Agambelevate dalla sindrome da bilancio (e dalla vita da favola)

Premessa:

  1. Dopo 4 mesi dalla fuga agambelevate dall’Isolachenoncè io stessa mi sarei aspettata un post di bilancio su questi ultimi 4 anni di esilio ma, se un po’ mi conoscete, i bilanci non sono esattamente la mia materia di dissertazione preferita.  Essendo poi una personalità al limite dello psicotico, il senso di colpa e la sensazione di inadeguatezza rispetto alla mia capacità di trarre delle conclusioni sensate dall’esperienza hanno determinato l’insorgere di una strana patologia che, per citare l’Allegro Chirurgo, – e attribuendomi per altro uno status che non mi è proprio – chiamerò il crampo dello scrittore, a causa della quale mi è stato impossibile aggiornarvi sugli ultimi accadimenti che si sono abbattuti sulle teste matte dei componenti della mia sgangherata famiglia -umani, canidi e felini-. Abbiate pertanto pazienza e sappiate in partenza che di riflessioni intelligenti, questo post (as usual) è completamente scevro.
  2. Se dopo questa premessa siete ancora qui a leggermi, grazie. Ma, prima che continuiate, vorrei dirvi anche che qualora non sapeste chi fosse il signor Vladimir Jakovlevič Propp, non fa niente – capirete poi perchè ve ne sta parlando- . Io l’ho molto amato perchè grazie ai suoi studi sulle favole, allegato alla mia antologia delle medie, c’era un mazzetto di carte (Le carte di Propp) con il quale mi sono divertita molto, ma magari voi avete avuto un’altra antologia, e non è mica colpa vostra.
  3. Una volta mi occupavo di comunicazione: sono pertanto consapevole che riprendere a scrivere di luoghi esotici ad agosto, quando la maggioranza degli italiani (suppongo quindi anche dei miei pochi – ma buoni- lettori) è in vacanza, è per lo meno inutile. Ma visto che essere candidata ai Macchianera Awards per il momento non è  un obiettivo, posso anche permettermi di fregarmene.
  4. Nonostante il punto 3, se avete voglia di condividere il mio post, consigliare questo blog come lettura estiva ai vostri amici o parlarne in qualsiasi modo – perchè qualcuno di molto più autorevole di me ha detto basta che se ne parli, e io ci credo – avete tutta la mia gratitudine. Sappiate anche che mi fa un po’ schifo questa captatio benevolentiae ma tutti i bloggerchesannofareiblogger insistono sull’importanza delle call to action e allora io obbedisco (dopo tutto ha obbedito pure Garibaldi, ed è passato alla storia.)

fine premessa – e buona lettura-


C’era una volta, tanto tempo fa, la Sottoscritta -per dire il vero la Sottoscritta c’è ancora, ma visto che non mi paleso con un aggiornamento da tempi immemori, lasciatemi per un po’ parlare in terza persona così da poter far finta che la colpa di questa prolungata assenza non sia mia ma di questa orribile persona che si chiama Sottoscritta-.

Si diceva: c’era una volta tanto tempo fa la Sottoscritta che, certamente, se fosse nata nel Regno delle Fiabe sarebbe stata una fiammiferaia, una Cenerentola -o comunque un personaggio mediamente sfigato- ma non avrebbe avuto importanza perché, si sa, in ogni favola che si rispetti il disagio ti segue come un segugio, ti accompagna in mille peripezie, ti mette tra i piedi mele avvelenate se sei vegana, principi rospi se sei zitella, torri inespugnabili se sei claustrofobica ma poi c’è sempre una fata (turchina o madrina, fa lo stesso) che ti salva e ti trasforma in una splendida Principessa che vivrà per sempre felice e contenta (con una fornitura sempiterna di botox perché principesse con le rughe non si sono mai viste).

principe botox
…ma anche i principi finiscono per essere schiavi della medicina estetica, perchè nel Regno delle Fiabe il gender gap non esiste

Per dire il vero non so perché vi dica tutto questo dato che la Sottoscritta non aveva natali da favola, no. La Sottoscritta era nata nella Terradellabracciastrappateallagricoltura (come gli amabilissimi veneziani chiamano la terraferma, e in particolare Mestre, terra natia della nostra eroina) e, dopo mille sbattimenti, invece di una Fata Madrina incontrò una serie di esperti venditori di aria fritta -ai quali credette con una fiducia del tutto ingiustificata che per pietà chiameremo ingenuità- finendo così a vivere in un’isoletta sperduta dei Caraibi, meglio nota come l’Isolachenoncè.

Ora, se l’isoletta sperduta dei Caraibi fosse stata un paradiso fiscale, e la Sottoscritta una paracula danarosa, probabilmente la storia sarebbe finita qui, e al massimo ci sarebbe stato un fantastico matrimonio con il Principe Azzurro. Ma la Sottoscritta, come è noto ai visitatori abituali di questo sgangherato blog, non è una paracula, non si è sposata il Principe Azzurro – ma Cosone– ed è tantomeno danarosa, ragion per cui, una volta trasferitasi nella piccola isola dei Caraibi, ovvero l’Isolachenonce, invece di vivere felice e contenta iniziò a somatizzare e a deprimersi.

Delle ragioni per cui la Sottoscritta fosse piombata nella più nera della disperazione non mi sembra rilevante parlare – anche perché l’ho ampiamente fatto in passato – quello che conta è che, according to Propp che di favole se ne intendeva, a questo punto della storia arriva in soccorso della Sottoscritta l’aiutante.

Sempre secondo il nostro caro Propp, la figura dell’aiutante è cruciale nell’economia della favola perché fornisce all’eroe gli strumenti per risolvere la crisi e approdare alla tanto agoniata Evisserofeliciecontentilandia – che dista dall’Isolachenoncè non anni, ma secoli luce-.

Pare – questo Propp non lo dice, ma Walt Disney ci ha costruito un impero- che le narcolettiche abbiano diritto, per contratto, a ricevere l’aiuto di una fata madrina; lo stesso capita alle rupofobiche, ovvero le maniache del pulito – se non ci credete fate due parole con Cenerentola- mentre ai figli dei mugnai spettano astuti gatti dagli stivali magici che truffano giganti e intestano castelli ai propri padroni (e ovviamente nel Regno delle Fiabe di IMU, ICI, TASI e TARSU non si è mai sentito parlare).

cinderella

Alle Sottoscritte, invece – e poi c’è chi dice che il karma non esiste –, capitano felini e canidi con manifesti problemi comportamentali. Nel caso specifico, alla Sottoscritta vennero appioppati dal fato Nanailgattopsicopatico e Muccailcanescemo.

Ovviamente più che mangiare a sbafo i due quadrupedi non fecero, ma l’attaccamento morboso della Sottoscritta al suo felino (il canide è di proprietà di Cosone) aiutò comunque la nostra beniamina a raccontarsi che forse parte del disagio – e della depressione cosmica- era dovuto al tintinnio delle sue ovaie più che trentenni che, impietose, le ricordavano che se c’erano velleità riproduttive, forse era il caso di darsi una mossa (pare che Nanailgattopsicopatico sia lontana parente della Lorenzin) . Giunta a questa nuova consapevolezza, e con l’aiuto di una non meglio precisata Forzadelbene  – senza la quale Cosone mai avrebbe scoperto che la paternità poteva essere un’opzione considerabile- arrivò llPiccolodittatorecentroamericano.

lorenzin fertility day
Nanailgattopsicopatico è parente della Lorenzin. Questa è la prova.

Ora, di solito con la nascita dell’erede – depressione post partum permettendo- le favole trovano la giusta conclusione nell’ormai arcinota formula del “e vissero tutti felici e contenti“ . Nel caso della Sottoscritta, naturalmente, non fu così. Accadde invece che la Sottoscritta, dopo aver dato alla luce il despota formato mignon, realizzò che tutto sommato se stava di merd (perchè anche la merda, in francese diventa chic) ai Caraibi, ci si poteva anche spostare e, dopo essere tornata da un lungo soggiorno in Italia (per far conoscere l’erede ormai “unenne” a suo padre, ovvero il Patriarca), scoprì anche di avere un superpotere: lo sfinimento. Lo scoprì anche Cosone che, suo malgrado, finì per cedere alle richieste della Sottoscritta e transumanza fu.

trasloco_sconosciuto

Vissero tutti felici e contenti?

Non lo so, ma a questo punto lo spero perché, naturalmente, la Sottoscritta sono io.


Al momento scrivo dall’Italia. In realtà sono solo di passaggio perché, siccome questa non è una favola ma il racconto super condensato degli ultimi quattro anni della mia turbolenta esistenza, prima di prendere possesso definitivo della mia nuova vita, devo sbrigare un paio di sbattimenti burocratici. Si tratta di cosucce da niente: da due mesi, in compagnia del Patriarca, e grazie al prezioso aiuto di Lucrezia Ariciok (mia mamma, che si spupazza il Piccolodittatore) sto girando tutti gli uffici possibili e immaginabili nel tentativo di far ottenere all’erede lo status di cittadino italiano. Un’esperienza stupenda grazie alla quale ho imparato cose importantissime tipo:

  • che se si vogliono avere informazioni precise su ubicazione e competenze di un ufficio comunale l’urp (ovvero l’Ufficio Relazione con il Pubblico) è l’ultimo numero da chiamare. Ve lo sareste immaginato?
  • che nel processo che ha portato all’informatizzazione della PA qualcuno si è dimenticato dell’importanza fondamentale dell’aggiornamento delle info. L’avreste mai detto?
  • che se avete bisogno di informazioni precise, l’unica fonte attendibile sono gli usceri.

Comunque oltre a queste preziosissime perle, tutto questo peregrinare, qualche risultato l’ha portato:  Ilpiccolodittatore è finalmente iscritto all’anagrafe italiana, ma la carta d’identità valida per l’espatrio è, ancora, una chimera. E se per caso vi state chiedendo perché un essere lungo 92 centimetri abbia bisogno di un documento europeo valido per l’espatrio la risposta è semplice: il Circo di agambelevate non intende piantare le tende nel Belpaese, ma ha già individuato una nuova isola da colonizzare.

Naturalmente è tutto molto più complicato di come pensavamo: se dovessi descrivere con uno status di faccialibro la mia famiglia, dovrei inventarmi l’emoticon della diaspora:

  • Cosone, che da oggi potrei ribattezzare Ilcolonizzatore (ma non lo farò, Cosone gli si addice molto di più) è già in suol straniero.
  • Cane e gatto sono ospiti di mia suocera (che per la rassegnata dedizione con la quale accudisce le bestiacce è subito diventata Santa Francesca da Lambrate) a Milano
  • io e il Piccolodittatore, invece, dopo un mesetto trascorso nella NewIsland, siamo in Bracciastrappateallagricolturaland, in attesa del foglio di via.

Ma nonostante tutte queste difficoltà, sono felice.

Felice di poter pensare ai Caraibi come un luogo stupendo di villeggiatura ma non come a casa.

Felice di aver incontrato l’Isolachenoncè, di averla odiata, rifiutata, perdonata.

Felice di come mi ha cambiata, perché mi ha tolto tutto ma mi ha restituito il senso dell’essenziale, che è forse il dono più prezioso che l’esperienza potesse regalarmi.

Felice di avere ritrovato la mia famiglia. Di avere al mio fianco il Patriarca e di aver riscoperto Lucrezia Articiok.

Felice della mia nuova famiglia: di Cosone, al quale l’aria europea -checchè ne dica- fa molto bene, del Piccolodittatore che incredibilmente è venuto fuori una cosina bellina bellina nonostante il mix genetico non proprio raccomandabile.

Felice degli amici che in questi quattro anni ci sono stati (e che per quanto mi riguarda, ora, sono parte della mia famiglia) e di quelli che sono riemersi dopo un lungo oblio. Perché in fin dei conti se te ne vai è normale che qualcuno ti dimentichi, ma è bello che poi, ritrovandosi, mesi di silenzio si frantumino in una risata.

Felice che il disagio mi segua, perché alla fine mi ci sono affezionata e comunque è sempre meglio il disagio della sfiga.

Ora vi saluto. Domani mattina incontro Pilar, l’amicasorella, e la sua nipotina e vorrei evitare di arrivare con delle occhiaie modello Zio Fester.

Hasta pronto chicos!

Ps. Il lieto fine è come al solito qualcosa a cui non dovete abituarvi, ma:

  1. è estate
  2. l’Isolachenoncè è ormai un lontano ricordo (yeyeyeyeyeyeye)
  3. viste tutte le magagne che sono successe già ne LaNewIsland ho già materiali per almeno un paio di post – che per una che non riesce mai a rispettare un piano editoriale è tanta roba-.

Sticazzi therapy

Ovvero di perdite e ritrovamenti, di morti e resurrezioni, della Sindrome di Jessica Fletcher e del Complesso di Dodo.


Io sono caustica e tendenzialmente pessimista per natura.

E se il mio essere acida non so a chi imputarlo, la capacità di delineare tutti gli scenari apocalittici possibili e INImmaginabili l’ho chiaramente ereditato da mia nonna. Si tratta di una vera e propria patologia che tra i tanti sintomi causa disagio, ansia, ansia e disagio. Ancora poco indagato dalla scienza il J.F. desease, anche noto come Sindrome di Jessica Fletcher, si trasmette per via genetica ed è per tanto incurabile. Non essendoci farmaci per alleviarne la sintomatologia, chiunque ne soffra si arrangia come può. Mia nonna, per esempio, ci dava di avemariecomesenoncifosseundomani, ma la cosa con me non ha funzionato e fu così che arrivarono le nevrosi.

jessica fletcher

Comunque, nevrosi a parte, la più grande sfida che ho dovuto affrontare come portatrice della famigerata Sindrome di Jessica Fletcher è stato l’incontro con Cosone e con le sue turbe mentali che, all’opposto delle mie, si manifestano in una fiducia nel futuro così eccessiva da essere patologica, meglio nota come S.O. desease. Se non ne avete mai sentito parlare, l’Ottimismo suicida è quella malattia per cui il paziente, che altrimenti potrebbe quasi sembrare normale, cade inaspettatamente in stati di crisi allucinatoria -della durata che può variare dai cinque minuti ai cinque anni- per cui si convince che tutto andrà bene sempre e comunque, anche se l’idea è quella di buttarsi da un burrone. Per questa ragione l’Ottimismo Suicida viene anche chiamato Complesso di Dodo.

Ora che sapete cosa sia il Suicidal Optimism desease potete capire perché io e le mie turbe ogni tanto abbiamo un po’ di difficoltà a rapportarci con Cosone e le sue, ma se credete che in questa mia parentesi di vita che vede il portatore di S.O.D. lontano* dalla portatrice di J.F.D le cose siano più semplici vi sbagliate di grosso. Prima di tutto perché alla fine il pessimismo cosmico che mi porto dietro ha bisogno di un ottimismo sconfinato per essere bilanciato, e secondo perché oltre a Cosone io ho un altro compagno di vita – di lunghissimo corso – che si chiama disagio il quale, come il più premuroso dei partner, non mi abbandona mai nonostante i precetti dell’agambelevatismo.

Per esempio questa settimana che secondo Paolo Fox (no, non sono una patita degli oroscopi ma Paolo Fox è Paolo Fox, se non sapete il perché l’ho raccontato qui) doveva andare mediamente bene, è andata abbastanza di merda. E se pensate che sia esagerata ve la racconto, così da sfatare qualsiasi dubbio in merito.

fantozzi

Seguendo un ordine puramente cronologico iniziamo con un ottimo lunedì di sole in cui il mio telefono Caterpillar – comprato perché doveva resistere a tutto- si spegne tra le mie mani per non riaccendersi più. E’ il settimo che muore prematuramente e per cause poco chiare da quando sono sull’Isolachenoncè.

Martedì – in un modo che ancora non so spiegarmi- perdo la mia borsa (a tracolla!) con dentro dei soldi, le chiavi di casa ed entrambi i miei bancomat. Il tutto accade alle 7 di sera e l’altra copia delle chiavi, naturalmente, era con Cosone (sulla costa). Prima di iniziare a disperarmi vado dal padrone di casa: al primo tentativo non lo trovo – e siccome sapevo che doveva partire per il Belize, un po’ di panico mi sale-. Al secondo tentativo scopro che il dueño c’è ma che non ha una terza copia delle chiavi, e siccome alle finestre ci sono le inferriate, l’unica cosa da fare è trapanare la serratura. Il tutto avviene con il Piccolodittatore che piange in preda alla disperazione per la fame (con una breve tregua durante la fase della trapanatura, durante la quale però non ha mai smesso di gridare: gira, gira, gira). C’è da dire che potevo rimanere fuori casa per una notte intera senza soldi e senza cibo, per cui quasi mi sento graziata.

Mercoledì sono ormai pronta a tutto: non mi stupisco quindi quando scopro che la nuova serratura non chiude la porta da fuori, ma evidentemente non era abbastanza come sbattimento perché prima di pranzo mi accorgo che l’astuccio con i soldi per fare le spese è sparito dalla mia borsa (un’altra ovviamente). A quel punto tra me e me penso che sarebbe stato più prudente chiudersi ermeticamente in casa invece che andare in spiaggia, soffoco una sequela infinita di improperi, e incasso il colpo dandomi anche della cretina perché, anche se non so spiegarmi come per la seconda volta in una settimana, è chiaro che l’ho perso io.

Non paga giovedì – sempre più al verde- ritorno in spiaggia e sarà che non avevo più nulla da perdere o rompere, ma va tutto bene. Torno a casa trotterellando, incoscientemente convinta che la parentesi fantozziana si fosse conclusa, e lì scopro che no, la tragedia è ancora dietro l’angolo: mentre sto riempiendo la vasca da bagno, il Piccolodittatore decide infatti che piuttosto che lavarsi è meglio la morte e così si lancia in una corsa suicida che termina con un tuffo di testa dal ballatoio (alto poco meno di mezzo metro) con atterraggio di faccia. Naturalmente è una maschera di sangue – io perdo 20 anni di vita- ma per lo meno non c’è niente di rotto e, vista la settimana, quasi ringrazio della fortuna.

Giusto per aggiungere carne al fuoco, questa settimana è stata una delle poche (e comunque magari aumentassero) in cui mi è capitato di lavorare e ciò significa, dato che non ho nessuno a cui lasciare il Piccolodittatore, che da lunedì a mercoledì non ho praticamente dormito: la notte è l’unico momento in cui ho la calma sufficiente per connettere il cervello, e le scadenze sono scadenze.

Ora, normalmente una scarica infinita di sfighe in combo con la privazione di sonno provocano, nella sottoscritta, un’incazzatura esistenziale di una violenza inenarrabile. Ma questa volta, forse perché l’aria dei Caraibi mi ha reso più oculata nel dispendio di energie (leggi: pigra), invece di agitarmi sono riuscita a restare quasi calma e a inserire la modalità sticazzi.

metodo-sticazzi

Sticazzi al lunedì perché alla fine un telefono non è poi la fine del mondo.

Sticazzi al martedì: alla peggio mi farò mandare qualcosa da Cosone e le carte le rifarò appena posso.

Sticazzi al mercoledì in fin dei conti non era una gran cifra. Un po’ meno sticazzi al giovedì, ma alla fine, visto il volo, tantecaregrazie che l’epilogo sia stato in fin dei conti una gran paura e una bella escoriazione, e niente di più.

Confesso comunque che venerdì mattina ho aperto gli occhi con qualche timore e invece per me ci sono state belle sorprese: il telefono è magicamente resuscitato dopo aver tolto le sim, averlo sbatacchiato per bene e averlo rimesso in carica con zero aspettative di successo. La borsa è stata ritrovata da una tizia e così, con 25 dollari di ricompensa, sono tornata in possesso dei miei bancomat (che a quanto pare non funzionano ma la banca spero mi farà sapere qualcosa a breve).  L’astuccio con i soldi è stato rinvenuto in camera del Piccolodittatore, che tra le tante cose è un cleptomane con una passione sfrenata per le mie borse. Uniche note dolenti, la porta di casa che non è stata riparata (ma ho trovato comunque un modo alternativo per chiuderla) e la faccia del mini despota, che non è decisamente un bel vedere.

Ora, potrei ridurre tutto questo a un semplice quanto inelegante finalmente na botta di culo – dopo tanta sfiga-, ma sono nevrotica e una delle mie perversioni preferite è quella di concatenare in modo assolutamente arbitrario cause ed effetti quindi, da tutta questa storia, voglio trarre una morale.

E l’insegnamento è il seguente: se il disagio ti segue e nonostante le deviazioni ti raggiunge pure, sticazzi. La tua indifferenza sarà il miglior modo di confonderlo: nella peggiore delle ipotesi ti troverai nella merda ma almeno ti sarai risparmiato una gastrite. Nella migliore delle ipotesi, come questa volta è incredibilmente capitato a me, sarà il disagio a cambiare strada e tu avrai il tempo per fare qualcosa di meglio che angosciarti. Come per esempio leggere questo bellissimo blog, condividere un post o lasciare un commento. Ma se preferisci mangiarti un gelato, lo capirò.

*del perché Cosone non ci sia, giuro, ve lo racconto prestissimo. Lo giuro!

Di trasferte,di guerre energetiche e di post scriptum sfacciati.

Questa settimana avrei voluto raccontare del perchè Cosone sia latitante da quasi un mese, ma poi lunedì scorso-sempre Cosone– mi ha avvisato che avrebbe avuto due giorni liberi, così con il Piccolodittatore e Muccailmiocanescemo siamo andati a trovarlo e tutti i miei buoni propositi di scrittura sono andati a farsi benedire. Stavo già per arrendermi all’evidenza che non sarei stata in grado di pubblicare niente fino alla prossima settimana quando, scartabellando nel mio computer ho trovato degli appunti risalenti a circa un anno fa su una vicenda a dir poco paradossale.

Del perché ai tempi mi fossi messa a scrivere con tanto zelo di questi fatti è una domanda alla quale non so rispondere, ma per una volta me ne fregherò amabilmente dei perché e dei percome e agguanterò, rapace, questa inaspettata botta di fortuna copiando e incollando qui sotto la cronistoria della Guerra Fredda sull’Isolachenoncè:


Comunicazione di servizio: siccome non ho avuto un secondo libero in questi giorni ho davvero copiato e incollato gli appunti; per questo, anche se si tratta di fatti passati, la narrazione è al presente.


Sull’Isolachenonce da oggi nessuno sprecherà energia. No, non si tratta, sfortunatamente, di una riuscita campagna di sensibilizzazione ambientale. L’Isolachenonce non è in Ururguay. Ma ugualmente, a partire da oggi, tutti gli isolani (nativi e turisti) saranno costretti a stare più attenti ai consumi perché, per un tempo indeterminato, gli uffici della compagnia elettrica locale saranno chiusi. Questo significa, in un luogo dove l’energia viene ricaricata comprando pacchetti prepagati, che se la “serrata” durerà più di qualche giorno, centinaia di persone si ritroveranno senza luce e senza acqua corrente “a tempo indeterminato”, perché come si legge dal comunicato stampa della Società Elettrica, sarà sospesa anche la possibilità di ricarica online.

279h-1

Io sono italiana. Alle stranezze e ai disservizi sono abituata, all’arroganza dei potenti non ne parliamo, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, e per come è messa l’Italia oggi, questo è davvero singolare. Ma se  la sospensione arbitraria di un servizio essenziale come l’erogazione dell’energia elettrica  non è abbastanza per stupirvi, ora vi racconto cosa si dice in giro riguardo la vicenda. Quando lunedì scorso su tutta l’isola è mancata, a fasi alterne, la corrente, noi tutti abbiamo ringraziato Iolanda, simpatica tormenta, che qui è arrivata solo di striscio ma che, garantisco, incazzata era incazzata. E invece no. Perché la sospensione dell’elettricità non dipendeva dai danni della tempesta ma faceva parte della guerra fredda tra Mr Ccei (europeo e Capo Compagnia Elettrica Isolachenocè) e Mr X.

Web

Pare infatti che Mr X abbia pubblicato sul proprio profilo Facebook un filmato che ritraeva il figlio di Mr Ccei mentre picchiava uno dei tanti matti del villaggio. Si dice che Mr Ccei non l’abbia presa bene e che, invece che riempire di mazzate l’erede (ma forse in privato, chissà…), abbia ben pensato di togliere l’elettricità alla casa e al negozio di Mr X, così, giusto per ribadire che i panni sporchi si lavano a casa e non si “appendono” al web. A questo punto Mr X si è risentito a sua volta e ha chiamato alcuni amici sulla costa per “sfogarsi”. Sfortuna vuole che gli stessi amici riforniscano di benzina la Compagnia Elettrica, e che per solidarietà abbiano deciso di non fare più affari con Ccei:  è a questo punto della delirante vicenda che si inscrive il blackout di lunedì, che, sempre stando ai ben informati, non sarebbe dipeso   dal fatto che la benzina del generatore fosse finita, bensì dalla volontà di Mr Ccei di chiarire quali siano i poteri che realmente governano l’isola.   Devo dire che a me il messaggio sembrava chiaro, e probabilmente lo è sembrato anche a Mr X che però, a quanto pare, ha vocazioni giornalistiche e ha ben pensato di denunciare l’accaduto a una rete televisiva locale che ne ha fatto un servizio. Naturalmente in un’isola grande come una nocciolina la cosa non è passata inosservata ed è scoppiato il finimondo in termini di proteste da parte degli utenti, di  condivisioni sui social network, e purtroppo di rappresaglie. Perché naturalmente Mr Ccei non ha gradito e così, con la scusa di voler tutelare la sicurezza dei propri dipendenti (ma se così fosse, perché sospendere anche il servizio online?) questa mattina ha annunciato la serrata. Alle 9.00 di mattina, giusto per impedire a chiunque di correre a fare scorta. Ora, ancora una volta, sono italiana. Nello stereotipo della mia cultura c’è il culto dell’onore della famiglia e la protezione (a volte eccessiva) della prole. Ma davvero per qualcuno è giustificabile che per una minchiata di un ragazzino un’intera isola rischi di trovarsi senza servizi indispensabili come acqua e luce?  E soprattutto mi chiedo come diavolo sia possibile che un bene prezioso come l’energia sia affidato completamente alla gestione di un cittadino (che agli occhi dei locali ha anche aggravante di essere straniero) senza alcun apparente controllo da parte delle autorità governative sulla sua condotta. Perché banalmente, se la serrata fosse stata annunciata ieri mattina, io mi sarei ritrovata, nel giro di qualche ora e senza alcun preavviso, senza energia e senza acqua corrente. A tempo indeterminato, con un bimbo piccolo e un caldo che si schiatta. Vivendo in un’isola caraibica alle stranezze finisci per abituarti. Ti abitui alle palme addobbate a Natale, che il primo anno che le vedi ti vieni un colpo. Ti abitui alla Semana Santa, che qui suona più come un carnevale, in un turbinio di quad, reggaeton e Coors Light. Ma quando credi di aver visto tutto, ecco che l’assurdo si palesa. E ti arrendi. Perché i Caraibi sono così. Incantevoli, rumorosi, colorati e senza regole. E difficili. E ingiusti.  A volte.

Ps. Ovviamente la vicenda è poi evoluta con risvolti inaspettati. Qualora a qualcuno venisse la curiosità di sapere a che punto siamo, qui sotto c’è un fantastico box per i commenti – finora praticamente inviolato- nel quale potete chiedermi lumi. E se poi per caso non ve ne fregasse niente ma foste in cerca di una buona azione per la giornata, sappiate che lasciandomi un commento avreste assolto alla vostra caritativa quotidiana (aiutando una disagiata) con uno sforzo minimo. Pensateci.

 

Happy b-day to me. Ovvero del perchè 3 è meglio di 2, del grande assedio e della preghiera (di condivisione)

9 febbraio 1982. A guardarla così, abituati oramai ad avere a che fare con il duemilaequalcosa da 17 anni, mi sembra la data di nascita di qualcuno molto più vecchio di me. E invece il 9 febbraio 1982 sono “solo” 35 anni fa. Oggi è il mio compleanno.

Oggi compio 35 -TRENTACINQUE- anni: come dire, la via del tramonto l’ho imboccata per bene, ma per la geriatria si può ancora aspettare. E’ tempo di bilanci? Forse sì, ma la matematica non è mai stata il mio forte e preferisco lasciare queste incombenze a chi di contabilità si occupa di mestiere. Quindi passo oltre.

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Oggi compio 35 anni e per la prima volta sarò completamente sola. Potrei essere malinconica: la famiglia lontana, Cosone che per lavoro si è traferito sulla mainland e che non tornerà fino a aprile, Ilpiccolodittatore che sta mettendo i premolari e -poraccio- urla e sbava che manco Alien. E invece no. L’unica cosa che mi scoccia incredibilmente sono i decimali: non sarebbe meglio 25?

Ma poi ripenso a me a 25 anni e mi dico che va decisamente meglio ora, perché 10 anni fa ero a casa a piangere come una disperata dopo che l’UOMOSTRONZO (non un qualsiasi stronzo, l’US per antonomasia) mi aveva scaricata per il secondo anno consecutivo praticamente alla vigilia del mio compleanno. Piangevo e certo non mi aspettavo che avrei dovuto fare il trasloco da casa sua in taxi e sotto una pioggia battente che manco in Carrie nella più tragica puntata di Sex&theCity. Piangevo e ignoravo che dopo qualche giorno lui sarebbe venuto a casa mia per prendere le sue cose e che io sarei rimasta chiusa fuori a febbraio, senza cappotto e con il rimmel sotto le scarpe. Piangevo e non sapevo che:

  • di lì a poco, licenziandomi, mi sarei sentita dare della perla ai porci
  • che il mio bancomat si sarebbe improvvisamente bloccato lasciandomi senza una lira
  • che avrei litigato con una delle mie più care amiche (ora è tutto a posto ma per un anno non ci siamo parlate)
  • che mentre aspettavo una chiamata dell’US, il mio cellulare si sarebbe rotto e che quando avessi cercato di comprarne uno (in pausa pranzo in preda all’isteria) il Trony dietro all’ufficio sarebbe stato chiuso per inventario.

Insomma facevo bene a piangere e grazie al cielo ignoravo tutto quello che mi sarebbe successo nei successivi 15 giorni perché se avessi saputo tutte quelle cose più che a un bagnetto a Lourdes, avrei pensato ad un tuffo dal decimo piano (e io vivevo al secondo, no per dire, a volte, l’amarezza). E invece sono viva e vegeta e, per di più, oggi invece che a Lourdes il tuffo me lo faccio a due passi dalla barriera corallina. Ma lasciamo stare il compleanno che in fondo chissene -tanto il tempo passa comunque- e parliamo di cose serie. Tipo la salvezza dell’anima. Sì, perché credo che quest’anno ai piani alti ci siano grandi progetti per me. Inizio a pensare infatti che l’Onnipotente abbia deciso che il 2017 debba essere l’anno della mia redenzione. Deve per forza essere così perché dopo l’attacco in due tempi (il secondo è stato segnalato solo su Facebook…siete già iscritti?) ad opera dei Testimoni di Geova, ho recentemente subito anche un accerchiamento da parte di tre pentecostali – e  non finisce qui. Ma andiamo con ordine.

jesus-save-me

L’altro giorno sono andata sulla mainland perché cane (Mucca) e gatto (Nana) dovevano essere portati dal veterinario (sull’Isolachenonce ovviamente non ne esiste uno). Alle ore 6.00 di mattina sono uscita di casa con il Piccolodittatore nel marsupio (e 39 di febbre causa denti), il gatto nella gabbietta, il cane al guinzaglio e lo zaino (perché poi ci saremmo fermati a dormire da Cosone) sulle spalle, sotto una pioggia fastidiosissima che mi ha obbligato anche a tirare fuori l’ombrello. Robe che neanche la Dea Kalì. Arrivo trafelata sul ferry, mi sequestrano Nana (che nel frattempo ha subito una metamorfosi e si è trasformata in un antifurto per auto in loop) e Mucca (che inizia a piangere non appena capisce che nemmeno lei è ammessa all’interno della nave), cerco un posto, mi rendo conto che è tutto occupato, sta per partire un rosario di madonne alla veneta quando la Divina Provvidenza si manifesta facendomi trovare da sedere proprio di fronte alla trinità più scapestrata che vi possiate immaginare: Devin, Josè e Rolando. A questo punto il Piccolodittatore subisce una seconda mutazione -da Alien passa alla versione scimmia urlatrice pro- e questo offre a Devin una scusa per iniziare a chiacchierare. Dopo le solite domande di rito, e senza perdere troppo tempo, ecco che Devin parte all’attacco:

D: e tu vai in chiesa?

Io: no

D: ahhh vai in chiesa ogni tanto

Io: no, non ci vado mai.

Lo guardo e lo vedo perplesso. Per alleggerire il tutto cito il pediatra del Piccolodittatore che, dopo avermi posto la stessa domanda, aveva ironicamente spiegato la mia miscredenza con un “eh voi il Vaticano lo avete da 2000 anni, per noi è quasi una novità”. Naturalmente l’ironia non viene colta e Devin ci riprova chiedendomi cosa succede dopo la morte, sperando di spaventarmi. Non ci riesce; lo zittisco con un “io rispetto tantissimo la tua opinione ma tu rispetta la mia” e intanto alla mia destra una vecchietta ammorba uno dei tanti marinai che passano tra i sedili distribuendo sacchetti di plastica alla gente che vomita (c’era mare mosso, ovviamente) cantando le lodi di Jesus Cristo (giuro che è tutto vero!). Mi sento circondata. Riguardo Devin e vedo che confabula con Josè e Rolando. Al termine della consultazione mi dice che lui è della Chiesa evangelica pentecostale di un’altra isola, mi regala un opuscolo degli incontri settimanali che fanno. Mi dice di pensare alla morte e che potrebbe essere il momento di una svolta nella mia vita.

Io sorrido, tocco ferro e penso che tutto il trash della giornata l’ho già raccolto prima delle 8 di mattina. Faccio male: quando arrivo dal veterinario, trovo infatti la sala d’aspetto tappezzata di poster di Geova. Quando entro nell’ambulatorio e vedo una Bibbia accanto alle fatture mi preparo psicologicamente al peggio, e invece questa volta mi va bene: no pippons for me.

Ma l’Onnipotente non le manda a dire, così quando finalmente arrivo a casa di Cosone scopro che l’appartamento assegnatogli è di proprietà di una famiglia gringa, decisamente devota, con un grande amore per le decorazioni e le letture religiose.

Grazie a Dio (è proprio il caso di dirlo) da questo momento in poi il divino assedio è cessato e io sono tornata alla mia solita miscredenza, godendomi Cosone, il Piccolodittatore e il paesaggio mozzafiato che regala la costa di questo bellissimo Paese. E adesso vi saluto. Vado a fare una cosa che ho scoperto solo di recente piacermi molto. Vado al ristorante da sola (beh più o meno, il Piccolodittatore e Mucca sono tipo carte moschicida) e mi festeggio.

E se a voi va di farmi un regalo (che poi non costa niente), qualora questo post vi avesse strappato un sorriso, lasciatemi un like, un commento, condividete su Facebook, leggetelo al vostro cane – se è social-. Per voi è una cosa da niente e io per una volta non mi deprimerei con i dati delle statistiche giornaliere. A chi vorrà farlo, grazie in anticipo! Ora è davvero tutto: Happy birthday to me. E buona giornata a voi! 

Della sindrome post-vacanza, del gatto dell’astrologo e della malattia mentale. Felina e non.

E anche capodanno ce lo siamo tolti. Come sempre restano:

  • alle spalle i buoni propositi – io non ne ho fatti, e se non dormite chiedendovi il perché la risposta è qui
  • sullo stomaco il cotechino con le lenticchie – che è tanto buono ma lo digerisci in comode rate
  • sui fianchi il bis di panettone con la crema al mascarpone – che neanche tu ti spieghi come hai fatto a fagocitarlo, ma questa è la magia del Natale
  • e davanti una vita intera, esattamente come un anno fa. O come sabato scorso, se vi piace di più, tanto fa lo stesso.

Comunque, anche sull’Isolachenonce con il nuovo anno si inaugura ufficialmente la caccia all’oroscopo più favorevole al quale credere ciecamente per poter guardare con paranoica fiducia il futuro. E devo dire che quest’anno c’è l’imbarazzo della scelta, per lo meno per noi acquari.

Ora, io non è che sia esattamente deep in to da horoscope, ma alcuni capi saldi li ho:

  • tipo Paolo Fox: “il 2017 è l’anno perfetto per le novità”
  • Branko: “si sta aprendo una nuova fase veramente nuova e felice di una vita idealmente borderline” – e grazie tanto per la borderline Branko, ci mancavi tu
  • e naturalmente Brezny, contorto come al solito, che mi promette di riappacificarmi con me stessa).

E anche se normalmente è questa la triade magica del mio capodanno, nell’anno in corso a darmi le migliori soddisfazioni è stato Mauro Perfetti, da me imperdonabilmente snobbato – ma già astrologo preferito di Simona Ventura – che dalle pagine di Oggi – ritratto insieme al suo gatto Pisty – mi promette che:

“il cielo nel 2017 farà bene al cuore, alla mente e anche al portafoglio grazie a Giove che aiuterà a prendere in mano l’esistenza e a darle una significativa svolta”.

Ora, voi penserete che io propenda per l’autore del sempre attuale le stelle indicano non determinano (come chi è? Ma Maurone nostro, no?!) solo perché è l’unico ad aver intravvisto del denaro nel mio orizzonte futuro – che sarà anche vile, il denaro dico, ma schifo a me non fa. E invece, per quanto sarei più che felice di potermi attenere alle sue previsioni in termini di pecunia, io voglio credere a Mr. Perfetti in quanto gattaro DOC. Sì, perché se è vero che il mondo – o quantomeno instagram – si divide in doglovers e in catlovers, io faccio parte della seconda fazione senza ombra di dubbio.

Fin da piccola ho intuito la mia vocazione da gattara, ma all’epoca era un amore poco ricambiato: Trudy, la gatta nera che avevo da bambina, tutte le volte che mi incontrava in casa mi soffiava. Comunque, in perfetto stile masochista quale sono, nonostante il rifiuto trudesco non mi sono fatta scoraggiare e ho continuato nel tempo a coltivare il mio amore per il genere felino, amore che l’Universo deve aver mal interpretato, perché di tutti i gatti disponibili mi ha poi mandato proprio Nana, Ilgattopsicopatico.

Nana è arrivata nella nostra sgangheratissima famiglia ad aprile del 2014 – dentro un sacchetto di Hello Kitty per la precisione – come regalo non richiesto da parte di Ms. Loretta Brown, sì, la stessa della baracca con i galli da combattimento e della guerra della munnezza. Ora, capirete voi che da una tale provenienza non ci si potesse aspettare assolutamente nulla di particolare, e invece Nana qualcosa di fuori norma ce l’aveva: la bruttezza (orecchie tipo fennec, pelo modello iena ridens, espressione da lemure).

Ma quando ho letto il disagio nei suoi occhi ho capito subito che saremmo diventate grandi amiche. E così è stato.

Voi crederete che io esageri quando dico che Nana è psicopatica, ma cari miei vi assicuro che vi sbagliate.

Il mio gatto, per esempio, soffre di pesantissimi disturbi alimentari: se potesse sarebbe vegetariana, che per un felino, carnivoro per antonomasia, non è esattamente il massimo. E no, non mi riferisco all’erba gatta. Nana non resiste alla vista del mango, adora tutti i legumi con una predilezione che rasenta il maniacale per la crema di ceci, diventa ingestibile quando stendo la pasta all’uovo e ruba il pane con la marmellata al Piccolodittatore. Naturalmente mangia anche il passato di verdura, ma con meno entusiasmo.

Il suo appetito insaziabile, per fortuna, è controbilanciato da un costante allenamento all’aperto (vivere in giardino da noi è praticamente vivere tra le foreste di mangrovie) anche perché altrimenti proprio non saprei come fare a tenerla sotto controllo con il peso. Per dire tutta la verità ho anche provato due volte a metterla a dieta: la prima volta – credo dopo poco più di un giorno a regime alimentare controllato – Nana ha ben pensato di manifestare il proprio disappunto facendomi trovare un’iguana sventrata in cucina, e siccome le sue richieste sono state disattese, il giorno seguente ha riprovato a chiarirmi il concetto donandomi un colibrì. A pezzi. Per la precisione, la testa è stata rinvenuta davanti al divano mentre il corpo giaceva emblematicamente davanti ai fornelli.

nana_assassina
Nana in tutto il suo felino splendore

A quel punto ho iniziato a temere per la vita della mia famiglia e ho desistito. Ma siccome ho messo in dubbio il dolo – Nana è pur sempre un animale, che ne può sapere di avvertimenti mafiosi, giusto? – ci ho riprovato. Non è andata meglio. Perché l’astuto quadrupede, memore del successo ornitologico conseguito in passato, questa volta ha optato per il sacrificio immediato di un povero colibrì, e per aggiungere pathos alla scena, ha anche creduto opportuno mangiare e rigurgitare parte delle budella del volatile. State morendo di schifo? Pensate a me che ho pure dovuto pulire lo scempio. E scusatemi tanto, ma tutto questo era necessario raccontarvelo per provare senza ombra di dubbio che il mio felino soffre certamente anche di disturbi del comportamento, che ha una gestione problematica dell’ira e una preoccupante propensione all’omicidio.

Ma anche per il suicidio. Andando in ordine cronologico si passa dal tentativo di avvelenamento per ingestione di sigarette (due, filtri inclusi), al lancio nel vuoto (per dire il vero era un primo piano, ma una cazzata ogni tanto concedetemela!), dal duello all’ultimo sangue con una tarantola (che non è mai iniziato solo grazie all’intervento della sottoscritta -urlante), alle interazioni con il Piccolodittatore, assimilabili a spedizioni kamikaze perché, ricordiamolo, anche se piccoli, i dittatori fanno brutto. E se non siete d’accordo andate a parlarne con Kim Jong-Un (ma non dite che non vi avevo avvisati).

Insomma, più che cambiare strada io il disagio lo riconosco, lo abbraccio e gli spalanco le porte di casa in qualsiasi sua forma, anche felina. È così.

Speriamo che le stelle non abbiano indicato solo cazzate al buon Perfetti a proposito dell’Acquario nel 2017: nel mio caso, per quanto riguarda la salute mentale, non ho gradi aspettative, ma per una bella svolta (anche in senso agambelevatesco) sono più che pronta, e per essere travolta dal successo e da fiumi di denari pure. E allora, come avrebbe detto quella grande filosofa che è Simona Ventura, non resta che

crederci sempre, arrendersi mai!

Ma se voi avete suggerimenti più costruttivi per questo 2017, io sono tutta orecchie!