Agambelevate dalla sindrome da bilancio (e dalla vita da favola)

Premessa:

  1. Dopo 4 mesi dalla fuga agambelevate dall’Isolachenoncè io stessa mi sarei aspettata un post di bilancio su questi ultimi 4 anni di esilio ma, se un po’ mi conoscete, i bilanci non sono esattamente la mia materia di dissertazione preferita.  Essendo poi una personalità al limite dello psicotico, il senso di colpa e la sensazione di inadeguatezza rispetto alla mia capacità di trarre delle conclusioni sensate dall’esperienza hanno determinato l’insorgere di una strana patologia che, per citare l’Allegro Chirurgo, – e attribuendomi per altro uno status che non mi è proprio – chiamerò il crampo dello scrittore, a causa della quale mi è stato impossibile aggiornarvi sugli ultimi accadimenti che si sono abbattuti sulle teste matte dei componenti della mia sgangherata famiglia -umani, canidi e felini-. Abbiate pertanto pazienza e sappiate in partenza che di riflessioni intelligenti, questo post (as usual) è completamente scevro.
  2. Se dopo questa premessa siete ancora qui a leggermi, grazie. Ma, prima che continuiate, vorrei dirvi anche che qualora non sapeste chi fosse il signor Vladimir Jakovlevič Propp, non fa niente – capirete poi perchè ve ne sta parlando- . Io l’ho molto amato perchè grazie ai suoi studi sulle favole, allegato alla mia antologia delle medie, c’era un mazzetto di carte (Le carte di Propp) con il quale mi sono divertita molto, ma magari voi avete avuto un’altra antologia, e non è mica colpa vostra.
  3. Una volta mi occupavo di comunicazione: sono pertanto consapevole che riprendere a scrivere di luoghi esotici ad agosto, quando la maggioranza degli italiani (suppongo quindi anche dei miei pochi – ma buoni- lettori) è in vacanza, è per lo meno inutile. Ma visto che essere candidata ai Macchianera Awards per il momento non è  un obiettivo, posso anche permettermi di fregarmene.
  4. Nonostante il punto 3, se avete voglia di condividere il mio post, consigliare questo blog come lettura estiva ai vostri amici o parlarne in qualsiasi modo – perchè qualcuno di molto più autorevole di me ha detto basta che se ne parli, e io ci credo – avete tutta la mia gratitudine. Sappiate anche che mi fa un po’ schifo questa captatio benevolentiae ma tutti i bloggerchesannofareiblogger insistono sull’importanza delle call to action e allora io obbedisco (dopo tutto ha obbedito pure Garibaldi, ed è passato alla storia.)

fine premessa – e buona lettura-


C’era una volta, tanto tempo fa, la Sottoscritta -per dire il vero la Sottoscritta c’è ancora, ma visto che non mi paleso con un aggiornamento da tempi immemori, lasciatemi per un po’ parlare in terza persona così da poter far finta che la colpa di questa prolungata assenza non sia mia ma di questa orribile persona che si chiama Sottoscritta-.

Si diceva: c’era una volta tanto tempo fa la Sottoscritta che, certamente, se fosse nata nel Regno delle Fiabe sarebbe stata una fiammiferaia, una Cenerentola -o comunque un personaggio mediamente sfigato- ma non avrebbe avuto importanza perché, si sa, in ogni favola che si rispetti il disagio ti segue come un segugio, ti accompagna in mille peripezie, ti mette tra i piedi mele avvelenate se sei vegana, principi rospi se sei zitella, torri inespugnabili se sei claustrofobica ma poi c’è sempre una fata (turchina o madrina, fa lo stesso) che ti salva e ti trasforma in una splendida Principessa che vivrà per sempre felice e contenta (con una fornitura sempiterna di botox perché principesse con le rughe non si sono mai viste).

principe botox
…ma anche i principi finiscono per essere schiavi della medicina estetica, perchè nel Regno delle Fiabe il gender gap non esiste

Per dire il vero non so perché vi dica tutto questo dato che la Sottoscritta non aveva natali da favola, no. La Sottoscritta era nata nella Terradellabracciastrappateallagricoltura (come gli amabilissimi veneziani chiamano la terraferma, e in particolare Mestre, terra natia della nostra eroina) e, dopo mille sbattimenti, invece di una Fata Madrina incontrò una serie di esperti venditori di aria fritta -ai quali credette con una fiducia del tutto ingiustificata che per pietà chiameremo ingenuità- finendo così a vivere in un’isoletta sperduta dei Caraibi, meglio nota come l’Isolachenoncè.

Ora, se l’isoletta sperduta dei Caraibi fosse stata un paradiso fiscale, e la Sottoscritta una paracula danarosa, probabilmente la storia sarebbe finita qui, e al massimo ci sarebbe stato un fantastico matrimonio con il Principe Azzurro. Ma la Sottoscritta, come è noto ai visitatori abituali di questo sgangherato blog, non è una paracula, non si è sposata il Principe Azzurro – ma Cosone– ed è tantomeno danarosa, ragion per cui, una volta trasferitasi nella piccola isola dei Caraibi, ovvero l’Isolachenonce, invece di vivere felice e contenta iniziò a somatizzare e a deprimersi.

Delle ragioni per cui la Sottoscritta fosse piombata nella più nera della disperazione non mi sembra rilevante parlare – anche perché l’ho ampiamente fatto in passato – quello che conta è che, according to Propp che di favole se ne intendeva, a questo punto della storia arriva in soccorso della Sottoscritta l’aiutante.

Sempre secondo il nostro caro Propp, la figura dell’aiutante è cruciale nell’economia della favola perché fornisce all’eroe gli strumenti per risolvere la crisi e approdare alla tanto agoniata Evisserofeliciecontentilandia – che dista dall’Isolachenoncè non anni, ma secoli luce-.

Pare – questo Propp non lo dice, ma Walt Disney ci ha costruito un impero- che le narcolettiche abbiano diritto, per contratto, a ricevere l’aiuto di una fata madrina; lo stesso capita alle rupofobiche, ovvero le maniache del pulito – se non ci credete fate due parole con Cenerentola- mentre ai figli dei mugnai spettano astuti gatti dagli stivali magici che truffano giganti e intestano castelli ai propri padroni (e ovviamente nel Regno delle Fiabe di IMU, ICI, TASI e TARSU non si è mai sentito parlare).

cinderella

Alle Sottoscritte, invece – e poi c’è chi dice che il karma non esiste –, capitano felini e canidi con manifesti problemi comportamentali. Nel caso specifico, alla Sottoscritta vennero appioppati dal fato Nanailgattopsicopatico e Muccailcanescemo.

Ovviamente più che mangiare a sbafo i due quadrupedi non fecero, ma l’attaccamento morboso della Sottoscritta al suo felino (il canide è di proprietà di Cosone) aiutò comunque la nostra beniamina a raccontarsi che forse parte del disagio – e della depressione cosmica- era dovuto al tintinnio delle sue ovaie più che trentenni che, impietose, le ricordavano che se c’erano velleità riproduttive, forse era il caso di darsi una mossa (pare che Nanailgattopsicopatico sia lontana parente della Lorenzin) . Giunta a questa nuova consapevolezza, e con l’aiuto di una non meglio precisata Forzadelbene  – senza la quale Cosone mai avrebbe scoperto che la paternità poteva essere un’opzione considerabile- arrivò llPiccolodittatorecentroamericano.

lorenzin fertility day
Nanailgattopsicopatico è parente della Lorenzin. Questa è la prova.

Ora, di solito con la nascita dell’erede – depressione post partum permettendo- le favole trovano la giusta conclusione nell’ormai arcinota formula del “e vissero tutti felici e contenti“ . Nel caso della Sottoscritta, naturalmente, non fu così. Accadde invece che la Sottoscritta, dopo aver dato alla luce il despota formato mignon, realizzò che tutto sommato se stava di merd (perchè anche la merda, in francese diventa chic) ai Caraibi, ci si poteva anche spostare e, dopo essere tornata da un lungo soggiorno in Italia (per far conoscere l’erede ormai “unenne” a suo padre, ovvero il Patriarca), scoprì anche di avere un superpotere: lo sfinimento. Lo scoprì anche Cosone che, suo malgrado, finì per cedere alle richieste della Sottoscritta e transumanza fu.

trasloco_sconosciuto

Vissero tutti felici e contenti?

Non lo so, ma a questo punto lo spero perché, naturalmente, la Sottoscritta sono io.


Al momento scrivo dall’Italia. In realtà sono solo di passaggio perché, siccome questa non è una favola ma il racconto super condensato degli ultimi quattro anni della mia turbolenta esistenza, prima di prendere possesso definitivo della mia nuova vita, devo sbrigare un paio di sbattimenti burocratici. Si tratta di cosucce da niente: da due mesi, in compagnia del Patriarca, e grazie al prezioso aiuto di Lucrezia Ariciok (mia mamma, che si spupazza il Piccolodittatore) sto girando tutti gli uffici possibili e immaginabili nel tentativo di far ottenere all’erede lo status di cittadino italiano. Un’esperienza stupenda grazie alla quale ho imparato cose importantissime tipo:

  • che se si vogliono avere informazioni precise su ubicazione e competenze di un ufficio comunale l’urp (ovvero l’Ufficio Relazione con il Pubblico) è l’ultimo numero da chiamare. Ve lo sareste immaginato?
  • che nel processo che ha portato all’informatizzazione della PA qualcuno si è dimenticato dell’importanza fondamentale dell’aggiornamento delle info. L’avreste mai detto?
  • che se avete bisogno di informazioni precise, l’unica fonte attendibile sono gli usceri.

Comunque oltre a queste preziosissime perle, tutto questo peregrinare, qualche risultato l’ha portato:  Ilpiccolodittatore è finalmente iscritto all’anagrafe italiana, ma la carta d’identità valida per l’espatrio è, ancora, una chimera. E se per caso vi state chiedendo perché un essere lungo 92 centimetri abbia bisogno di un documento europeo valido per l’espatrio la risposta è semplice: il Circo di agambelevate non intende piantare le tende nel Belpaese, ma ha già individuato una nuova isola da colonizzare.

Naturalmente è tutto molto più complicato di come pensavamo: se dovessi descrivere con uno status di faccialibro la mia famiglia, dovrei inventarmi l’emoticon della diaspora:

  • Cosone, che da oggi potrei ribattezzare Ilcolonizzatore (ma non lo farò, Cosone gli si addice molto di più) è già in suol straniero.
  • Cane e gatto sono ospiti di mia suocera (che per la rassegnata dedizione con la quale accudisce le bestiacce è subito diventata Santa Francesca da Lambrate) a Milano
  • io e il Piccolodittatore, invece, dopo un mesetto trascorso nella NewIsland, siamo in Bracciastrappateallagricolturaland, in attesa del foglio di via.

Ma nonostante tutte queste difficoltà, sono felice.

Felice di poter pensare ai Caraibi come un luogo stupendo di villeggiatura ma non come a casa.

Felice di aver incontrato l’Isolachenoncè, di averla odiata, rifiutata, perdonata.

Felice di come mi ha cambiata, perché mi ha tolto tutto ma mi ha restituito il senso dell’essenziale, che è forse il dono più prezioso che l’esperienza potesse regalarmi.

Felice di avere ritrovato la mia famiglia. Di avere al mio fianco il Patriarca e di aver riscoperto Lucrezia Articiok.

Felice della mia nuova famiglia: di Cosone, al quale l’aria europea -checchè ne dica- fa molto bene, del Piccolodittatore che incredibilmente è venuto fuori una cosina bellina bellina nonostante il mix genetico non proprio raccomandabile.

Felice degli amici che in questi quattro anni ci sono stati (e che per quanto mi riguarda, ora, sono parte della mia famiglia) e di quelli che sono riemersi dopo un lungo oblio. Perché in fin dei conti se te ne vai è normale che qualcuno ti dimentichi, ma è bello che poi, ritrovandosi, mesi di silenzio si frantumino in una risata.

Felice che il disagio mi segua, perché alla fine mi ci sono affezionata e comunque è sempre meglio il disagio della sfiga.

Ora vi saluto. Domani mattina incontro Pilar, l’amicasorella, e la sua nipotina e vorrei evitare di arrivare con delle occhiaie modello Zio Fester.

Hasta pronto chicos!

Ps. Il lieto fine è come al solito qualcosa a cui non dovete abituarvi, ma:

  1. è estate
  2. l’Isolachenoncè è ormai un lontano ricordo (yeyeyeyeyeyeye)
  3. viste tutte le magagne che sono successe già ne LaNewIsland ho già materiali per almeno un paio di post – che per una che non riesce mai a rispettare un piano editoriale è tanta roba-.

In da luggage loop (con mi amiga perra)

Io non so come facciamo i blogger seri. Quelli che hanno sempre qualcosa da raccontare e che soprattutto hanno sempre il tempo per farlo. Io in questo sono un disastro. Lo sono in condizioni normali, figuriamoci ora che sto preparando la transumanza. E comunque, visto che di tempo ce n’è poco, la smetto subito di biasimarmi e passo agli aggiornamenti sulle mie disAvventure agambelevate.

Partiamo da una grande verità (di cui per dire il vero io non mi sono ancora resa per davvero conto): mancano meno di due settimane alla data della nostra partenza.

panico-paura.jpg

Cosone è tornato sull’Isolachenoncè e i preparativi sono febbrili. La casa si sta lentamente svuotando e, come sempre accade quando l’obiettivo non è spostare cose ma venderle, c’è una gran confusione ovunque. Il tavolo della cucina è invaso dagli oggetti più disparati:

  • una carrucola per il sollevamento di una tonnellata e mezzo
  • una sega circolare
  • svariati martelli
  • diversi set di punte da trapano
  • una levigatrice
  • prolunghe elettriche
  • sacchettini pieni di chiodi
  • piedi di porco (2)
  • livelle (2)

e molto altro di cui ignoro il nome e probabilmente anche l’uso. Ma ovviamente la modalità gran bazar non è circoscritta alla sola tavola. Diciamo che lì si concentra il comparto fai da te/carpenteria. A terra, accanto alla porta di ingresso invece c’è il distretto musicale con due amplificatori, un sacchetto pieno di cavi audio, un cajon, e un mazzo di corde per chitarra di diverse dimensioni. Accanto, il diving corner ospita le pinne, il regolatore e la muta di Cosone, mentre sul divano troneggia una pila vertiginosa di asciugamani lavati -in vendita pure quelli- . C’è perfino un angolo “eredità” con i vestiti e altri piccoli oggetti che invece regaleremo.

Per mettere in vendita tutte queste cianfrusaglie sul L’Isolachenoncè Buy and Sell (la pagina Facebook dove chiunque sull’Isolachenoncè abbia bisogno di qualcosa scrive) abbiamo dovuto ovviamente imbellettarle, catalogarle e fotografarle. Un lavoraccio del quale devo dare pressochè tutto il merito a Cosone che, eroicamente, ha portato a termine lo shooting con il solo ausilio della fotocamera del suo disgraziatissimo cellulare e di una pila (tenuta in bocca).

Parallelamente a questa estemporanea esperienza da commercianti/stylist/fotografi siamo impegnati anche in un altro compito a ciclo semi-perpetuo ovvero il luggage loop. Il luggage loop è un’attività particolarmente snervante che consiste nel caricare compulsivamente lavatrici ad oltranza, stendere i panni, piegarli, riempire le valigie, accorgersi che sono troppo piene, tirare fuori tutto, riselezionare le cose da portare, riprovare a riempire le valigie, riconstatare che sono troppo piene, risvuotarle e via così finchè non si riescono a chiudere le cerniere. Attualmente sono al 3 ciclo completo ma penso che mi ci vorranno almeno altre due ronde prima di poter raggiungere risultati apprezzabili (Mary Poppins beata te mannaggia!)

mary_poppins.png

E se tutto questo non è sufficiente per configurare una situazione di disagio ai massimi, si aggiunga il fatto che siamo nel pieno della semana santa che, a dispetto del nome, qui non ha assolutamente niente a che vedere con la spiritualità e il digiuno. L’Isolachenoncè si è così riempita di turisti (per la maggioranza latinoamericani) ubriachi, che ascoltano musica altissima, bevono birra a mollo nell’acqua hasta la cintura e mangiano pollo fritto. Descritta così sembra una situazione da incubo ma secondo me è soprattutto un’esperienza antropologicamente interessante, e a tratti anche divertente -e comunque non è molto diverso da certe isole greche ad Agosto-. Nel nostro caso è stata anche utile (ogni tanto una gioia) perché la fortuna ha voluto che ci siano capitati come temporanei vicini di casa un gruppo di ragazzi (metà messicani e metà honureni) che si sono innamorati del Piccolodittatore. E poiché l’amore è corrisposto anche dal minuscolo despota, io e Cosone lo lasciamo con piacere socializzare con i nuovi amici -formalmente- perché così si abitua allo spagnolo, ma la verità è che anche se parlassero asdrubalo andrebbe bene comunque: a una baby sitter gratis non si dice mai di no (anche se ripensandoci, meno male che parlano spagnolo così siamo potuti intervenire prima che una di loro riuscisse a insegnare al Piccolodittatore il ritornello di una delicatissima canzone dal titolo que perra, que perra, que perra mi amiga. Devo però confessare che quasi mi è spiaciuto intromettermi perché la “maestra” era così solerte nella docenza di questa pietra miliare del reggaeton da dotarsi di un’amica per dare al Piccolodittatore una concreta rappresentazione del concetto amiga perra. BRA-VAH).

perra mi miga

Potrei dirvi un sacco di altre cose, tipo raccontarvi quanto il mio precarissimo equilibrio mentale sia provato dai cambiamenti in arrivo, delle paure che a volte mi paralizzano, dei nervosismi, delle passeggiate al mare finalmente in tre, del fatto che per il quarto anno consecutivo ho mancato la tradizionale pizza alla diavola del venerdì santo (un po’ per scaramanzia visto che in questo momento ho bisogno di tutto eccetto che dell’ira divina, un po’ perchè qui la pizza è una chimera). Ma devo andare a ritirare la biancheria stesa in giardino. Sì, il  luggage loop non si ferma nemmeno per Pasqua.

Ah, a proposito, auguri!

Sticazzi therapy

Ovvero di perdite e ritrovamenti, di morti e resurrezioni, della Sindrome di Jessica Fletcher e del Complesso di Dodo.


Io sono caustica e tendenzialmente pessimista per natura.

E se il mio essere acida non so a chi imputarlo, la capacità di delineare tutti gli scenari apocalittici possibili e INImmaginabili l’ho chiaramente ereditato da mia nonna. Si tratta di una vera e propria patologia che tra i tanti sintomi causa disagio, ansia, ansia e disagio. Ancora poco indagato dalla scienza il J.F. desease, anche noto come Sindrome di Jessica Fletcher, si trasmette per via genetica ed è per tanto incurabile. Non essendoci farmaci per alleviarne la sintomatologia, chiunque ne soffra si arrangia come può. Mia nonna, per esempio, ci dava di avemariecomesenoncifosseundomani, ma la cosa con me non ha funzionato e fu così che arrivarono le nevrosi.

jessica fletcher

Comunque, nevrosi a parte, la più grande sfida che ho dovuto affrontare come portatrice della famigerata Sindrome di Jessica Fletcher è stato l’incontro con Cosone e con le sue turbe mentali che, all’opposto delle mie, si manifestano in una fiducia nel futuro così eccessiva da essere patologica, meglio nota come S.O. desease. Se non ne avete mai sentito parlare, l’Ottimismo suicida è quella malattia per cui il paziente, che altrimenti potrebbe quasi sembrare normale, cade inaspettatamente in stati di crisi allucinatoria -della durata che può variare dai cinque minuti ai cinque anni- per cui si convince che tutto andrà bene sempre e comunque, anche se l’idea è quella di buttarsi da un burrone. Per questa ragione l’Ottimismo Suicida viene anche chiamato Complesso di Dodo.

Ora che sapete cosa sia il Suicidal Optimism desease potete capire perché io e le mie turbe ogni tanto abbiamo un po’ di difficoltà a rapportarci con Cosone e le sue, ma se credete che in questa mia parentesi di vita che vede il portatore di S.O.D. lontano* dalla portatrice di J.F.D le cose siano più semplici vi sbagliate di grosso. Prima di tutto perché alla fine il pessimismo cosmico che mi porto dietro ha bisogno di un ottimismo sconfinato per essere bilanciato, e secondo perché oltre a Cosone io ho un altro compagno di vita – di lunghissimo corso – che si chiama disagio il quale, come il più premuroso dei partner, non mi abbandona mai nonostante i precetti dell’agambelevatismo.

Per esempio questa settimana che secondo Paolo Fox (no, non sono una patita degli oroscopi ma Paolo Fox è Paolo Fox, se non sapete il perché l’ho raccontato qui) doveva andare mediamente bene, è andata abbastanza di merda. E se pensate che sia esagerata ve la racconto, così da sfatare qualsiasi dubbio in merito.

fantozzi

Seguendo un ordine puramente cronologico iniziamo con un ottimo lunedì di sole in cui il mio telefono Caterpillar – comprato perché doveva resistere a tutto- si spegne tra le mie mani per non riaccendersi più. E’ il settimo che muore prematuramente e per cause poco chiare da quando sono sull’Isolachenoncè.

Martedì – in un modo che ancora non so spiegarmi- perdo la mia borsa (a tracolla!) con dentro dei soldi, le chiavi di casa ed entrambi i miei bancomat. Il tutto accade alle 7 di sera e l’altra copia delle chiavi, naturalmente, era con Cosone (sulla costa). Prima di iniziare a disperarmi vado dal padrone di casa: al primo tentativo non lo trovo – e siccome sapevo che doveva partire per il Belize, un po’ di panico mi sale-. Al secondo tentativo scopro che il dueño c’è ma che non ha una terza copia delle chiavi, e siccome alle finestre ci sono le inferriate, l’unica cosa da fare è trapanare la serratura. Il tutto avviene con il Piccolodittatore che piange in preda alla disperazione per la fame (con una breve tregua durante la fase della trapanatura, durante la quale però non ha mai smesso di gridare: gira, gira, gira). C’è da dire che potevo rimanere fuori casa per una notte intera senza soldi e senza cibo, per cui quasi mi sento graziata.

Mercoledì sono ormai pronta a tutto: non mi stupisco quindi quando scopro che la nuova serratura non chiude la porta da fuori, ma evidentemente non era abbastanza come sbattimento perché prima di pranzo mi accorgo che l’astuccio con i soldi per fare le spese è sparito dalla mia borsa (un’altra ovviamente). A quel punto tra me e me penso che sarebbe stato più prudente chiudersi ermeticamente in casa invece che andare in spiaggia, soffoco una sequela infinita di improperi, e incasso il colpo dandomi anche della cretina perché, anche se non so spiegarmi come per la seconda volta in una settimana, è chiaro che l’ho perso io.

Non paga giovedì – sempre più al verde- ritorno in spiaggia e sarà che non avevo più nulla da perdere o rompere, ma va tutto bene. Torno a casa trotterellando, incoscientemente convinta che la parentesi fantozziana si fosse conclusa, e lì scopro che no, la tragedia è ancora dietro l’angolo: mentre sto riempiendo la vasca da bagno, il Piccolodittatore decide infatti che piuttosto che lavarsi è meglio la morte e così si lancia in una corsa suicida che termina con un tuffo di testa dal ballatoio (alto poco meno di mezzo metro) con atterraggio di faccia. Naturalmente è una maschera di sangue – io perdo 20 anni di vita- ma per lo meno non c’è niente di rotto e, vista la settimana, quasi ringrazio della fortuna.

Giusto per aggiungere carne al fuoco, questa settimana è stata una delle poche (e comunque magari aumentassero) in cui mi è capitato di lavorare e ciò significa, dato che non ho nessuno a cui lasciare il Piccolodittatore, che da lunedì a mercoledì non ho praticamente dormito: la notte è l’unico momento in cui ho la calma sufficiente per connettere il cervello, e le scadenze sono scadenze.

Ora, normalmente una scarica infinita di sfighe in combo con la privazione di sonno provocano, nella sottoscritta, un’incazzatura esistenziale di una violenza inenarrabile. Ma questa volta, forse perché l’aria dei Caraibi mi ha reso più oculata nel dispendio di energie (leggi: pigra), invece di agitarmi sono riuscita a restare quasi calma e a inserire la modalità sticazzi.

metodo-sticazzi

Sticazzi al lunedì perché alla fine un telefono non è poi la fine del mondo.

Sticazzi al martedì: alla peggio mi farò mandare qualcosa da Cosone e le carte le rifarò appena posso.

Sticazzi al mercoledì in fin dei conti non era una gran cifra. Un po’ meno sticazzi al giovedì, ma alla fine, visto il volo, tantecaregrazie che l’epilogo sia stato in fin dei conti una gran paura e una bella escoriazione, e niente di più.

Confesso comunque che venerdì mattina ho aperto gli occhi con qualche timore e invece per me ci sono state belle sorprese: il telefono è magicamente resuscitato dopo aver tolto le sim, averlo sbatacchiato per bene e averlo rimesso in carica con zero aspettative di successo. La borsa è stata ritrovata da una tizia e così, con 25 dollari di ricompensa, sono tornata in possesso dei miei bancomat (che a quanto pare non funzionano ma la banca spero mi farà sapere qualcosa a breve).  L’astuccio con i soldi è stato rinvenuto in camera del Piccolodittatore, che tra le tante cose è un cleptomane con una passione sfrenata per le mie borse. Uniche note dolenti, la porta di casa che non è stata riparata (ma ho trovato comunque un modo alternativo per chiuderla) e la faccia del mini despota, che non è decisamente un bel vedere.

Ora, potrei ridurre tutto questo a un semplice quanto inelegante finalmente na botta di culo – dopo tanta sfiga-, ma sono nevrotica e una delle mie perversioni preferite è quella di concatenare in modo assolutamente arbitrario cause ed effetti quindi, da tutta questa storia, voglio trarre una morale.

E l’insegnamento è il seguente: se il disagio ti segue e nonostante le deviazioni ti raggiunge pure, sticazzi. La tua indifferenza sarà il miglior modo di confonderlo: nella peggiore delle ipotesi ti troverai nella merda ma almeno ti sarai risparmiato una gastrite. Nella migliore delle ipotesi, come questa volta è incredibilmente capitato a me, sarà il disagio a cambiare strada e tu avrai il tempo per fare qualcosa di meglio che angosciarti. Come per esempio leggere questo bellissimo blog, condividere un post o lasciare un commento. Ma se preferisci mangiarti un gelato, lo capirò.

*del perché Cosone non ci sia, giuro, ve lo racconto prestissimo. Lo giuro!

Di lavatrici, risultati elettorali e paternità (acriliche)

Non so come sia la situazione in Italia, ma qui piove da un paio di giorni e Faccialibro mi ha appena consigliato di portarmi via l’ombrello anche domani perché, a quanto pare, serà un dia de lluvia. Otra vez.

Eh vabbè, sticazzi, vorrà dire che si starà più a casa e che avrò più tempo per lavare i panni. Sì perché della lavatrice nuova non c’è traccia, mentre la carcassa della vecchia domina ancora indisturbata il laundry corner in da garden. Ora, io mai nella vita avrei detto che mi sarei trovata a dover lavare quintali di roba (tra cui lenzuola e asciugamani… maledetti asciugamani) come forse nemmeno mia nonna si è mai trovata a fare, ma devo dire che stare a contatto per anni con i backpackers mi ha resa un’esperta nell’arte della sopravvivenza, e insomma me la cavo egregiamente. E’ vero che ormai la vasca da bagno è quasi esclusivamente adibita all’ammollo dei panni, è vero che preferirei pigiare uva per fare il mosto invece che biancheria per fare il bucato, ma è altrettanto vero che questo esercizio continuo (perché la regola che mi sono data è che tutte le volte che entro in bagno faccio un passaggiolavatrice) mi ha ricordato l’esistenza di muscoli che non credevo di avere – il che di per sé non è un male – .

Sia chiaro, l’approccio zen alla lavanderia non durerà più di qualche altro giorno: ho imparato ad aspettare senza lamentarmi, non ho mai detto di essermi trasformata in mahatma Gandhi, e ritrovarmi a sciacquare le lenzuola un’altra volta potrebbe minare seriamente il mio equilibrio portandomi a reazioni inconsulte. Speriamo che la questione si concluda in tempi rapidi anche se, confesso, ho un po’ paura: ultimamente il gene svizzero della mia padrona di casa si è atrofizzato mentre la flemma acquisita insieme al nuovo status di chica latina è aumentata esponenzialmente. Vedremo.

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E comunque a parte questi drammi da desperate housewife, volevo aggiornarvi sulla questione elettorale. Sappiate innanzitutto che state leggendo una mentecatta che non si era resa conto che quelle della settimana scorsa erano solo le primarie. In secondo luogo sappiate che sempre la sottoscritta, pur essendo una mentecatta, c’aveva visto giusto: le consultazioni di domenica sono state vinte dai due candidati che io avevo dato per favoriti, ossia il pluriindagato Sindaco Uscente (S.I.)  e il molto chiacchierato avvocato Re dei polli (R.d.P. già main importatore di bipedi surgelati dell’Isolachenoncè e proprietario di una delle più importanti arene per la pelea de gallos del paese, che però ora non è più legale).

In sostanza per il momento non è cambiato nulla, o quasi. Fino a novembre continueranno le feste elettorali: si mangerà e si berrà ancora a scrocco, e questa è senz’altro una buona notizia. Altra buona notizia, per me che amo il trash, è che iniziano a girare anche le prime teorie complottiste: una delle più accreditate vuole che R.d.P., in vista delle elezioni, si sia prodigato a pagare una massa consistente di ispanici della terraferma perché prendessero la cittadinanza sull’Isolachenoncè e assicurarsi così più voti. Così, per dirne una.

Per il resto questa settimana è stata assolutamente degna del venerdì (17) con il quale trova epilogo: potenzialmente nefasta ma in fin dei conti meno peggio del previsto.

luna-nera

Sarei dovuta andare a trovare Cosone sulla terraferma, avremmo potuto passare quasi tre giorni insieme, e invece ho scoperto (ovviamente dopo aver preso il biglietto) che c’erano delle scocciature burocratiche da risolvere per cui niente terraferma e con Cosone ci si è visti molto poco. Nota positiva, non c’è stato tempo per litigare (e io sono molto abile in genere a sfruttare anche i più piccoli ritagli) e alla fine – nonostante il salasso- sono contenta che abbiamo concluso anche questa noiosa trafila.

E comunque visto che del mio disagio si è parlato abbastanza, ora si cambia argomento.


Per chiunque passi più di qualche settimana sull’Isolachenoncè è subito evidente che qui passa una quantità di gente strana inimmaginabile. E giuro che non voglio emettere nessun giudizio, che di bigotti e moralisti a sto mondo ce ne sono anche troppi. Il fatto è che nella mia vita fondamentalmente tranquilla, non mi ero immaginata potessero esistere persone così particolari. E con particolari intendo gente da ricovero, ma perfettamente in grado di viaggiare, sostentarsi e risultare socialmente piacevole.

L’ultimo straordinario caso umano (detto nell’accezione più positiva possibile del termine) sbarcato sull’Isolachenonce è tale Iaco. Radici orgogliosamente lombarde, due incisivi mancanti per cazzate di gioventù (dice lui che secondo me non supera i 25), una protesi dentaria perduta e mai ripristinata perché:

“stavo in una comune in Guate, già eravamo tutti nudi, e allora ho detto ‘sti cazzi anche i denti”.

Iaco gira il mondo da un bel po’ di tempo vivendo come può. Qui, per esempio, si è messo a lavorare con un contadino e aiuta un altro signore con il carico scarico merci. Ha anche provato a prendersi il suo posto al sole, ma gli isolachenoncesi non hanno apprezzato l’italian style della baracca che stava costruendo sulla spiaggia (attorno ad un’amaca) e l’hanno cacciato dalla sua magione proprio durante la posa del tetto. Ora vive in casa di una famiglia isolachenoncese in da very very bronx of da island.

Ma non per questo Iaco brilla nel firmamento del mio personale olimpo delle divinità geniali incomprese. Nossignori.

Iaco assurge alla dimensione del mito in quanto padre.

Di un cane.

Trovato nella munnezza quando viveva con la sua fidanzata in Danimarca.

Che risponde a nome di Gustav.

Di peluche.

Grigio.

Iaco -tutto serio- ha anche chiarito che, visto che con la sua ex (ossia la mamma di Gustav, per gli amici Gusty) ha comunque buoni rapporti, l’affidamento di Gusty è condiviso, ma anche che, per il bene del piccolo, qualora uno dei due genitori viaggi, deve portare via anche Gustav

“perché è importante che veda il mondo”.

Per questo Iaco si prende cura del mastino ormai da tre anni consecutivi. E mi ha confidato anche che per lui separarsene, ora, sarebbe molto difficile.

Avrei voluto approfondire con lui quali fossero le implicazioni della paternità 100% acrilico, ma quando ho visto gli altri ragazzi sul molo trattare Gustav come se fosse davvero reale, ho pensato a un’epidemia di qualche strano virus che colpisce il sistema nervoso centrale e sono scappata agambelevate prima del contagio.

Ps. Caro Iaco, visto che siamo nei giorni giusti, ovunque tu sia, buona festa del papà.

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Di trasferte,di guerre energetiche e di post scriptum sfacciati.

Questa settimana avrei voluto raccontare del perchè Cosone sia latitante da quasi un mese, ma poi lunedì scorso-sempre Cosone– mi ha avvisato che avrebbe avuto due giorni liberi, così con il Piccolodittatore e Muccailmiocanescemo siamo andati a trovarlo e tutti i miei buoni propositi di scrittura sono andati a farsi benedire. Stavo già per arrendermi all’evidenza che non sarei stata in grado di pubblicare niente fino alla prossima settimana quando, scartabellando nel mio computer ho trovato degli appunti risalenti a circa un anno fa su una vicenda a dir poco paradossale.

Del perché ai tempi mi fossi messa a scrivere con tanto zelo di questi fatti è una domanda alla quale non so rispondere, ma per una volta me ne fregherò amabilmente dei perché e dei percome e agguanterò, rapace, questa inaspettata botta di fortuna copiando e incollando qui sotto la cronistoria della Guerra Fredda sull’Isolachenoncè:


Comunicazione di servizio: siccome non ho avuto un secondo libero in questi giorni ho davvero copiato e incollato gli appunti; per questo, anche se si tratta di fatti passati, la narrazione è al presente.


Sull’Isolachenonce da oggi nessuno sprecherà energia. No, non si tratta, sfortunatamente, di una riuscita campagna di sensibilizzazione ambientale. L’Isolachenonce non è in Ururguay. Ma ugualmente, a partire da oggi, tutti gli isolani (nativi e turisti) saranno costretti a stare più attenti ai consumi perché, per un tempo indeterminato, gli uffici della compagnia elettrica locale saranno chiusi. Questo significa, in un luogo dove l’energia viene ricaricata comprando pacchetti prepagati, che se la “serrata” durerà più di qualche giorno, centinaia di persone si ritroveranno senza luce e senza acqua corrente “a tempo indeterminato”, perché come si legge dal comunicato stampa della Società Elettrica, sarà sospesa anche la possibilità di ricarica online.

279h-1

Io sono italiana. Alle stranezze e ai disservizi sono abituata, all’arroganza dei potenti non ne parliamo, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, e per come è messa l’Italia oggi, questo è davvero singolare. Ma se  la sospensione arbitraria di un servizio essenziale come l’erogazione dell’energia elettrica  non è abbastanza per stupirvi, ora vi racconto cosa si dice in giro riguardo la vicenda. Quando lunedì scorso su tutta l’isola è mancata, a fasi alterne, la corrente, noi tutti abbiamo ringraziato Iolanda, simpatica tormenta, che qui è arrivata solo di striscio ma che, garantisco, incazzata era incazzata. E invece no. Perché la sospensione dell’elettricità non dipendeva dai danni della tempesta ma faceva parte della guerra fredda tra Mr Ccei (europeo e Capo Compagnia Elettrica Isolachenocè) e Mr X.

Web

Pare infatti che Mr X abbia pubblicato sul proprio profilo Facebook un filmato che ritraeva il figlio di Mr Ccei mentre picchiava uno dei tanti matti del villaggio. Si dice che Mr Ccei non l’abbia presa bene e che, invece che riempire di mazzate l’erede (ma forse in privato, chissà…), abbia ben pensato di togliere l’elettricità alla casa e al negozio di Mr X, così, giusto per ribadire che i panni sporchi si lavano a casa e non si “appendono” al web. A questo punto Mr X si è risentito a sua volta e ha chiamato alcuni amici sulla costa per “sfogarsi”. Sfortuna vuole che gli stessi amici riforniscano di benzina la Compagnia Elettrica, e che per solidarietà abbiano deciso di non fare più affari con Ccei:  è a questo punto della delirante vicenda che si inscrive il blackout di lunedì, che, sempre stando ai ben informati, non sarebbe dipeso   dal fatto che la benzina del generatore fosse finita, bensì dalla volontà di Mr Ccei di chiarire quali siano i poteri che realmente governano l’isola.   Devo dire che a me il messaggio sembrava chiaro, e probabilmente lo è sembrato anche a Mr X che però, a quanto pare, ha vocazioni giornalistiche e ha ben pensato di denunciare l’accaduto a una rete televisiva locale che ne ha fatto un servizio. Naturalmente in un’isola grande come una nocciolina la cosa non è passata inosservata ed è scoppiato il finimondo in termini di proteste da parte degli utenti, di  condivisioni sui social network, e purtroppo di rappresaglie. Perché naturalmente Mr Ccei non ha gradito e così, con la scusa di voler tutelare la sicurezza dei propri dipendenti (ma se così fosse, perché sospendere anche il servizio online?) questa mattina ha annunciato la serrata. Alle 9.00 di mattina, giusto per impedire a chiunque di correre a fare scorta. Ora, ancora una volta, sono italiana. Nello stereotipo della mia cultura c’è il culto dell’onore della famiglia e la protezione (a volte eccessiva) della prole. Ma davvero per qualcuno è giustificabile che per una minchiata di un ragazzino un’intera isola rischi di trovarsi senza servizi indispensabili come acqua e luce?  E soprattutto mi chiedo come diavolo sia possibile che un bene prezioso come l’energia sia affidato completamente alla gestione di un cittadino (che agli occhi dei locali ha anche aggravante di essere straniero) senza alcun apparente controllo da parte delle autorità governative sulla sua condotta. Perché banalmente, se la serrata fosse stata annunciata ieri mattina, io mi sarei ritrovata, nel giro di qualche ora e senza alcun preavviso, senza energia e senza acqua corrente. A tempo indeterminato, con un bimbo piccolo e un caldo che si schiatta. Vivendo in un’isola caraibica alle stranezze finisci per abituarti. Ti abitui alle palme addobbate a Natale, che il primo anno che le vedi ti vieni un colpo. Ti abitui alla Semana Santa, che qui suona più come un carnevale, in un turbinio di quad, reggaeton e Coors Light. Ma quando credi di aver visto tutto, ecco che l’assurdo si palesa. E ti arrendi. Perché i Caraibi sono così. Incantevoli, rumorosi, colorati e senza regole. E difficili. E ingiusti.  A volte.

Ps. Ovviamente la vicenda è poi evoluta con risvolti inaspettati. Qualora a qualcuno venisse la curiosità di sapere a che punto siamo, qui sotto c’è un fantastico box per i commenti – finora praticamente inviolato- nel quale potete chiedermi lumi. E se poi per caso non ve ne fregasse niente ma foste in cerca di una buona azione per la giornata, sappiate che lasciandomi un commento avreste assolto alla vostra caritativa quotidiana (aiutando una disagiata) con uno sforzo minimo. Pensateci.

 

Welcome in paradise. Ovvero di morti apparenti, paradisi tropicali e di desideri ittici (mai realizzati).

Qualche tempo fa mi è capitato di fare da ponte -a proposito di sponsorizzazioni- tra una ragazza che lavorava con me e un’amica che sta organizzando un evento. Si, lo ammetto, sono sull’Isolachenonce ma ogni tanto metto con piacere la testa nell’italico mondo della comunicazione, quello che mi ha fatto scappare agambelevate, ma che in fondo mi manca.

Qualcuno direbbe che la volpe perde il pelo (e per fortuna, nel mio caso, visto il clima) ma non il vizio. Io invece direi si ok ma chissene e veniamo al sodo. Il fatto è che l’ex collega ad un certo punto mi ha chiesto come si vivesse in paradiso. No, non mi ha scritto come stai. Ha digitato proprio queste parole:

Come si vive in Paradiso?

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E niente, dato che fatti due conti l’equazione Isolachenonce=Paradiso non sta in piedi e visto che la matematica non è un’opinione, per una frazione di secondo ho perfino temuto che dopo lo sbarco del Papa su Twitter, anche l’Altissimo avesse deciso di affidarsi alle nuove tecnologie e mi sono subito sentita Fantozzi alle prese con l’Arcangelo Gabriele mentre gli annuncia l’imminente maternità.

L’immagine del Ragionier Ugo, per altro, ha poi chiarito senza ombra di dubbio che non stavo per essere folgorata sulla via di Damasco, che non c’era nessuna necessità di conversione all’orizzonte, che il mio proverbiale cinismo era in salvo. Perché come si vive in Paradiso non era un modo simpatico dell’Altissimo per comunicarmi che ero trapassata. Si stava parlando dell’Isolachenonce. E mi è venuto da ridere. Ho sorriso perché anche io ho sempre sognato di vivere al caldo. Sono cresciuta in un paesotto vicino al mare e tutte le volte che si poteva, d’estate, mio papà mi caricava in macchina, mi scaricava alla darsena, mi ricaricava sulla nostra barchetta e poi via verso la spiaggia, o verso una secca dove si potevano pescare le vongole. Per me erano giornate speciali, e siccome sono sempre stata vagamente disturbata en la cabeza, ogni anno nell’ultimo tuffo dell’ultimo bagno dell’ultimo giorno d’estate (che per me era il giorno dell’ultima uscita in barca) pregavo intensamente una non meglio precisata divinità perché mi trasformasse in pesce.i-want-to-be-a-fishIl desiderio ittico non è mai stato esaudito, però, proprio quando sembrava che le mie radici avessero finito per affondare profondamente (e felicemente devo ammettere) in suolo meneghino, mi sono ritrovata qui. In mezzo all’Oceano, sull’Isolachenonce.

È vero, vivo in un’isoletta caraibica di quelle da cartolina, ma credetemi, come sia la vita in paradiso proprio non lo so. Capiamoci: è verissimo che se ti arriva una notizia di merda e fuori piove, fa freddo, nessuno dei tuoi amici ha voglia di uscire è peggio che se la notizia di merda ti arriva quando c’è il sole e puoi buttarti in mare (possibilmente senza pietre al collo) e farti una nuotata per sfogarti. Ma poi quando ti asciughi non è che i problemi siano spariti. Ecco perché sorrido.

Quando stalkeravo su Facebook gente a caso solo in quanto gambelevatesi (ovvero italiani residenti all’estero con vista mare) credevo di avere a che fare con dei miti viventi, campioni di coraggio che superata l’avventura della traversata oceanica erano approdati nel proprio personalissimo paradiso per rinascere semidei. Ma poi sono partita e no, di divino non ho nulla. E per la cronaca anche di vino (decente) non è che ce ne sia poi così tanto. Pertanto non si può nemmeno parlare di paradiso (per chi non lo sapesse il vino è imprescindibile nel paradiso dei veneti).

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Per carità non è male per niente aprire la finestra e vedere palme, sole e colibrì invece che palazzi, nebbia e piccioni. Ma mi viene da dire che chi-ha-il-coraggio-di-restare, quando vede le foto di chi-ha-il-coraggio-di-partire pensa che la felicità sia una birreta e un’amaca, mentre chi-ha-il-coraggio-di-partire, quando vede le foto di tutti i chi-ha-il-coraggio-di-restare che si ritrovano insieme, e insieme ridono davanti a un bicchiere di vino, pensa che a volte basterebbe essere più attenti, per scoprire che piccoli sorsi di paradiso (a intermittenza s’intende) possono essere assaggiati anche sotto un cielo grigio (questo, perlomeno, se avete come me amici decisamente Instangram addicted).

Fermo restando che un cielo sempiternamente azzurro, ma che ve lo dico a fa, è tanta roba.

San Valentino? No grazie. Oggi si parla di saggezza popolare, sciacquoni, tipi da spiaggia e giornali.

Non sono mai stata una grandissima fan dei proverbi, in particolare quando venivano citati da persone che avevano responsabilità/velleità educative nei miei confronti. Mia nonna, per esempio, che in genere con me non perdeva un colpo, tutte le volte che litigavo con mia madre non mancava mai di dirmi “che chi fa più di mamma inganna” e a me prendevano di quei nervosi che non ve lo potete neanche immaginare. E comunque -nervosi e nevrosi a parte- in generale i proverbi non mi piacciono e della saggezza popolare continuo a fidarmi poco.

Perché ci son detti che potrebbero anche avere un loro senso. Per esempio l’ottimo proverbio delle mie parti che dice che robar poco se va in gaera, robar tanto se fa cariera racconta perfettamente -e in modo estremamente sintetico- 70 anni di Repubblica Italiana. Ma altri (e secondo me sono la maggioranza) sono quantomeno discutibili.

Cioè volete davvero farmi credere che ‘sta cosa che chi va a Roma perde la poltrona è vera? No perche’, francamente, dei nostri politici a me pare si possa dire di tutto eccetto che non siano estremamente preoccupati di mantenere il proprio deretano saldamente incollato alla seduta parlamentare se non fino a fine legislatura, quanto meno fino al raggiungimento dei diritti pensionistici. (Per approfondimenti citofonare On. Antonio Razzi).

Ed ancora, veramente qualcuno crede che donna baffuta sia sempre piaciuta? Dai, siamo seri, il mercato dell’epilazione non ha mai conosciuto crisi. Pure Cleopatra d’Egitto si depilava prima che Cesare passasse per un saluto; non dico che questa fosse l’unica ragione, ma è passata alla storia come una delle donne più belle del mondo. Le uniche femmine irsute di successo di cui si abbia notizia dovevano la propria fama ai circhi. E non penso che questo le rendesse proprio felici dato che con la diffusione della ceretta e della luce pulsata le donne barbute sono scomparse dalla circolazione. Estinte come i dodo. Un caso? Non credo proprio.

Ma soprattutto, come la si mette quando un proverbio ne contraddice un altro? Se tutto il mondo è paese, com’è che paese che vai usanza che trovi e poi perché donne e buoi, dei paesi tuoi? Dove sta la verità?

Ora non è che io abbia le idee molto chiare per quanto riguarda i bovini ma mi sento di dire, per personale esperienza, che col cavolo che tutto il mondo è paese. Non che questo sia necessariamente un male, ma per quello che ho potuto constatare da quell’osservatorio privilegiato sull’umanità che è l’Isolachenonce, le differenze anche nelle cose più semplici tra persone che provengono da aree geografiche diverse sono enormi. Ovviamente, essendo l’Isolachenonce in pieno terzo mondo, di cose strane (quantomeno per noi, che per nostra “sfortuna” diamo per scontate molte comodità) se ne possono sperimentare a bizzeffe, in qualsiasi luogo e situazione.

Per questa ragione, in piena controtendenza con l’atmosfera mielosa di un San Valentino in arrivo, in questa prima puntata di quella che potrebbe davvero diventare una rubrica fissa (ora ci penso), vi parlerò di sciacquoni (sì, di sciacquoni), di tipi da spiaggia e di giornali.

Lo sciacquone. Ora, se Cameron Diaz non avesse cercato in tutti i modi di convincerci che se tiriamo l’acqua dopo aver urinato siamo complici del degrado ambientale del nostro pianeta, dubito fortemente che i magazine di mezzo mondo avrebbero mai dato attenzione a questo dispositivo. Perché per noi il fatto che esista un bottone da premere o una catenella da tirare dopo aver effettuato download di materiale organico di scarto è normale. E poi diciamocelo, lo sciacquone non è certamente un argomento glamour. Ecco, qui, se possibile lo è ancora meno. Perchè non in tutte le case c’è l’acqua corrente, e non è quindi così infrequente trovare accanto al WC un barile pieno d’acqua e un secchio, a sottintendere un fai da te che per me non è stato immediatamente chiaro. Cioè io i primi giorni qui pensavo di aver avuto sempre la sfiga di trovare bagni fuori uso. E se state pensando che io sia cretina, vi correggo. Sono bionda.

Ma per esaurire il capitolo “sanitari” l’altra cosa alla quale non mi abituerò mai, che invece qui è prassi, è il fatto che anche nelle case in cui l’acqua corrente c’è, e c’è pure un wc funzionante, non sempre è possibile gettarvi la carta. Anzi non lo è quasi mai a causa delle tubature tendenzialmente fatte ad cazzum, come direbbero i latini. E allora ecco che accanto al barile pieno d’acqua (che oltre a quella di sciacquone assolve anche alla nobilissima funzione di incubatrice di zanzare), spunta un altro secchio (con molte mosche). PS se ve lo state chiedendo, casa mia, grazie al cielo, funziona tutto normalmente.

Tipi da spiaggia – Continuiamo a parlare di bagni, ma questa volta al mare. Ordunque, io sono stata bambina negli anni ’80-’90, cioè nel periodo d’oro di perizomi e topless. Personalmente non ho mai amato queste mise da spiaggia ma è certo che il mio imprinting mi suggerisca che al mare si stia con il costume. Non è poi così strano, no? E invece qui lo è. Cioè non è che i turisti non se ne vadano in spiaggia con il costume (e comunque la moda dello slip bianco per valorizzare abbronzatura e dotazione maschile qui non ha attecchito, e questo è senz’altro un bene), ma se sei dell’Isolachenonce (e a dire il vero di un po’ tutto il Centro America), in spiaggia ci vai vestito. Che tu sia maschio, femmina, bambino o infante non ha importanza. Al mare si va vestiti e a fare il bagno pure. E se devo riconoscere che la cosa del coprirsi, per via del sole cocente, può anche essere sensata, nessuno mi convincerà mai del fatto che si possa nuotare piacevolmente così conciati. D’altra parte in spiaggia gli isolani sono decisamente molto di più interessati alle birre che a qualsiasi altra cosa, cibo escluso. Così, se sei fortunato, ti può anche capitare di vedere gente immersa fino alla vita nell’acqua cristallina stringere con una mano la cervezita bien geladita e con l’altra assicurarsi che il vassoio galleggiante con il pollo fritto resti a raggio di portata. Adoro.

I giornali – Sarà per una sorta di deformazione professionale postuma (a Milano lavoravo in un’agenzia di relazioni pubbliche) ma una delle prime cose che ho “studiato” in questa isola sono i quotidiani, perché credo raccontino molto di un paese al di là delle notizie del giorno. Raccontano cos’è importante per la gente, illustrano il pensiero di un Paese, quali sono le paure, le mode, gli interessi. E anche il fatto di vedere per strada persone che leggono il giornale, racconta molto. Bene, per cominciare qui sull’Isolachenonce non esiste un’edicola. Il secondo fatto è che, se non sbaglio, in tutto il paese esistono solo due quotidiani, ma qui ne arriva uno: attorno alle 10, dalla nave della mattina viene scaricato un fascio con una ventina di copie che un vecchietto con la pelle scurissima, la barba bianchissima e pochi denti in bocca, si carica sulla spalla e vende ai clienti abituali (e qualche volta a gente curiosa che incontra per la strada). E niente, sfogli il giornale e ti rendi subito conto di un sacco di cose come :

  1. L’assuefazione alla ferocia e la rappresentazione cruda della violenza. Per intendersi (e cito fatti realmente accaduti) se una poveretta viene uccisa, decapitata e la testa viene infilata su un palo, sul giornale a fare da protagonista non è un titolo urlato accompagnato da un’immagine discreta delle forze dell’ordine al lavoro. No, è una foto del cadavere a distanza ravvicinata. Ecco a me questa cosa lascia sempre piuttosto sgomenta. Ma poi ripenso che in Italia c’è gente che si fa i selfie sulle scene dei crimini, e tutte le mie certezze sulla scarsa valenza del famoso “tutto il mondo è Paese” vacillano.
  2. L’importanza della vita sentimentale di personaggi tipo Shaquira, J.Lo e Enrique Iglesias, le cui cronache di solito riempiono una bella doppia pagina centrale, a colori.
  3. L’interesse per le feste di compleanno, matrimonio e fidanzamento di una serie infinita di sconosciuti (quanto meno a me) che si fanno ritrarre in pose alla Beautiful senza crederci (e secondo me senza mai averne visto una puntata, anche perché qui vanno fortissime cose tipo la Señora Acero)
  4. La presenza di notizie così assurde che manco Lercio.it saprebbe arrivare a tanto. A questo proposito l’altro giorno mi è capitato di leggere una news nella quale si raccontava del malriuscito tentativo di evasione di un carcerato. Il poveretto aveva provato a scappare dalla finestrella posta sulla porta della cella ed era rimasto incastrato. A me già sta cosa aveva fatto molto ridere così com’era ma il bello, in realtà, deve ancora arrivare. Perché il cronista ha tenuto a precisare che le guardie carcerarie si sono subito attivate per liberarlo. Come? Provando a cospargere il malcapitato di olio. Di girasole – e non di palma- si specifica . Non ci credete? Ecco le prove!

    E con questa perla, vi saluto. Se vorrete, alla prossima!

Folgorata sulla via di… O forse no.

Sbircio il mondo da dietro la tenda del mio salotto. E’ una tenda rossa che nella mia casa milanese occupava la camera da letto. E’ quasi mezzogiorno e sono appena tornata a casa. Per strada non c’è nessuno – turisti a parte- perché nessuno ha voglia di lottare con questo calore (sembra che la stagione delle piogge sia finalmente finita): l’unica a rimanere immobile sotto questo sole è Mucca che, non a caso, è il Miocanescemo. Anzi no, mi correggo, oltre a Mucca qualcun altro per strada con questo caldo c’è, ed è per questo che sono barricata in casa cercando di occultare in tutti i modi la mia presenza.

spying

Ma andiamo con ordine. Oggi per me è stata una mattinata diversa dal solito: normalmente mi sveglio presto  e me ne vado in spiaggia con l’aspirante Piccolodittatore. Sulle sette e mezza prendo la via del ritorno e, se Cosone è ancora a letto perché inizia tardi i corsi, preparo la colazione per tutti con tanto di espresso all’italiana (Santissima Bialetti degli amori angelicati, grazie di esistere). Oggi però avevo bisogno di andare per uffici per sistemare alcuni documenti e così, mentre stravolgevo la mia routine quotidiana a colpi di mascara, riflettevo sul fatto che quando si sogna la vita ai Caraibi non si pensa mai al fattore sbatti. Ed invece, lo dico per esperienza, anche qui le scocciature sono sempre presenti. Che se i nostri deputati si comportassero come normali scocciature, il parlamento sarebbe pieno a ogni seduta. Rispondono sempre all’appello: bollette, pulizie, lavatrici, affitto da pagare, ceretta (che qui e`un’ansia che non vi spiego) e perfino i Testimoni di Geova. Avete letto bene, TESTIMONI DI GEOVA. E vi dirò di più: qui Testigo de Jehova non solo sono arrivati ma vanno anche per la maggiore tanto da avere strade cittadine dedicate.

Ignara di quello che a breve sarebbe capitato, mi sono cosparsa di crema solare (con filtro a protezione catarifrangente e oltre, perché qui il sole è micidiale SEMPRE e in qualsiasi dose), mi sono vestita e, dopo aver verificato che l’Aspirantedittatore non avesse emesso nuovi editti (e che quindi non  fosse necessario un cambio al volo), ho spalancato la porta di casa con un gran sorriso, perchè con questa luce non si può non sorridere, e… sono rimasta pietrificata sulla soglia manco mi avesse fulminato Medusa. Davanti a me due donne, entrambe afro, minute, sorridenti, troppo vestite e troppo eleganti per non essere delle famiglie storiche dell’Isolachenonce: non potevano quindi essere nuove inquiline, né vicine. Cosa ci facevano a due metri dalla soglia di casa mia?

Nel lasso di tempo compreso tra l’epifania delle due e la paresi del mio sorriso, la rivelazione: volevano salvarmi l’anima nel nome di Jehova. A me.

la-finestra
Source: bad-postcards.tumblr.com/

Allenata dalla staffetta milanese (che prevede tra le altre cose lo slalom gigante tra T. di G., Mormoni, Scientologisti e Arikrisna) sono riuscita a svicolare velocemente sventolando i documenti che avevo in mano e spiegando che dovevo correre in banca, non prima però di aver indirizzato le gentil signore dai miei vicini (sono una fetente, lo so, ma erano in maggioranza, e dovevo distrarle). A cuor leggero mi sono così sparata due ore di coda in banca, ho fatto le spese e, carica come un mulo, e stoica come un cammello sotto il sole, me ne sono tornata a casa con l’idea di morire una buona mezzora in amaca prima di pensare a qualsiasi altra cosa. E invece no. Perché non appena ho chiuso la porta, ecco di nuovo quelle voci e quelle sihlouette: le vecchiette, le T. d.  G. che credevo di aver smarcato poche ore fa sono tornate qui e si sono appostate in giardino nell’attesa che arrivi qualcuno da convertire: ecco perché me ne sto rintanata in salotto zitta zitta.

Comunque mi ero dimenticata di dire che quando ho incontrato le due donzelle la prima volta, ero stata rapida nella fuga ma non abbastanza da impedire a una delle due di lasciarmi un piccolo opuscolo dal quale ora apprendo che la mia vita non è perfetta a causa della mia miscredenza e soprattutto che:

“Il signore asciugherà tutte le lacrime”

e questo dovrebbe rassicurarci sul fatto che:

  • Dio non è causa dei nostri mali
  • Dio sente la nostra sofferenza (e questo dovrebbe confortarci)
  • Prima o poi la sofferenza finirà
  • Noi possiamo veramente credere a quello che dice la Bibbia. Perché si.
  • C’è una spiegazione alla sofferenza (e ovviamente è nella Bibbia), ma siccome è lunga, se volete saperne di più, a costo zero potete ordinare una lezione, o prenotare una sessione privata di training dell’anima con un saggio della comunità di Jehovah.

Per oggi ho imparato abbastanza. Mi sa che me ne starò zitta a riflettere per un altro po’.

Amen!

 

Dell’acqua alta, che a Venezia che ne sanno

Quando nei film d’azione americani il protagonista riesce a fuggire e a ricominciare una nuova vita lontano dal passato sceglie quasi sempre i Caraibi o una qualsiasi altra meta esotica che implichi mare cristallino, spiagge bianchissime e immancabili cocktail sorseggiati all’ombra di una palma, naturalmente con vista oceano. Così, nel momento esatto in cui la pellicola termina, quasi tutti gli spettatori iniziano a fantasticare sulla bellezza della vita al caldo, e nei più coraggiosi (o incoscienti, come preferite) si attiva quel processo bestiale che non posso che chiamare agambelevate effect, al compimento del quale the dreamer si trova davvero faccia a faccia con il proprio sogno: i tropici.

tropici

Bene. Ora vi racconto un finale alternativo che, e scusate il gioco di parole, è stato il mio inizio qui sull’Isolachenonce.

Si diceva che i gambelevatori sono molto coraggiosi o molto incoscienti. Io facevo parte della seconda categoria. Anzi, per dire la verità io facevo parte degli scazzati, ovvero di coloro i quali non hanno nessuna ragione per andarsene specificamente in un posto, ma sono talmente a disagio nel proprio presente, che prendono il primo treno che passa. Ecco io ho impacchettato tutta una vita e ho preso un aereo per l’Isolachenonce e l’unica certezza che avevo -oltre all’allergia per i mosquitos- è che sarei finita insieme a Cosone a gestire un bar costruito su un molo. E naturalmente mi aspettavo cocktail, mare cristallino e vista mozzafiato. Niente di più sbagliato. Perché siamo partiti a novembre, in piena stagione delle piogge. Perché il nostro volo, che doveva durare due giorni con qualche sosta, si è trascinato per quasi 15 giorni a causa del maltempo. Perché la pioggia si è trasformata in tempesta e cos¡, da Facebook, abbiamo scoperto che il locale non esisteva praticamente più, divorato dal mare.

acqua-alta-seconda

Perché, come scriveva il buon JAx (scusatemi ma la mia adolescenza è stata a cavallo degli anni ’90), la vita non e`un film, anche se un relativo happy ending c’è stato. Subito dopo aver ricostruito il locale, infatti, abbiamo rischiato il bis a causa di un veliero che, spezzatasi l’ancora, è stato trasportato dal mare in burrasca fino alla costa, minacciando di infrangersi NATURALMENTE sul nostro bar. Per fortuna dopo circa due ore in cui ho toccato picchi (di angoscia) che manco Messner s’è mai sognato di raggiungere, ho scomodato tutti i santi del paradiso e ho sviluppato pulsioni omicide nei confronti di tutti quei pirla che stavano filmando la scena (ancora oggi mi chiedo cosa mi abbia trattenuto dal compiere una strage), la barca si è incagliata ed è colata a picco a 40 centimetri da noi.

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Comunque, anche se di quel benedetto molo ci siamo liberati ormai un anno fa, la pioggia resta un argomento controverso: se nei nove mesi di sole più o meno ininterrotto un bel temporale viene generalmente accolto -da chiunque- con la gratitudine di un miracolato a Lourdes, affrontare con il sorriso diluvi universali che Noè spicciame casa, non è altrettanto facile. Soprattutto se il tuo livello di tolleranza alla clausura coatta fa apparire Pamela Prati a suo agio al GFVIP. Insomma, un paio di giorni di pioggia possono essere anche degli alleati (per depilarsi le gambe, sistemare lo smalto sui piedi o fare una maschera nel tentativo di cancellare le borse sotto gli occhi) but enough is enough come direbbe Gennarina la mia amica sardo-inglese. Attualmente -ma per fortuna la stagione volge al termine- siamo al sesto giorno di pioggia ininterrotta. E se a Milano questo significa problemi con la metro e automobilisti impazziti che alzano muri d’acqua tipo Berlino ai tempi della Cortina di ferro, all’Isolachenoncè, si affonda. Sì, perché le strade di terra battuta (chiaramente sprovviste di canali laterali di scolo) hanno questa caratteristica stupenda: con la pioggia si convertono in fiumi di fango e improvvisamente il tuo concetto di strada scorrevole acquista tutto un altro significato. L’unico modo per poter uscire è armarsi di infradito (che almeno poi metti sotto l’acqua e sono pulite in due secondi), convincersi che chi se ne frega della pedicure appena fatta (approfittando della pioggia), e mettersi in marcia cercando di non cadere per terra e in preda a deliri di onnipotenza perché, ho letto da qualche parte, camminare sull’acqua può avere come effetto collaterale sentirsi un dio.

Tutto questo per dire che, anche se vieni dalla provincia di Venezia e di acqua alta qualcosa ne sai, anche se hai vissuto una decade a Milano e l’autunno piovoso ce l’hai nelle ossa, ecco, ai Caraibi l’acqua è un’altra cosa.

Nel bene, e nel male.

Amen.

Del QuasiNatale e della valenza metaforica di Beverly Hills 90210

Credo di essere stata in quarta o in quinta elementare quando Italia Uno ha iniziato a trasmettere Beverly Hills 90210. Me lo ricordo perché improvvisamente tutti i miei compagni di classe -quasi nessuno escluso- non facevano altro che parlarne.

beverly-hills-90210Io naturalmente ero tra quei quasi nessuno escluso a causa di un doppio imprimatur parentale dovuto:

  1. ai temi toccati, giudicati poco adatti a una bimba di 9-10 anni (e li capisco, in effetti io all’epoca ero innamorata di Peter Pan e provavo qualcosa anche per il Robin Hood della Disney ma non lo ammettevo perché trovavo che fosse sconveniente in quanto volpe)
  2. all’orario di messa in onda che cadeva tragicamente ben oltre il limite massimo di veglia consentitomi, che erano le 20.30.

Così mentre continuavo a disinteressarmi completamente del mondo reale e a inorridire quando mi raccontavano come ci si baciasse (chi aveva fratelli maggiori era in genere super informato e si sentiva investito del compito educere noi poveri figli unici), i miei coetanei scoprivano la regola d’oro dell’interazione maschio-femmina: se ti chiami Kelly e limoni tipo mulinex sei una troia, se ti chiami Dylan e tradisci la tua fidanzata con la sua migliore amica sei un figo.

Ero così poco sul pezzo che quando sono riuscita a entrare nel club di Beverly Hills che avevano fondato i CK (cool kids) della mia classe -nel ruolo di Donna- ero  orgogliosissima. Quello che sapevo l’avevo imparato leggendo dall’album di figurine degli altri compagni di scuola. E sempre grazie a una figurina ho poi scoperto che il personaggio di Donna Marie Martin mi era stato dato non in quanto CK, ma proprio perché nessun CK avrebbe accettato la parte di una cozza ibridata con murphy (si, lui quello della Legge di Murphy) e io invece, perlomeno finché non ho scoperto come fosse la faccenda, si.

Insomma, nella mia vita, una puntata intera di ‘sto benedetto Beverly Hills 90210 non l’ho mai vista. L’unico spezzone rubato -e’ ancora chiaro nella mia mente- era un episodio natalizio in cui Brenda frantumava le gonandi alla signora Walsh perché il Natale al caldo nun se po’ vede’. E sapete che c’è? Questo ricordo mi instilla il dubbio che Beverly Hills 90210, al contrario di quanto pensassero i mie genitori ai tempi, fosse una serie altamente formativa perché oltre a trasmettere golden rules come quella che da oggi chiameremo legge di Kelly&Dylan, ci aveva visto giusto anche sul fatto che per il Natale ci voglia il freddo. Perché io non so come fosse il White Christmas in Minnesota che tanto mancava a Brendacara, ma vi assicuro che festeggiare senza neve, senza il parentado (che si, che palle ma quando non c’è alla fine manca) senza panettone, pandoro, panforte, crema di mascarpone -e mi fermo qui perché anche il mio masochismo ha un limite- ecco, risulta un po’ difficile. Soprattutto per me, che notoriamente non ho una grande propensione per i crociati (nemmeno se sono in fasce) e che quindi vivo il Natale “solo” come un momento per ritrovarmi con la mia famiglia e vivere il bene che ci si vuole. Mangiando e bevendo oltre modo. Of course.

E comunque anche se il clima si respira poco, i segnali ci sono tutti è Quasinatale. No, non è quasi Natale, miei cari grammar-nazi, qui è QuasiNatale, neologismo da me coniato (che dopo petalosi non vedo perché QuasiNatale no) per designare quel particolare periodo dell’anno in cui sull’Isolachenonce, piogge permettendo, la gente aggiunge al normale outfit -composto da costume e infradito- il cappello da Santa Claus. Con tanto di pon-pon e bordature in pelo sintetico. In cui palme e ibischi si imbellettano con nastri argentati e luminarie intermittenti. In cui renne, pupazzi di neve e Babbi Natale (a volte gonfiabili, a volte no, ma sempre di plastica) spuntano come esotici funghi mescolandosi alle orchidee.

Durante il QuasiNatale ogni volta che esci, speri di imbatterti in quel che resta delle sessioni notturne di gardenscaping dei turisti ubriachi che, ispirati dallo spirito (di solito rum o tequila) e protetti dalla notte, riposizionano renne e Babbi Natali in pose da Ultimo Tango a Parigi. E pensi che per fortuna qui i presepi da giardino non vanno di moda perché chissà altrimenti cosa ne sarebbe venuto fuori.

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credit: Le perle di Pinna

QuasiNatale è quel momento dell’anno in cui scopri che è Natale dai profili social dei tuoi amici, ti guardi intorno e pensi che anche per quest’anno, quel quasi, al QuasiNatale, non sei sicura di riuscire a toglierlo. Insomma QuasiNatale è quando sull’Isolachenonce si cerca di portare lo spirito natalizio con lo stesso successo di Jack in Nightmare before Christmas. E io che il Natale credevo di odiarlo, scopro così che sono meno cinica di quello che pensassi.

Detto questo vi saluto. Vado a consolarmi. In spiaggia. E non lo dico perché non voglio essere la sola a rosicare (vedi alla voce panettone etc etc etc), ma perché se per caso mi scende una lacrimuccia, una goccia in più in mezzo al mare, non fará davvero una gran differenza.