ma a questo punto lo spero perché, naturalmente, la Sottoscritta sono io.


Al momento scrivo dall’Italia. In realtà sono solo di passaggio perché, siccome questa non è una favola ma il racconto super condensato degli ultimi quattro anni della mia turbolenta esistenza, prima di prendere possesso definitivo della mia nuova vita, devo sbrigare un paio di sbattimenti burocratici. Si tratta di cosucce da niente: da due mesi, in compagnia del Patriarca, e grazie al prezioso aiuto di Lucrezia Ariciok (mia mamma, che si spupazza il Piccolodittatore) sto girando tutti gli uffici possibili e immaginabili nel tentativo di far ottenere all’erede lo status di cittadino italiano. Un’esperienza stupenda grazie alla quale ho imparato cose importantissime tipo:

  • che se si vogliono avere informazioni precise su ubicazione e competenze di un ufficio comunale l’urp (ovvero l’Ufficio Relazione con il Pubblico) è l’ultimo numero da chiamare. Ve lo sareste immaginato?
  • che nel processo che ha portato all’informatizzazione della PA qualcuno si è dimenticato dell’importanza fondamentale dell’aggiornamento delle info. L’avreste mai detto?
  • che se avete bisogno di informazioni precise, l’unica fonte attendibile sono gli usceri.

Comunque oltre a queste preziosissime perle, tutto questo peregrinare, qualche risultato l’ha portato:  Ilpiccolodittatore è finalmente iscritto all’anagrafe italiana, ma la carta d’identità valida per l’espatrio è, ancora, una chimera. E se per caso vi state chiedendo perché un essere lungo 92 centimetri abbia bisogno di un documento europeo valido per l’espatrio la risposta è semplice: il Circo di agambelevate non intende piantare le tende nel Belpaese, ma ha già individuato una nuova isola da colonizzare.

Naturalmente è tutto molto più complicato di come pensavamo: se dovessi descrivere con uno status di faccialibro la mia famiglia, dovrei inventarmi l’emoticon della diaspora:

  • Cosone, che da oggi potrei ribattezzare Ilcolonizzatore (ma non lo farò, Cosone gli si addice molto di più) è già in suol straniero.
  • Cane e gatto sono ospiti di mia suocera (che per la rassegnata dedizione con la quale accudisce le bestiacce è subito diventata Santa Francesca da Lambrate) a Milano
  • io e il Piccolodittatore, invece, dopo un mesetto trascorso nella NewIsland, siamo in Bracciastrappateallagricolturaland, in attesa del foglio di via.

Ma nonostante tutte queste difficoltà, sono felice.

Felice di poter pensare ai Caraibi come un luogo stupendo di villeggiatura ma non come a casa.

Felice di aver incontrato l’Isolachenoncè, di averla odiata, rifiutata, perdonata.

Felice di come mi ha cambiata, perché mi ha tolto tutto ma mi ha restituito il senso dell’essenziale, che è forse il dono più prezioso che l’esperienza potesse regalarmi.

Felice di avere ritrovato la mia famiglia. Di avere al mio fianco il Patriarca e di aver riscoperto Lucrezia Articiok.

Felice della mia nuova famiglia: di Cosone, al quale l’aria europea -checchè ne dica- fa molto bene, del Piccolodittatore che incredibilmente è venuto fuori una cosina bellina bellina nonostante il mix genetico non proprio raccomandabile.

Felice degli amici che in questi quattro anni ci sono stati (e che per quanto mi riguarda, ora, sono parte della mia famiglia) e di quelli che sono riemersi dopo un lungo oblio. Perché in fin dei conti se te ne vai è normale che qualcuno ti dimentichi, ma è bello che poi, ritrovandosi, mesi di silenzio si frantumino in una risata.

Felice che il disagio mi segua, perché alla fine mi ci sono affezionata e comunque è sempre meglio il disagio della sfiga.

Ora vi saluto. Domani mattina incontro Pilar, l’amicasorella, e la sua nipotina e vorrei evitare di arrivare con delle occhiaie modello Zio Fester.

Hasta pronto chicos!

Ps. Il lieto fine è come al solito qualcosa a cui non dovete abituarvi, ma:

  1. è estate
  2. l’Isolachenoncè è ormai un lontano ricordo (yeyeyeyeyeyeye)
  3. viste tutte le magagne che sono successe già ne LaNewIsland ho già materiali per almeno un paio di post – che per una che non riesce mai a rispettare un piano editoriale è tanta roba-.

Pelo e contropelo all’Isolachenoncè

Ancora per poco, ma vivo in un’isola così calda che quando si raggiungono i 23 gradi la gente si barda tipo Messner sull’Himalaya. E se come la sottoscritta soffrite di dolori cervicali da quando ricordate di esistere, la cosa non vi sarà indifferente. Di contro vi ritroverete a bestemmiare in lingue sconosciute a causa della calura per  9 mesi all’anno. E non parlo solo delle bestemmie di chi come me ha fritto quantità industriali di arancini di riso per orde di turisti affamati in condizioni climaticamente INFERNALI -altro che Hell’s Kitchen-. Perché con quella cappa umida che precede gli scrosci tropicali, anche gli expat americani in pensione (che non necessariamente sono anziani e malconci) smorzano un po’ i sempiterni sorrisi per proteggere le bianchissime fauci dall’arsura.

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Apro e chiudo una parentesi sugli Expat americani o assimilabili -perché gran parte dei nordeuropei qui finiscono per naturalizzarsi US e seguire il football mangiando ali di pollo fritte. Grondanti non meglio specificate sauce(s). Of course-. Non ne sono certa, ma credo che imprechino solo col pensiero perché normalmente se li incontri e chiedi loro come stanno la risposta è: “another day in paradise…”.  SEMPRE. Anche se sei nel pieno della stagione delle piogge e le strade sono torrenti d’acqua e fango. Anche se ti avvicini mentre stanno spingendo il quad che è spirato improvvisamente e ci sono quarantamilagradi all’ombra, nemmeno una bava di vento e uno sciame di mosquitos femmine appena finita la dieta nei paraggi.

Per loro è un’affermazione imprescindibile, un istinto irrefrenabile. Tipo Roger Rabbit con “Ammazza la vecchia col flick” -e se non sapete di cosa parlo A) siete illegalmente giovani, sappiatelo  B) Andate subito a vedere Chi ha incastrato Roger Rabbit, che per il NY Times è  tra  i 1000 film più belli della storia del cinema. Per dire-. Fine della digressione sociologica.


Dicevamo che qui di freddo non si muore MAI. Tendenzialmente è sempre estate. E tra le tante cose, that means che sei perennemente a prova costume panzawise, cellulitewise  and pelowise.

Per quanto riguarda i primi due punti, nonostante la cucina dell’Isolachenonce sia il trionfo del junk food american stylllllllla, ce la si può fare: la frutta è deliziosa e le varie ed eventuali sessioni detox risultano quasi piacevoli. La completa assenza di pasticcerie per come le intendiamo noi, e l’inesistenza di brioches e di cioccolato regalano invece un po’ di tristezza alimentare, ma grandi soddisfazioni a livello addominale. E in più c’è l’acqua salata, che ho sempre sottovalutato –e facevo male- perché anche solo arenarsi tipo foca monaca sul bagnasciuga, aiuta.

La questione pelo, invece, risulta decisamente più spinosa. In senso figurato e non. Premetto che in 34 anni di onorata carriera non sono mai andata dall’estetista (se si esclude quell’unica volta che mi sono sottoposta a una pulizia del viso perché avevo fatto sega a scuola e faceva un freddo bestiale). Ma a 14 anni mi hanno regalato il mio primo silk epil, e da allora la mia vita non è mai più stata unplugged -perché anche se i dermatologi ora la pensano diversamente, quando ero piccola io la regola era che se ti depilavi a lametta ti saresti immediatamente trasformata in un orso. E a me Yogi e Bubu sono sempre stati sul cazzo-.

hairy-legs-in-heels.jpg

E insomma in Italia la questione pelo è tutto gestibile. L’ESTATE ITALIANA, SEPPUR UHT, HA UNA SCADENZA e, soprattutto, regala sempre qualche giornata di maltempo che, se non capita durante il we ma nel picco di ricrescita pilifera, è una vera benedizione.

Qui no. Qui non piove quasi mai (esclusi tre mesi di fila in autunno).

Qui non vendono le cerette a strisce.

Qui, ed è questo il vero DRAMMA, non sanno cosa sia un epilatore. E io vivo nel costante terrore che il mio si rompa, angosciata dalla prospettiva di trasformarmi in un lupo mannaro.

  1. EPPURE L’HORROR PILIS NON È UN SENTIMENTO UNIVERSALMENTE CONDIVISO.

Il sospetto mi era già venuto quando, in uno dei primi tragici tentativi di relazione con l’altro sesso, mi ero imbattuta in un estimatore del pelo ascellare (che non ho mai assecondato). Ma il personaggio era piuttosto singolare in tutto, per cui non ci ho dato peso. Sbarcata sull’Isolachenonce ho scoperto invece che quella che avevo classificato come una stranezza da archiviare fa parte di  un movimento di pensiero  A-POLIDE,  A-POLITICO ma PRO-PELO con tanto di donzelle che, al grido VIVA LA NATURALEZA, sfoderano  fieramente  gambe degne di un’alpaca, ascelle che manco Franchino in Fantozzi subisce ancora (qui se avete bisogno di rinfrescarvi la memoria), baffi alla Dalì, monociglio alla Elio e le Storie Tese e inguini così rigogliosi da far impallidire Marina Ripa di Meana ai tempi della campagna animalista firmata Saatchi & Saatchi.

marina ripa meana

E niente, a parte lo shock iniziale –perché al detto donna baffuta sempre piaciuta io non ci ho mai creduto- penso che ognuno sia libero di fare quello che vuole, e se una vive una sana relazione con i propri peli a me non può che fare piacere per lei, di fatto si evita un sacco di scocciature (tanto più che non è impossibile incontrare attiviste propelo accompagnate da discreti manzi).

Ma devo ammettere che nonostante riconosca il fondamento razionale della scelta di rinunciare alla lotta contro il pelo (perché diciamocelo, ogni donna che si depila, in fondo, è un piccolo Don Chisciotte), io proprio non sarei in grado di girare per il mondo modello grizzly, perché al primo sguardo estraneo che si posasse su una porzione di pelle recante peli, io, in preda a un senso di vergogna ancestrale (che al confronto Adamo ed Eva dopo aver assaggiato il frutto proibito #CIAONE) cadrei a terra esanime e mi lascerei morire così. E anche se mi costa ammettere che questa pelofobia fa parte di un’immagine stereotipata della donna che tendenzialmente depreco e BLABLABLA, anche se per questo esercito di piccole Frida Kalho nutro di fondo una certa simpatia, anche se la natura mi piace, io credo che continuerò finché avrò occhi per vedere (e mani per toccare) nel disboscamento selvaggio di me stessa.

Che poi, diciamocelo, la natura è bella quando si parla di paesaggi mozzafiato, di cuccioli tenerini, di spiagge bianche e incontaminate, ma sono naturali anche la cacca, il cerume, la forfora, il tartaro e l’alitosi. Ricordiamocelo.