Agambelevate dalla sindrome da bilancio (e dalla vita da favola)

Premessa:

  1. Dopo 4 mesi dalla fuga agambelevate dall’Isolachenoncè io stessa mi sarei aspettata un post di bilancio su questi ultimi 4 anni di esilio ma, se un po’ mi conoscete, i bilanci non sono esattamente la mia materia di dissertazione preferita.  Essendo poi una personalità al limite dello psicotico, il senso di colpa e la sensazione di inadeguatezza rispetto alla mia capacità di trarre delle conclusioni sensate dall’esperienza hanno determinato l’insorgere di una strana patologia che, per citare l’Allegro Chirurgo, – e attribuendomi per altro uno status che non mi è proprio – chiamerò il crampo dello scrittore, a causa della quale mi è stato impossibile aggiornarvi sugli ultimi accadimenti che si sono abbattuti sulle teste matte dei componenti della mia sgangherata famiglia -umani, canidi e felini-. Abbiate pertanto pazienza e sappiate in partenza che di riflessioni intelligenti, questo post (as usual) è completamente scevro.
  2. Se dopo questa premessa siete ancora qui a leggermi, grazie. Ma, prima che continuiate, vorrei dirvi anche che qualora non sapeste chi fosse il signor Vladimir Jakovlevič Propp, non fa niente – capirete poi perchè ve ne sta parlando- . Io l’ho molto amato perchè grazie ai suoi studi sulle favole, allegato alla mia antologia delle medie, c’era un mazzetto di carte (Le carte di Propp) con il quale mi sono divertita molto, ma magari voi avete avuto un’altra antologia, e non è mica colpa vostra.
  3. Una volta mi occupavo di comunicazione: sono pertanto consapevole che riprendere a scrivere di luoghi esotici ad agosto, quando la maggioranza degli italiani (suppongo quindi anche dei miei pochi – ma buoni- lettori) è in vacanza, è per lo meno inutile. Ma visto che essere candidata ai Macchianera Awards per il momento non è  un obiettivo, posso anche permettermi di fregarmene.
  4. Nonostante il punto 3, se avete voglia di condividere il mio post, consigliare questo blog come lettura estiva ai vostri amici o parlarne in qualsiasi modo – perchè qualcuno di molto più autorevole di me ha detto basta che se ne parli, e io ci credo – avete tutta la mia gratitudine. Sappiate anche che mi fa un po’ schifo questa captatio benevolentiae ma tutti i bloggerchesannofareiblogger insistono sull’importanza delle call to action e allora io obbedisco (dopo tutto ha obbedito pure Garibaldi, ed è passato alla storia.)

fine premessa – e buona lettura-


C’era una volta, tanto tempo fa, la Sottoscritta -per dire il vero la Sottoscritta c’è ancora, ma visto che non mi paleso con un aggiornamento da tempi immemori, lasciatemi per un po’ parlare in terza persona così da poter far finta che la colpa di questa prolungata assenza non sia mia ma di questa orribile persona che si chiama Sottoscritta-.

Si diceva: c’era una volta tanto tempo fa la Sottoscritta che, certamente, se fosse nata nel Regno delle Fiabe sarebbe stata una fiammiferaia, una Cenerentola -o comunque un personaggio mediamente sfigato- ma non avrebbe avuto importanza perché, si sa, in ogni favola che si rispetti il disagio ti segue come un segugio, ti accompagna in mille peripezie, ti mette tra i piedi mele avvelenate se sei vegana, principi rospi se sei zitella, torri inespugnabili se sei claustrofobica ma poi c’è sempre una fata (turchina o madrina, fa lo stesso) che ti salva e ti trasforma in una splendida Principessa che vivrà per sempre felice e contenta (con una fornitura sempiterna di botox perché principesse con le rughe non si sono mai viste).

principe botox
…ma anche i principi finiscono per essere schiavi della medicina estetica, perchè nel Regno delle Fiabe il gender gap non esiste

Per dire il vero non so perché vi dica tutto questo dato che la Sottoscritta non aveva natali da favola, no. La Sottoscritta era nata nella Terradellabracciastrappateallagricoltura (come gli amabilissimi veneziani chiamano la terraferma, e in particolare Mestre, terra natia della nostra eroina) e, dopo mille sbattimenti, invece di una Fata Madrina incontrò una serie di esperti venditori di aria fritta -ai quali credette con una fiducia del tutto ingiustificata che per pietà chiameremo ingenuità- finendo così a vivere in un’isoletta sperduta dei Caraibi, meglio nota come l’Isolachenoncè.

Ora, se l’isoletta sperduta dei Caraibi fosse stata un paradiso fiscale, e la Sottoscritta una paracula danarosa, probabilmente la storia sarebbe finita qui, e al massimo ci sarebbe stato un fantastico matrimonio con il Principe Azzurro. Ma la Sottoscritta, come è noto ai visitatori abituali di questo sgangherato blog, non è una paracula, non si è sposata il Principe Azzurro – ma Cosone– ed è tantomeno danarosa, ragion per cui, una volta trasferitasi nella piccola isola dei Caraibi, ovvero l’Isolachenonce, invece di vivere felice e contenta iniziò a somatizzare e a deprimersi.

Delle ragioni per cui la Sottoscritta fosse piombata nella più nera della disperazione non mi sembra rilevante parlare – anche perché l’ho ampiamente fatto in passato – quello che conta è che, according to Propp che di favole se ne intendeva, a questo punto della storia arriva in soccorso della Sottoscritta l’aiutante.

Sempre secondo il nostro caro Propp, la figura dell’aiutante è cruciale nell’economia della favola perché fornisce all’eroe gli strumenti per risolvere la crisi e approdare alla tanto agoniata Evisserofeliciecontentilandia – che dista dall’Isolachenoncè non anni, ma secoli luce-.

Pare – questo Propp non lo dice, ma Walt Disney ci ha costruito un impero- che le narcolettiche abbiano diritto, per contratto, a ricevere l’aiuto di una fata madrina; lo stesso capita alle rupofobiche, ovvero le maniache del pulito – se non ci credete fate due parole con Cenerentola- mentre ai figli dei mugnai spettano astuti gatti dagli stivali magici che truffano giganti e intestano castelli ai propri padroni (e ovviamente nel Regno delle Fiabe di IMU, ICI, TASI e TARSU non si è mai sentito parlare).

cinderella

Alle Sottoscritte, invece – e poi c’è chi dice che il karma non esiste –, capitano felini e canidi con manifesti problemi comportamentali. Nel caso specifico, alla Sottoscritta vennero appioppati dal fato Nanailgattopsicopatico e Muccailcanescemo.

Ovviamente più che mangiare a sbafo i due quadrupedi non fecero, ma l’attaccamento morboso della Sottoscritta al suo felino (il canide è di proprietà di Cosone) aiutò comunque la nostra beniamina a raccontarsi che forse parte del disagio – e della depressione cosmica- era dovuto al tintinnio delle sue ovaie più che trentenni che, impietose, le ricordavano che se c’erano velleità riproduttive, forse era il caso di darsi una mossa (pare che Nanailgattopsicopatico sia lontana parente della Lorenzin) . Giunta a questa nuova consapevolezza, e con l’aiuto di una non meglio precisata Forzadelbene  – senza la quale Cosone mai avrebbe scoperto che la paternità poteva essere un’opzione considerabile- arrivò llPiccolodittatorecentroamericano.

lorenzin fertility day
Nanailgattopsicopatico è parente della Lorenzin. Questa è la prova.

Ora, di solito con la nascita dell’erede – depressione post partum permettendo- le favole trovano la giusta conclusione nell’ormai arcinota formula del “e vissero tutti felici e contenti“ . Nel caso della Sottoscritta, naturalmente, non fu così. Accadde invece che la Sottoscritta, dopo aver dato alla luce il despota formato mignon, realizzò che tutto sommato se stava di merd (perchè anche la merda, in francese diventa chic) ai Caraibi, ci si poteva anche spostare e, dopo essere tornata da un lungo soggiorno in Italia (per far conoscere l’erede ormai “unenne” a suo padre, ovvero il Patriarca), scoprì anche di avere un superpotere: lo sfinimento. Lo scoprì anche Cosone che, suo malgrado, finì per cedere alle richieste della Sottoscritta e transumanza fu.

trasloco_sconosciuto

Vissero tutti felici e contenti?

Non lo so, ma a questo punto lo spero perché, naturalmente, la Sottoscritta sono io.


Al momento scrivo dall’Italia. In realtà sono solo di passaggio perché, siccome questa non è una favola ma il racconto super condensato degli ultimi quattro anni della mia turbolenta esistenza, prima di prendere possesso definitivo della mia nuova vita, devo sbrigare un paio di sbattimenti burocratici. Si tratta di cosucce da niente: da due mesi, in compagnia del Patriarca, e grazie al prezioso aiuto di Lucrezia Ariciok (mia mamma, che si spupazza il Piccolodittatore) sto girando tutti gli uffici possibili e immaginabili nel tentativo di far ottenere all’erede lo status di cittadino italiano. Un’esperienza stupenda grazie alla quale ho imparato cose importantissime tipo:

  • che se si vogliono avere informazioni precise su ubicazione e competenze di un ufficio comunale l’urp (ovvero l’Ufficio Relazione con il Pubblico) è l’ultimo numero da chiamare. Ve lo sareste immaginato?
  • che nel processo che ha portato all’informatizzazione della PA qualcuno si è dimenticato dell’importanza fondamentale dell’aggiornamento delle info. L’avreste mai detto?
  • che se avete bisogno di informazioni precise, l’unica fonte attendibile sono gli usceri.

Comunque oltre a queste preziosissime perle, tutto questo peregrinare, qualche risultato l’ha portato:  Ilpiccolodittatore è finalmente iscritto all’anagrafe italiana, ma la carta d’identità valida per l’espatrio è, ancora, una chimera. E se per caso vi state chiedendo perché un essere lungo 92 centimetri abbia bisogno di un documento europeo valido per l’espatrio la risposta è semplice: il Circo di agambelevate non intende piantare le tende nel Belpaese, ma ha già individuato una nuova isola da colonizzare.

Naturalmente è tutto molto più complicato di come pensavamo: se dovessi descrivere con uno status di faccialibro la mia famiglia, dovrei inventarmi l’emoticon della diaspora:

  • Cosone, che da oggi potrei ribattezzare Ilcolonizzatore (ma non lo farò, Cosone gli si addice molto di più) è già in suol straniero.
  • Cane e gatto sono ospiti di mia suocera (che per la rassegnata dedizione con la quale accudisce le bestiacce è subito diventata Santa Francesca da Lambrate) a Milano
  • io e il Piccolodittatore, invece, dopo un mesetto trascorso nella NewIsland, siamo in Bracciastrappateallagricolturaland, in attesa del foglio di via.

Ma nonostante tutte queste difficoltà, sono felice.

Felice di poter pensare ai Caraibi come un luogo stupendo di villeggiatura ma non come a casa.

Felice di aver incontrato l’Isolachenoncè, di averla odiata, rifiutata, perdonata.

Felice di come mi ha cambiata, perché mi ha tolto tutto ma mi ha restituito il senso dell’essenziale, che è forse il dono più prezioso che l’esperienza potesse regalarmi.

Felice di avere ritrovato la mia famiglia. Di avere al mio fianco il Patriarca e di aver riscoperto Lucrezia Articiok.

Felice della mia nuova famiglia: di Cosone, al quale l’aria europea -checchè ne dica- fa molto bene, del Piccolodittatore che incredibilmente è venuto fuori una cosina bellina bellina nonostante il mix genetico non proprio raccomandabile.

Felice degli amici che in questi quattro anni ci sono stati (e che per quanto mi riguarda, ora, sono parte della mia famiglia) e di quelli che sono riemersi dopo un lungo oblio. Perché in fin dei conti se te ne vai è normale che qualcuno ti dimentichi, ma è bello che poi, ritrovandosi, mesi di silenzio si frantumino in una risata.

Felice che il disagio mi segua, perché alla fine mi ci sono affezionata e comunque è sempre meglio il disagio della sfiga.

Ora vi saluto. Domani mattina incontro Pilar, l’amicasorella, e la sua nipotina e vorrei evitare di arrivare con delle occhiaie modello Zio Fester.

Hasta pronto chicos!

Ps. Il lieto fine è come al solito qualcosa a cui non dovete abituarvi, ma:

  1. è estate
  2. l’Isolachenoncè è ormai un lontano ricordo (yeyeyeyeyeyeye)
  3. viste tutte le magagne che sono successe già ne LaNewIsland ho già materiali per almeno un paio di post – che per una che non riesce mai a rispettare un piano editoriale è tanta roba-.

In da luggage loop (con mi amiga perra)

Io non so come facciamo i blogger seri. Quelli che hanno sempre qualcosa da raccontare e che soprattutto hanno sempre il tempo per farlo. Io in questo sono un disastro. Lo sono in condizioni normali, figuriamoci ora che sto preparando la transumanza. E comunque, visto che di tempo ce n’è poco, la smetto subito di biasimarmi e passo agli aggiornamenti sulle mie disAvventure agambelevate.

Partiamo da una grande verità (di cui per dire il vero io non mi sono ancora resa per davvero conto): mancano meno di due settimane alla data della nostra partenza.

panico-paura.jpg

Cosone è tornato sull’Isolachenoncè e i preparativi sono febbrili. La casa si sta lentamente svuotando e, come sempre accade quando l’obiettivo non è spostare cose ma venderle, c’è una gran confusione ovunque. Il tavolo della cucina è invaso dagli oggetti più disparati:

  • una carrucola per il sollevamento di una tonnellata e mezzo
  • una sega circolare
  • svariati martelli
  • diversi set di punte da trapano
  • una levigatrice
  • prolunghe elettriche
  • sacchettini pieni di chiodi
  • piedi di porco (2)
  • livelle (2)

e molto altro di cui ignoro il nome e probabilmente anche l’uso. Ma ovviamente la modalità gran bazar non è circoscritta alla sola tavola. Diciamo che lì si concentra il comparto fai da te/carpenteria. A terra, accanto alla porta di ingresso invece c’è il distretto musicale con due amplificatori, un sacchetto pieno di cavi audio, un cajon, e un mazzo di corde per chitarra di diverse dimensioni. Accanto, il diving corner ospita le pinne, il regolatore e la muta di Cosone, mentre sul divano troneggia una pila vertiginosa di asciugamani lavati -in vendita pure quelli- . C’è perfino un angolo “eredità” con i vestiti e altri piccoli oggetti che invece regaleremo.

Per mettere in vendita tutte queste cianfrusaglie sul L’Isolachenoncè Buy and Sell (la pagina Facebook dove chiunque sull’Isolachenoncè abbia bisogno di qualcosa scrive) abbiamo dovuto ovviamente imbellettarle, catalogarle e fotografarle. Un lavoraccio del quale devo dare pressochè tutto il merito a Cosone che, eroicamente, ha portato a termine lo shooting con il solo ausilio della fotocamera del suo disgraziatissimo cellulare e di una pila (tenuta in bocca).

Parallelamente a questa estemporanea esperienza da commercianti/stylist/fotografi siamo impegnati anche in un altro compito a ciclo semi-perpetuo ovvero il luggage loop. Il luggage loop è un’attività particolarmente snervante che consiste nel caricare compulsivamente lavatrici ad oltranza, stendere i panni, piegarli, riempire le valigie, accorgersi che sono troppo piene, tirare fuori tutto, riselezionare le cose da portare, riprovare a riempire le valigie, riconstatare che sono troppo piene, risvuotarle e via così finchè non si riescono a chiudere le cerniere. Attualmente sono al 3 ciclo completo ma penso che mi ci vorranno almeno altre due ronde prima di poter raggiungere risultati apprezzabili (Mary Poppins beata te mannaggia!)

mary_poppins.png

E se tutto questo non è sufficiente per configurare una situazione di disagio ai massimi, si aggiunga il fatto che siamo nel pieno della semana santa che, a dispetto del nome, qui non ha assolutamente niente a che vedere con la spiritualità e il digiuno. L’Isolachenoncè si è così riempita di turisti (per la maggioranza latinoamericani) ubriachi, che ascoltano musica altissima, bevono birra a mollo nell’acqua hasta la cintura e mangiano pollo fritto. Descritta così sembra una situazione da incubo ma secondo me è soprattutto un’esperienza antropologicamente interessante, e a tratti anche divertente -e comunque non è molto diverso da certe isole greche ad Agosto-. Nel nostro caso è stata anche utile (ogni tanto una gioia) perché la fortuna ha voluto che ci siano capitati come temporanei vicini di casa un gruppo di ragazzi (metà messicani e metà honureni) che si sono innamorati del Piccolodittatore. E poiché l’amore è corrisposto anche dal minuscolo despota, io e Cosone lo lasciamo con piacere socializzare con i nuovi amici -formalmente- perché così si abitua allo spagnolo, ma la verità è che anche se parlassero asdrubalo andrebbe bene comunque: a una baby sitter gratis non si dice mai di no (anche se ripensandoci, meno male che parlano spagnolo così siamo potuti intervenire prima che una di loro riuscisse a insegnare al Piccolodittatore il ritornello di una delicatissima canzone dal titolo que perra, que perra, que perra mi amiga. Devo però confessare che quasi mi è spiaciuto intromettermi perché la “maestra” era così solerte nella docenza di questa pietra miliare del reggaeton da dotarsi di un’amica per dare al Piccolodittatore una concreta rappresentazione del concetto amiga perra. BRA-VAH).

perra mi miga

Potrei dirvi un sacco di altre cose, tipo raccontarvi quanto il mio precarissimo equilibrio mentale sia provato dai cambiamenti in arrivo, delle paure che a volte mi paralizzano, dei nervosismi, delle passeggiate al mare finalmente in tre, del fatto che per il quarto anno consecutivo ho mancato la tradizionale pizza alla diavola del venerdì santo (un po’ per scaramanzia visto che in questo momento ho bisogno di tutto eccetto che dell’ira divina, un po’ perchè qui la pizza è una chimera). Ma devo andare a ritirare la biancheria stesa in giardino. Sì, il  luggage loop non si ferma nemmeno per Pasqua.

Ah, a proposito, auguri!

Di trasferte,di guerre energetiche e di post scriptum sfacciati.

Questa settimana avrei voluto raccontare del perchè Cosone sia latitante da quasi un mese, ma poi lunedì scorso-sempre Cosone– mi ha avvisato che avrebbe avuto due giorni liberi, così con il Piccolodittatore e Muccailmiocanescemo siamo andati a trovarlo e tutti i miei buoni propositi di scrittura sono andati a farsi benedire. Stavo già per arrendermi all’evidenza che non sarei stata in grado di pubblicare niente fino alla prossima settimana quando, scartabellando nel mio computer ho trovato degli appunti risalenti a circa un anno fa su una vicenda a dir poco paradossale.

Del perché ai tempi mi fossi messa a scrivere con tanto zelo di questi fatti è una domanda alla quale non so rispondere, ma per una volta me ne fregherò amabilmente dei perché e dei percome e agguanterò, rapace, questa inaspettata botta di fortuna copiando e incollando qui sotto la cronistoria della Guerra Fredda sull’Isolachenoncè:


Comunicazione di servizio: siccome non ho avuto un secondo libero in questi giorni ho davvero copiato e incollato gli appunti; per questo, anche se si tratta di fatti passati, la narrazione è al presente.


Sull’Isolachenonce da oggi nessuno sprecherà energia. No, non si tratta, sfortunatamente, di una riuscita campagna di sensibilizzazione ambientale. L’Isolachenonce non è in Ururguay. Ma ugualmente, a partire da oggi, tutti gli isolani (nativi e turisti) saranno costretti a stare più attenti ai consumi perché, per un tempo indeterminato, gli uffici della compagnia elettrica locale saranno chiusi. Questo significa, in un luogo dove l’energia viene ricaricata comprando pacchetti prepagati, che se la “serrata” durerà più di qualche giorno, centinaia di persone si ritroveranno senza luce e senza acqua corrente “a tempo indeterminato”, perché come si legge dal comunicato stampa della Società Elettrica, sarà sospesa anche la possibilità di ricarica online.

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Io sono italiana. Alle stranezze e ai disservizi sono abituata, all’arroganza dei potenti non ne parliamo, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, e per come è messa l’Italia oggi, questo è davvero singolare. Ma se  la sospensione arbitraria di un servizio essenziale come l’erogazione dell’energia elettrica  non è abbastanza per stupirvi, ora vi racconto cosa si dice in giro riguardo la vicenda. Quando lunedì scorso su tutta l’isola è mancata, a fasi alterne, la corrente, noi tutti abbiamo ringraziato Iolanda, simpatica tormenta, che qui è arrivata solo di striscio ma che, garantisco, incazzata era incazzata. E invece no. Perché la sospensione dell’elettricità non dipendeva dai danni della tempesta ma faceva parte della guerra fredda tra Mr Ccei (europeo e Capo Compagnia Elettrica Isolachenocè) e Mr X.

Web

Pare infatti che Mr X abbia pubblicato sul proprio profilo Facebook un filmato che ritraeva il figlio di Mr Ccei mentre picchiava uno dei tanti matti del villaggio. Si dice che Mr Ccei non l’abbia presa bene e che, invece che riempire di mazzate l’erede (ma forse in privato, chissà…), abbia ben pensato di togliere l’elettricità alla casa e al negozio di Mr X, così, giusto per ribadire che i panni sporchi si lavano a casa e non si “appendono” al web. A questo punto Mr X si è risentito a sua volta e ha chiamato alcuni amici sulla costa per “sfogarsi”. Sfortuna vuole che gli stessi amici riforniscano di benzina la Compagnia Elettrica, e che per solidarietà abbiano deciso di non fare più affari con Ccei:  è a questo punto della delirante vicenda che si inscrive il blackout di lunedì, che, sempre stando ai ben informati, non sarebbe dipeso   dal fatto che la benzina del generatore fosse finita, bensì dalla volontà di Mr Ccei di chiarire quali siano i poteri che realmente governano l’isola.   Devo dire che a me il messaggio sembrava chiaro, e probabilmente lo è sembrato anche a Mr X che però, a quanto pare, ha vocazioni giornalistiche e ha ben pensato di denunciare l’accaduto a una rete televisiva locale che ne ha fatto un servizio. Naturalmente in un’isola grande come una nocciolina la cosa non è passata inosservata ed è scoppiato il finimondo in termini di proteste da parte degli utenti, di  condivisioni sui social network, e purtroppo di rappresaglie. Perché naturalmente Mr Ccei non ha gradito e così, con la scusa di voler tutelare la sicurezza dei propri dipendenti (ma se così fosse, perché sospendere anche il servizio online?) questa mattina ha annunciato la serrata. Alle 9.00 di mattina, giusto per impedire a chiunque di correre a fare scorta. Ora, ancora una volta, sono italiana. Nello stereotipo della mia cultura c’è il culto dell’onore della famiglia e la protezione (a volte eccessiva) della prole. Ma davvero per qualcuno è giustificabile che per una minchiata di un ragazzino un’intera isola rischi di trovarsi senza servizi indispensabili come acqua e luce?  E soprattutto mi chiedo come diavolo sia possibile che un bene prezioso come l’energia sia affidato completamente alla gestione di un cittadino (che agli occhi dei locali ha anche aggravante di essere straniero) senza alcun apparente controllo da parte delle autorità governative sulla sua condotta. Perché banalmente, se la serrata fosse stata annunciata ieri mattina, io mi sarei ritrovata, nel giro di qualche ora e senza alcun preavviso, senza energia e senza acqua corrente. A tempo indeterminato, con un bimbo piccolo e un caldo che si schiatta. Vivendo in un’isola caraibica alle stranezze finisci per abituarti. Ti abitui alle palme addobbate a Natale, che il primo anno che le vedi ti vieni un colpo. Ti abitui alla Semana Santa, che qui suona più come un carnevale, in un turbinio di quad, reggaeton e Coors Light. Ma quando credi di aver visto tutto, ecco che l’assurdo si palesa. E ti arrendi. Perché i Caraibi sono così. Incantevoli, rumorosi, colorati e senza regole. E difficili. E ingiusti.  A volte.

Ps. Ovviamente la vicenda è poi evoluta con risvolti inaspettati. Qualora a qualcuno venisse la curiosità di sapere a che punto siamo, qui sotto c’è un fantastico box per i commenti – finora praticamente inviolato- nel quale potete chiedermi lumi. E se poi per caso non ve ne fregasse niente ma foste in cerca di una buona azione per la giornata, sappiate che lasciandomi un commento avreste assolto alla vostra caritativa quotidiana (aiutando una disagiata) con uno sforzo minimo. Pensateci.

 

Welcome in paradise. Ovvero di morti apparenti, paradisi tropicali e di desideri ittici (mai realizzati).

Qualche tempo fa mi è capitato di fare da ponte -a proposito di sponsorizzazioni- tra una ragazza che lavorava con me e un’amica che sta organizzando un evento. Si, lo ammetto, sono sull’Isolachenonce ma ogni tanto metto con piacere la testa nell’italico mondo della comunicazione, quello che mi ha fatto scappare agambelevate, ma che in fondo mi manca.

Qualcuno direbbe che la volpe perde il pelo (e per fortuna, nel mio caso, visto il clima) ma non il vizio. Io invece direi si ok ma chissene e veniamo al sodo. Il fatto è che l’ex collega ad un certo punto mi ha chiesto come si vivesse in paradiso. No, non mi ha scritto come stai. Ha digitato proprio queste parole:

Come si vive in Paradiso?

another day in paradise.jpg

E niente, dato che fatti due conti l’equazione Isolachenonce=Paradiso non sta in piedi e visto che la matematica non è un’opinione, per una frazione di secondo ho perfino temuto che dopo lo sbarco del Papa su Twitter, anche l’Altissimo avesse deciso di affidarsi alle nuove tecnologie e mi sono subito sentita Fantozzi alle prese con l’Arcangelo Gabriele mentre gli annuncia l’imminente maternità.

L’immagine del Ragionier Ugo, per altro, ha poi chiarito senza ombra di dubbio che non stavo per essere folgorata sulla via di Damasco, che non c’era nessuna necessità di conversione all’orizzonte, che il mio proverbiale cinismo era in salvo. Perché come si vive in Paradiso non era un modo simpatico dell’Altissimo per comunicarmi che ero trapassata. Si stava parlando dell’Isolachenonce. E mi è venuto da ridere. Ho sorriso perché anche io ho sempre sognato di vivere al caldo. Sono cresciuta in un paesotto vicino al mare e tutte le volte che si poteva, d’estate, mio papà mi caricava in macchina, mi scaricava alla darsena, mi ricaricava sulla nostra barchetta e poi via verso la spiaggia, o verso una secca dove si potevano pescare le vongole. Per me erano giornate speciali, e siccome sono sempre stata vagamente disturbata en la cabeza, ogni anno nell’ultimo tuffo dell’ultimo bagno dell’ultimo giorno d’estate (che per me era il giorno dell’ultima uscita in barca) pregavo intensamente una non meglio precisata divinità perché mi trasformasse in pesce.i-want-to-be-a-fishIl desiderio ittico non è mai stato esaudito, però, proprio quando sembrava che le mie radici avessero finito per affondare profondamente (e felicemente devo ammettere) in suolo meneghino, mi sono ritrovata qui. In mezzo all’Oceano, sull’Isolachenonce.

È vero, vivo in un’isoletta caraibica di quelle da cartolina, ma credetemi, come sia la vita in paradiso proprio non lo so. Capiamoci: è verissimo che se ti arriva una notizia di merda e fuori piove, fa freddo, nessuno dei tuoi amici ha voglia di uscire è peggio che se la notizia di merda ti arriva quando c’è il sole e puoi buttarti in mare (possibilmente senza pietre al collo) e farti una nuotata per sfogarti. Ma poi quando ti asciughi non è che i problemi siano spariti. Ecco perché sorrido.

Quando stalkeravo su Facebook gente a caso solo in quanto gambelevatesi (ovvero italiani residenti all’estero con vista mare) credevo di avere a che fare con dei miti viventi, campioni di coraggio che superata l’avventura della traversata oceanica erano approdati nel proprio personalissimo paradiso per rinascere semidei. Ma poi sono partita e no, di divino non ho nulla. E per la cronaca anche di vino (decente) non è che ce ne sia poi così tanto. Pertanto non si può nemmeno parlare di paradiso (per chi non lo sapesse il vino è imprescindibile nel paradiso dei veneti).

welcome-to-paradise-happy-hour

Per carità non è male per niente aprire la finestra e vedere palme, sole e colibrì invece che palazzi, nebbia e piccioni. Ma mi viene da dire che chi-ha-il-coraggio-di-restare, quando vede le foto di chi-ha-il-coraggio-di-partire pensa che la felicità sia una birreta e un’amaca, mentre chi-ha-il-coraggio-di-partire, quando vede le foto di tutti i chi-ha-il-coraggio-di-restare che si ritrovano insieme, e insieme ridono davanti a un bicchiere di vino, pensa che a volte basterebbe essere più attenti, per scoprire che piccoli sorsi di paradiso (a intermittenza s’intende) possono essere assaggiati anche sotto un cielo grigio (questo, perlomeno, se avete come me amici decisamente Instangram addicted).

Fermo restando che un cielo sempiternamente azzurro, ma che ve lo dico a fa, è tanta roba.

Folgorata sulla via di… O forse no.

Sbircio il mondo da dietro la tenda del mio salotto. E’ una tenda rossa che nella mia casa milanese occupava la camera da letto. E’ quasi mezzogiorno e sono appena tornata a casa. Per strada non c’è nessuno – turisti a parte- perché nessuno ha voglia di lottare con questo calore (sembra che la stagione delle piogge sia finalmente finita): l’unica a rimanere immobile sotto questo sole è Mucca che, non a caso, è il Miocanescemo. Anzi no, mi correggo, oltre a Mucca qualcun altro per strada con questo caldo c’è, ed è per questo che sono barricata in casa cercando di occultare in tutti i modi la mia presenza.

spying

Ma andiamo con ordine. Oggi per me è stata una mattinata diversa dal solito: normalmente mi sveglio presto  e me ne vado in spiaggia con l’aspirante Piccolodittatore. Sulle sette e mezza prendo la via del ritorno e, se Cosone è ancora a letto perché inizia tardi i corsi, preparo la colazione per tutti con tanto di espresso all’italiana (Santissima Bialetti degli amori angelicati, grazie di esistere). Oggi però avevo bisogno di andare per uffici per sistemare alcuni documenti e così, mentre stravolgevo la mia routine quotidiana a colpi di mascara, riflettevo sul fatto che quando si sogna la vita ai Caraibi non si pensa mai al fattore sbatti. Ed invece, lo dico per esperienza, anche qui le scocciature sono sempre presenti. Che se i nostri deputati si comportassero come normali scocciature, il parlamento sarebbe pieno a ogni seduta. Rispondono sempre all’appello: bollette, pulizie, lavatrici, affitto da pagare, ceretta (che qui e`un’ansia che non vi spiego) e perfino i Testimoni di Geova. Avete letto bene, TESTIMONI DI GEOVA. E vi dirò di più: qui Testigo de Jehova non solo sono arrivati ma vanno anche per la maggiore tanto da avere strade cittadine dedicate.

Ignara di quello che a breve sarebbe capitato, mi sono cosparsa di crema solare (con filtro a protezione catarifrangente e oltre, perché qui il sole è micidiale SEMPRE e in qualsiasi dose), mi sono vestita e, dopo aver verificato che l’Aspirantedittatore non avesse emesso nuovi editti (e che quindi non  fosse necessario un cambio al volo), ho spalancato la porta di casa con un gran sorriso, perchè con questa luce non si può non sorridere, e… sono rimasta pietrificata sulla soglia manco mi avesse fulminato Medusa. Davanti a me due donne, entrambe afro, minute, sorridenti, troppo vestite e troppo eleganti per non essere delle famiglie storiche dell’Isolachenonce: non potevano quindi essere nuove inquiline, né vicine. Cosa ci facevano a due metri dalla soglia di casa mia?

Nel lasso di tempo compreso tra l’epifania delle due e la paresi del mio sorriso, la rivelazione: volevano salvarmi l’anima nel nome di Jehova. A me.

la-finestra
Source: bad-postcards.tumblr.com/

Allenata dalla staffetta milanese (che prevede tra le altre cose lo slalom gigante tra T. di G., Mormoni, Scientologisti e Arikrisna) sono riuscita a svicolare velocemente sventolando i documenti che avevo in mano e spiegando che dovevo correre in banca, non prima però di aver indirizzato le gentil signore dai miei vicini (sono una fetente, lo so, ma erano in maggioranza, e dovevo distrarle). A cuor leggero mi sono così sparata due ore di coda in banca, ho fatto le spese e, carica come un mulo, e stoica come un cammello sotto il sole, me ne sono tornata a casa con l’idea di morire una buona mezzora in amaca prima di pensare a qualsiasi altra cosa. E invece no. Perché non appena ho chiuso la porta, ecco di nuovo quelle voci e quelle sihlouette: le vecchiette, le T. d.  G. che credevo di aver smarcato poche ore fa sono tornate qui e si sono appostate in giardino nell’attesa che arrivi qualcuno da convertire: ecco perché me ne sto rintanata in salotto zitta zitta.

Comunque mi ero dimenticata di dire che quando ho incontrato le due donzelle la prima volta, ero stata rapida nella fuga ma non abbastanza da impedire a una delle due di lasciarmi un piccolo opuscolo dal quale ora apprendo che la mia vita non è perfetta a causa della mia miscredenza e soprattutto che:

“Il signore asciugherà tutte le lacrime”

e questo dovrebbe rassicurarci sul fatto che:

  • Dio non è causa dei nostri mali
  • Dio sente la nostra sofferenza (e questo dovrebbe confortarci)
  • Prima o poi la sofferenza finirà
  • Noi possiamo veramente credere a quello che dice la Bibbia. Perché si.
  • C’è una spiegazione alla sofferenza (e ovviamente è nella Bibbia), ma siccome è lunga, se volete saperne di più, a costo zero potete ordinare una lezione, o prenotare una sessione privata di training dell’anima con un saggio della comunità di Jehovah.

Per oggi ho imparato abbastanza. Mi sa che me ne starò zitta a riflettere per un altro po’.

Amen!

 

Il Mulino Bianco e la guerra della munnezza

Sono una maniaca del controllo. Da sempre.

nevrotico

Come tutti i nevrotici ho passato buona parte della mia esistenza a creare piccoli rituali che mi dessero l’illusione di poter prevedere sempre quello che stava per succedere. Se mangio dell’uva, preferisco terminare con un numero di chicchi dispari. Se cammino
su delle piastrelle, istintivamente ci vedo un percorso a ostacoli con zone sicure e altre assolutamente da non calpestare. Faccio le spese sempre negli stessi negozi, e se devo entrare in uno di quelli in cui “non ho mai osato” perche` è tardi, piove, ed è l’unico aperto, soffro. Il ventitré è un numero che mi mette in allerta mentre quindici, trentuno, settantuno e centoventuno mi calmano. Se non fossi anche uno degli esseri più inquieti e imprevedibili che conosca sarei, per dirlo alla Paolo Fox, una vergine nata sotto il segno dell’acquario. Lo so, vivere così è una faticaccia, ma ho un disperato bisogno di certezze e in quanto tale, la mia nevrosi viene difesa con le unghie e con i denti. Sarà pure un punto fermo di merda -la nevrosi dico- ma da qualche parte si deve pure cominciare. E se ha ragione il buon De Andre che dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior non sono neanche messa poi così male. Sta di fatto che ho iniziato a parlare di nevrosi per raccontarvi quanto importante sia per me avere una casa confortevole e sono finita a parlare di merda come metafora esistenziale. Non male. Comunque vista la qualità delle esperienze immobiliari collezionate sull’Isolachenonce -di merda, appunto- posso tranquillamente dire di aver trovato, nella merda, un fil rouge alternativo a tutta questa storia. Ma torniamo a monte del discorso. Si diceva che di avvenimenti tragicomici correlati all’abitare ne ho da vendere. Questa volta voglio raccontare di quando io e Cosone ci siamo fissati con l’idea di una casa col giardino.

Si parla di circa due anni fa. All’epoca il gatto psicopatico ci aveva già adottati e noi a quel punto volevamo anche il cane. A pensarci bene mi chiedo su quali basi, dato che al tempo anche se il locale andava veramente molto bene non ci fermavamo mai: da martedì a sabato passavo 12 ore ai fornelli cucinando assaggi di cucina italiana, mentre il lunedì c’era la serata di musica dal vivo con jm session che duravano ore. Nottate in cui Cosone era felicissimo ma che si concludevano a orari immondi. Tutto bello, bellissimo, per carità´, ma la domenica bastava appena a riprendere fiato, figuriamoci se avevamo bisogno di un giardino da curare.

cleveland-brown

Ma eravamo inebriati dalle novità e dal successo della nostra impresa oltreoceano e quindi giardino,giardino, giardino. Dopo una breve ricerca ci siamo -disgraziatamente- imbattuti nei cloni di Loretta e Cleveland Brown; e che fossero i sosia della coppia meno sveglia tra i personaggi dei Griffin a noi non ha suggerito nulla perché Loretta se la tirava un casino con la sua -sedicente- brillate carriera nel realestate newyorkese e i suoi progetti di ristrutturazione, e noi ci volevamo credere. Così quando siamo andati all’appuntamento per vedere una casa e ci siamo trovati davanti a una isba che manco Baba Yaga nella steppa della Russia, invece che scappare agambelevate -cosa sulla quale avevamo una certa esperienza, per altro-, abbiamo iniziato a immaginare. E l’abbiamo fatto così bene che alla fine abbiamo -non ripeterò mai abbastanza volte, DISGRAZIATAMENTE- firmato un contratto d’affitto certi che una volta terminati i lavori di restauro, la baracca si sarebbe trasformata se non in un castello, quanto meno in posticino accogliente. Ma è piuttosto chiaro che all’epoca non avessimo un’idea precisa di cosa sia lo standard abitativo accettabile sull’Isolachenonce. Quando siamo arrivati al giorno del fatidico trasloco abbiamo scoperto, tra le tante cose che:

  • La porta di casa non aveva una serratura e si chiudeva con un lucchetto da bicicletta
  • Le piastrelle in cucina e in salotto erano state posate attorno ma non anche sotto ai mobili (effetto tappeto)
  • I mobili non c’erano e se c’erano cadevano a pezzi (la perla è che per occultare lo stato disastroso di pensili e armadi, tutto era stato ricoperto con carta da pacchi fermata, quando andava bene, con nastro adesivo)
  • Il pavimento in camera da letto non era stato cambiato ma riverniciato senza prima aver lavato per terra come si poteva evincere dalla zampa di cucaracha sempiternamente smaltata nel centro esatto della stanza (per fortuna che poi il pavimento è crollato, e così almeno lo scarrafone se lo semo levati, ma questa e`un’altra storia)
  • Sempre in camera da letto c’era un buco sul soffitto che dava libero accesso a casa a Raffaello il Pipistrello (e comunque di buchi ce ne dovevano essere tanti altri vista la quantità di tarantole e scorpioni che abbiamo collezionato nel nostro soggiorno in quella che a me piace ricordare come La Casa di Shining)
  • E infine, drammaticamente, che tutto questo, per i nativi, e` accettabile.

Difronte a cotanto abominio domestico due qualsiasi individui normodotati avrebbero fatto una chiamata a Ms Loretta Brown, si sarebbero fatti restituire la caparra e se ne sarebbero andati altrove. Noi no, e sempre per quella stramaledettissima mania di immaginare un giardino fiorito e un orto rigoglioso, abbiamo ricostruito mobili, ridipinto muri e zappato la terra. E qui viene per me una delle parti più esilaranti di tutta la faccenda, perché cari miei, i roghi di munnezza non si accendono solo nella terra dei fuochi. Qui sull’Isolachenonce, per esempio, si segue generalmente questa prassi: prima si lanciano in giardino tutti i rifiuti indistintamente -dai pacchetti vuoti di patatine ai pannoloni sporchi, passando per le infradito spaiate per arrivare alle lattine di birra-, poi quando non si riesce nemmeno più a camminare, si raccoglie tutto, si fa un bel falò e quello che non brucia lo si sotterra. Che poi se il terreno è in pendenza questa risulta anche una tecnica gettonatissima per livellare il suolo. E dalla quantità e dalla dimensione dei reperti ritrovati prima di gettare la spugna e cercare un’altra sistemazione, posso affermare con una certa sicurezza che il nostro giardino doveva essere molto pendente altrimenti proprio non mi spiego la `presenza di un telaio intero di bicicletta, di un condizionatore, e di un motore da barca. A pezzi. ikea-garden-gnomes-coverAd ogni modo la nostra solerzia nella cura del giardino (che nel frattempo era stato recintato) non e` piaciuta ai vicini, che si trovavano improvvisamente privati di spazio da riempire (di munnezza) e del libero accesso all’albero di mamones (una varietà locale del licis che però fa moderatamente schifo) che cresceva proprio davanti alla finestra del salotto. E così è iniziata una lunga guerra combattuta, naturalmente, a colpi di munnezza. Le forze aeree nemiche erano concentrate a bombardare di pannolini gli invasori oltreconfine (e cioè noi) mentre le forze di terra (ossia tutti i bimbi del vicinato) erano responsabili della lenta ma inesorabile sparizione delle pietre che sostenevano la cinta, con conseguente collasso della stessa in più punti. E’ stata una lunga lotta, abbiamo opposto una strenua resistenza per tutto il tempo dell’assedio, ma alla fine siamo capitolati. E no, non è stato ne`per il fuoco nemico ne’ a causa della sistematica privazione di sonno dovuta ai canti notturni dei tre disgraziatissimi galli da combattimento che, tra un allenamento e l’altro, avevano perso ritmi biologici e per questa ragione si svegliavano completamente a caso nel cuore della notte rantolando a volumi improponibili. La ragione per cui ci siamo spostati, in un certo senso, e` stato “volere divino”. Perche` ok la munnezza, ok i polli mannari, ma essere svegliati ogni SANTO (ed è proprio il caso di dirlo) giorno con una playlist di rock ispano-cattolico è improponibile. E anche se a questo punto vien da concludere che chi ha fede tutto può, alla conversione ho preferito il trasloco.

Amen.