Pelo e contropelo all’Isolachenoncè

Ancora per poco, ma vivo in un’isola così calda che quando si raggiungono i 23 gradi la gente si barda tipo Messner sull’Himalaya. E se come la sottoscritta soffrite di dolori cervicali da quando ricordate di esistere, la cosa non vi sarà indifferente. Di contro vi ritroverete a bestemmiare in lingue sconosciute a causa della calura per  9 mesi all’anno. E non parlo solo delle bestemmie di chi come me ha fritto quantità industriali di arancini di riso per orde di turisti affamati in condizioni climaticamente INFERNALI -altro che Hell’s Kitchen-. Perché con quella cappa umida che precede gli scrosci tropicali, anche gli expat americani in pensione (che non necessariamente sono anziani e malconci) smorzano un po’ i sempiterni sorrisi per proteggere le bianchissime fauci dall’arsura.

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Apro e chiudo una parentesi sugli Expat americani o assimilabili -perché gran parte dei nordeuropei qui finiscono per naturalizzarsi US e seguire il football mangiando ali di pollo fritte. Grondanti non meglio specificate sauce(s). Of course-. Non ne sono certa, ma credo che imprechino solo col pensiero perché normalmente se li incontri e chiedi loro come stanno la risposta è: “another day in paradise…”.  SEMPRE. Anche se sei nel pieno della stagione delle piogge e le strade sono torrenti d’acqua e fango. Anche se ti avvicini mentre stanno spingendo il quad che è spirato improvvisamente e ci sono quarantamilagradi all’ombra, nemmeno una bava di vento e uno sciame di mosquitos femmine appena finita la dieta nei paraggi.

Per loro è un’affermazione imprescindibile, un istinto irrefrenabile. Tipo Roger Rabbit con “Ammazza la vecchia col flick” -e se non sapete di cosa parlo A) siete illegalmente giovani, sappiatelo  B) Andate subito a vedere Chi ha incastrato Roger Rabbit, che per il NY Times è  tra  i 1000 film più belli della storia del cinema. Per dire-. Fine della digressione sociologica.


Dicevamo che qui di freddo non si muore MAI. Tendenzialmente è sempre estate. E tra le tante cose, that means che sei perennemente a prova costume panzawise, cellulitewise  and pelowise.

Per quanto riguarda i primi due punti, nonostante la cucina dell’Isolachenonce sia il trionfo del junk food american stylllllllla, ce la si può fare: la frutta è deliziosa e le varie ed eventuali sessioni detox risultano quasi piacevoli. La completa assenza di pasticcerie per come le intendiamo noi, e l’inesistenza di brioches e di cioccolato regalano invece un po’ di tristezza alimentare, ma grandi soddisfazioni a livello addominale. E in più c’è l’acqua salata, che ho sempre sottovalutato –e facevo male- perché anche solo arenarsi tipo foca monaca sul bagnasciuga, aiuta.

La questione pelo, invece, risulta decisamente più spinosa. In senso figurato e non. Premetto che in 34 anni di onorata carriera non sono mai andata dall’estetista (se si esclude quell’unica volta che mi sono sottoposta a una pulizia del viso perché avevo fatto sega a scuola e faceva un freddo bestiale). Ma a 14 anni mi hanno regalato il mio primo silk epil, e da allora la mia vita non è mai più stata unplugged -perché anche se i dermatologi ora la pensano diversamente, quando ero piccola io la regola era che se ti depilavi a lametta ti saresti immediatamente trasformata in un orso. E a me Yogi e Bubu sono sempre stati sul cazzo-.

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E insomma in Italia la questione pelo è tutto gestibile. L’ESTATE ITALIANA, SEPPUR UHT, HA UNA SCADENZA e, soprattutto, regala sempre qualche giornata di maltempo che, se non capita durante il we ma nel picco di ricrescita pilifera, è una vera benedizione.

Qui no. Qui non piove quasi mai (esclusi tre mesi di fila in autunno).

Qui non vendono le cerette a strisce.

Qui, ed è questo il vero DRAMMA, non sanno cosa sia un epilatore. E io vivo nel costante terrore che il mio si rompa, angosciata dalla prospettiva di trasformarmi in un lupo mannaro.

  1. EPPURE L’HORROR PILIS NON È UN SENTIMENTO UNIVERSALMENTE CONDIVISO.

Il sospetto mi era già venuto quando, in uno dei primi tragici tentativi di relazione con l’altro sesso, mi ero imbattuta in un estimatore del pelo ascellare (che non ho mai assecondato). Ma il personaggio era piuttosto singolare in tutto, per cui non ci ho dato peso. Sbarcata sull’Isolachenonce ho scoperto invece che quella che avevo classificato come una stranezza da archiviare fa parte di  un movimento di pensiero  A-POLIDE,  A-POLITICO ma PRO-PELO con tanto di donzelle che, al grido VIVA LA NATURALEZA, sfoderano  fieramente  gambe degne di un’alpaca, ascelle che manco Franchino in Fantozzi subisce ancora (qui se avete bisogno di rinfrescarvi la memoria), baffi alla Dalì, monociglio alla Elio e le Storie Tese e inguini così rigogliosi da far impallidire Marina Ripa di Meana ai tempi della campagna animalista firmata Saatchi & Saatchi.

marina ripa meana

E niente, a parte lo shock iniziale –perché al detto donna baffuta sempre piaciuta io non ci ho mai creduto- penso che ognuno sia libero di fare quello che vuole, e se una vive una sana relazione con i propri peli a me non può che fare piacere per lei, di fatto si evita un sacco di scocciature (tanto più che non è impossibile incontrare attiviste propelo accompagnate da discreti manzi).

Ma devo ammettere che nonostante riconosca il fondamento razionale della scelta di rinunciare alla lotta contro il pelo (perché diciamocelo, ogni donna che si depila, in fondo, è un piccolo Don Chisciotte), io proprio non sarei in grado di girare per il mondo modello grizzly, perché al primo sguardo estraneo che si posasse su una porzione di pelle recante peli, io, in preda a un senso di vergogna ancestrale (che al confronto Adamo ed Eva dopo aver assaggiato il frutto proibito #CIAONE) cadrei a terra esanime e mi lascerei morire così. E anche se mi costa ammettere che questa pelofobia fa parte di un’immagine stereotipata della donna che tendenzialmente depreco e BLABLABLA, anche se per questo esercito di piccole Frida Kalho nutro di fondo una certa simpatia, anche se la natura mi piace, io credo che continuerò finché avrò occhi per vedere (e mani per toccare) nel disboscamento selvaggio di me stessa.

Che poi, diciamocelo, la natura è bella quando si parla di paesaggi mozzafiato, di cuccioli tenerini, di spiagge bianche e incontaminate, ma sono naturali anche la cacca, il cerume, la forfora, il tartaro e l’alitosi. Ricordiamocelo.

Di lavatrici, risultati elettorali e paternità (acriliche)

Non so come sia la situazione in Italia, ma qui piove da un paio di giorni e Faccialibro mi ha appena consigliato di portarmi via l’ombrello anche domani perché, a quanto pare, serà un dia de lluvia. Otra vez.

Eh vabbè, sticazzi, vorrà dire che si starà più a casa e che avrò più tempo per lavare i panni. Sì perché della lavatrice nuova non c’è traccia, mentre la carcassa della vecchia domina ancora indisturbata il laundry corner in da garden. Ora, io mai nella vita avrei detto che mi sarei trovata a dover lavare quintali di roba (tra cui lenzuola e asciugamani… maledetti asciugamani) come forse nemmeno mia nonna si è mai trovata a fare, ma devo dire che stare a contatto per anni con i backpackers mi ha resa un’esperta nell’arte della sopravvivenza, e insomma me la cavo egregiamente. E’ vero che ormai la vasca da bagno è quasi esclusivamente adibita all’ammollo dei panni, è vero che preferirei pigiare uva per fare il mosto invece che biancheria per fare il bucato, ma è altrettanto vero che questo esercizio continuo (perché la regola che mi sono data è che tutte le volte che entro in bagno faccio un passaggiolavatrice) mi ha ricordato l’esistenza di muscoli che non credevo di avere – il che di per sé non è un male – .

Sia chiaro, l’approccio zen alla lavanderia non durerà più di qualche altro giorno: ho imparato ad aspettare senza lamentarmi, non ho mai detto di essermi trasformata in mahatma Gandhi, e ritrovarmi a sciacquare le lenzuola un’altra volta potrebbe minare seriamente il mio equilibrio portandomi a reazioni inconsulte. Speriamo che la questione si concluda in tempi rapidi anche se, confesso, ho un po’ paura: ultimamente il gene svizzero della mia padrona di casa si è atrofizzato mentre la flemma acquisita insieme al nuovo status di chica latina è aumentata esponenzialmente. Vedremo.

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E comunque a parte questi drammi da desperate housewife, volevo aggiornarvi sulla questione elettorale. Sappiate innanzitutto che state leggendo una mentecatta che non si era resa conto che quelle della settimana scorsa erano solo le primarie. In secondo luogo sappiate che sempre la sottoscritta, pur essendo una mentecatta, c’aveva visto giusto: le consultazioni di domenica sono state vinte dai due candidati che io avevo dato per favoriti, ossia il pluriindagato Sindaco Uscente (S.I.)  e il molto chiacchierato avvocato Re dei polli (R.d.P. già main importatore di bipedi surgelati dell’Isolachenoncè e proprietario di una delle più importanti arene per la pelea de gallos del paese, che però ora non è più legale).

In sostanza per il momento non è cambiato nulla, o quasi. Fino a novembre continueranno le feste elettorali: si mangerà e si berrà ancora a scrocco, e questa è senz’altro una buona notizia. Altra buona notizia, per me che amo il trash, è che iniziano a girare anche le prime teorie complottiste: una delle più accreditate vuole che R.d.P., in vista delle elezioni, si sia prodigato a pagare una massa consistente di ispanici della terraferma perché prendessero la cittadinanza sull’Isolachenoncè e assicurarsi così più voti. Così, per dirne una.

Per il resto questa settimana è stata assolutamente degna del venerdì (17) con il quale trova epilogo: potenzialmente nefasta ma in fin dei conti meno peggio del previsto.

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Sarei dovuta andare a trovare Cosone sulla terraferma, avremmo potuto passare quasi tre giorni insieme, e invece ho scoperto (ovviamente dopo aver preso il biglietto) che c’erano delle scocciature burocratiche da risolvere per cui niente terraferma e con Cosone ci si è visti molto poco. Nota positiva, non c’è stato tempo per litigare (e io sono molto abile in genere a sfruttare anche i più piccoli ritagli) e alla fine – nonostante il salasso- sono contenta che abbiamo concluso anche questa noiosa trafila.

E comunque visto che del mio disagio si è parlato abbastanza, ora si cambia argomento.


Per chiunque passi più di qualche settimana sull’Isolachenoncè è subito evidente che qui passa una quantità di gente strana inimmaginabile. E giuro che non voglio emettere nessun giudizio, che di bigotti e moralisti a sto mondo ce ne sono anche troppi. Il fatto è che nella mia vita fondamentalmente tranquilla, non mi ero immaginata potessero esistere persone così particolari. E con particolari intendo gente da ricovero, ma perfettamente in grado di viaggiare, sostentarsi e risultare socialmente piacevole.

L’ultimo straordinario caso umano (detto nell’accezione più positiva possibile del termine) sbarcato sull’Isolachenonce è tale Iaco. Radici orgogliosamente lombarde, due incisivi mancanti per cazzate di gioventù (dice lui che secondo me non supera i 25), una protesi dentaria perduta e mai ripristinata perché:

“stavo in una comune in Guate, già eravamo tutti nudi, e allora ho detto ‘sti cazzi anche i denti”.

Iaco gira il mondo da un bel po’ di tempo vivendo come può. Qui, per esempio, si è messo a lavorare con un contadino e aiuta un altro signore con il carico scarico merci. Ha anche provato a prendersi il suo posto al sole, ma gli isolachenoncesi non hanno apprezzato l’italian style della baracca che stava costruendo sulla spiaggia (attorno ad un’amaca) e l’hanno cacciato dalla sua magione proprio durante la posa del tetto. Ora vive in casa di una famiglia isolachenoncese in da very very bronx of da island.

Ma non per questo Iaco brilla nel firmamento del mio personale olimpo delle divinità geniali incomprese. Nossignori.

Iaco assurge alla dimensione del mito in quanto padre.

Di un cane.

Trovato nella munnezza quando viveva con la sua fidanzata in Danimarca.

Che risponde a nome di Gustav.

Di peluche.

Grigio.

Iaco -tutto serio- ha anche chiarito che, visto che con la sua ex (ossia la mamma di Gustav, per gli amici Gusty) ha comunque buoni rapporti, l’affidamento di Gusty è condiviso, ma anche che, per il bene del piccolo, qualora uno dei due genitori viaggi, deve portare via anche Gustav

“perché è importante che veda il mondo”.

Per questo Iaco si prende cura del mastino ormai da tre anni consecutivi. E mi ha confidato anche che per lui separarsene, ora, sarebbe molto difficile.

Avrei voluto approfondire con lui quali fossero le implicazioni della paternità 100% acrilico, ma quando ho visto gli altri ragazzi sul molo trattare Gustav come se fosse davvero reale, ho pensato a un’epidemia di qualche strano virus che colpisce il sistema nervoso centrale e sono scappata agambelevate prima del contagio.

Ps. Caro Iaco, visto che siamo nei giorni giusti, ovunque tu sia, buona festa del papà.

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Della politica, di pirati e di campagne elettorali sull’Isolachenoncè

Sull’Isolachenonce la politica è una cosa strana.

Dovete sapere prima di tutto che l’Isolachenonce e l’arcipelago di cui fa parte sono state di dominio spagnolo, olandese e inglese. Pare inoltre che l’assoluta predominanza culturale inglese dipenda dal fatto che ad un certo punto una parte dei coloni che vivevano alle Cayman si sia trasferita qui. Secondo questa ricostruzione storica quindi gli antenati dell’Isolachenonce altro non sarebbero che i reietti dei coloni inglesi alle Cayman o discendenti di pirati.

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Ora io non so se sia così che sono andati i fatti – perché ho provato a verificare su internet e a parlare con la gente di qui ma di questa cosa non c’è traccia- però, se così fosse, a me si spiegherebbero molte cose. Quello che invece sappiamo con certezza è che in un anonimo mattino inglese del 1859 la cara Queen Victoria si svegliò appesantita e, per alleggerirsi, decise di cedere l’arcipelago dell’Isolachenonce al governo della mainland – di cultura tutt’altro che british- guadagnandosi l’odio sempiterno degli abitati dell’arcipelago dell’Isolachenonce che così, non solo perdevano il passaporto inglese, ma finivano per di più sotto il controllo di uno stato giovane, instabile e disorganizzato, con il quale non condividevano nemmeno la lingua (nella mainland si parlava e si parla tutt’ora spagnolo).

queen vittoria
Queen Vittoria: sempre bella&brava

L’Isolachenonce è dunque dominio della mainland da oltre un secolo ma, un po’ come gli altoatesini con l’Italia, non c’è verso che gli abitanti se ne facciano una ragione. Differentemente da quanto accade a Bolzano, dove in effetti la gente si comporta come se fosse austriaca, i bianchi di qui non hanno nulla di europeo. A dire il vero l’elite delle famiglie storiche dell’Isolachenonce non è nemmeno composta da soli bianchi. C’è infatti una minoritaria componente afro – discendente da famiglie di schiavi emancipati – ma non pensiate che per questo l’isola sia tutta egalitè e fraternitè. Semplicemente, qui, il criterio di discriminazione non è tanto il colore della pelle (per quanto sia tristemente vero che bianco è meglio) quanto la conoscenza della lingua inglese nella versione locale – che se fosse inglese caraibico sarebbe già tutto più semplice ma non si sa perché qui parlano una cosa che suona tipo creolo ma meno comprensibile-. Praticamente se disimpari qualsiasi regola di fonetica british, smetti di coniugare anche quelle due persone in croce che prevedono i verbi inglesi e regoli il volume delle tue conversazioni a “più infinito” puoi sperare di essere accettato. Se poi fai parte di qualche culto strano di derivazione cattolica tipo chiesa metodista o sabatista, beh sei a cavallo.

Ovviamente gli isolani si sentono incredibilmente superiori agli abitanti della mainland che chiamano dispregiativamente spaniard, e per questa ragione da circa 500 anni portano avanti una società praticamente endogama (anche se le cose stanno lentamente cambiando) il che spiega il numero assolutamente considerevole di freak che è possibile incontrare in questa piccola comunità.

Sarà l’endogamia, sarà il sole che picchia troppo forte, ma l’altra stranezza che unisce la white people of da island (che poi non sono nemmeno tutti bianchi, come vi dicevo) è la convinzione di essere americani. E non americani qualunque, no. Redneck sostenitori di Trump e di tutte le sue teorie razziste del cazzo. La cosa divertente è che qui non siamo in Texas, siamo in uno dei paesi più poveri e arretrati del Centro America, che molte delle persone che sotto elezioni americane girava con la spilla di Trombetta ha un passato da immigrato negli States e che la gran parte di essi, in America, non sarebbe considerata bianca. Vi ricordate della cara Ms Loretta Brown, quella della casa da incubo? Per esempio lei, afro, sposata con Mr Brown, afro pure lui -e lui tuttora pendolare tra l’Isolachenonce e gli USA- e con una figlia, ovviamente afro, attualmente in un’università americana, secondo voi chi ha sostenuto? A chi erano indirizzate e preghiere e i salmi (qui è una pratica piuttosto diffusa) dei suoi status Facebook? A Bernie Sanders? Ma vabbè di buoi che danno del cornuto all’asino mi pare sia pieno il mondo. Semplicemente l’Isolachenonce non fa eccezione.

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Comunque se sulla politica estera (che poi qui si seguono solo le elezioni USA, che non crediate!) gli isolani hanno delle idee spaventose ma chiare, quando la campagna elettorale si gioca sul territorio nazionale le cose si fanno divertenti davvero. Perché mentre in Europa e in America vince chi la spara più grossa, qui succedono cose mai viste.

Partiamo da un presupposto: nella mentalità locale non esiste il futuro (ma il punk non c’entra); tendenzialmente qui si lavora per guadagnare la giornata (non sempre è una scelta, ma lo è in molti casi), non per accumulare (che sarebbe comunque difficile vista l’entità di uno stipendio medio), e se si trova il modo per arrangiarsi senza fare nulla è anche meglio. L’unica cosa importante è arrivare a sera, sempre che el Primero lo permita, e cosa succederà domani non è affare di cui preoccuparsi anzitempo.

Capite bene che con quest’andazzo un povero politico non è che possa puntare solo su comizi e promesse da marinaio. E così in pieno stile berluska qui si è imposta la politica del fare (feste). E che feste!

berlusca

Quando un candidato organizza un evento tutta la comunità è invitata: giovani, vecchi, bambini, preti dei più diversi culti (si qui ci sono 10 abitanti in croce ma centoventordici chiese), crackomani all’ultimo stadio (che però sono integratissimi), ubriaconi, bianchi, neri, ispanici, grassi, magri simpatici e antipatici. A ognuno viene consegnata una t-shirt del colore dello schieramento promotore e altri gadget rigorosamente brandizzati da indossare alla festa. Chi non veste la maglietta del candidato è comunque in perfetta pendant con le tinte del partito. E tendenzialmente tutti cercano di essere il più elegante possibile.

Girare per strada in una di queste giornate è quanto mai surreale non solo per via de monocromo che imperversa ma anche per la viabilità (nonostante ci siano sostanzialmente solo due strade in tutta l’isola) che impazzisce. Per assicurare a tutti la partecipazione, talvolta viene spiegata una flotta di trasporti privata -e brandizzatissima- composta da golfcart, tuc tuc e due pickup – di solito usati per la munnezza o per i traslochi- che, a più riprese, trasferisce tutta la cittadinanza nella casa del candidato di turno.

Quando la festa inizia (di solito per pranzo) le strade sono forse ancora più surreali che in fase pre-evento perché, a parte i turisti, non si vede anima viva e questa tranquillità così irreale si trascina per ore, o perlomeno finché non si sono esauriti alcol e cibo al comizio. A quel punto l’incanto si spezza e inizia la trasumanza contraria, solo che la gente ha perso nel frattempo ogni volontà di contegno o pretesa di eleganza e sfila così una colonna lunghissima di vetture cariche di donne col trucco sfatto e i capelli ormai impolverati che ridono rumorosamente, uomini che sghignazzano gesticolando tra loro e bambini sotto evidente bombardamento di zucchero (che se non avete figli non lo potete sapere, ma sui nani lo zucchero ha più o meno l’effetto di un’anfetamina) che, euforici, uniscono le proprie grida ai clacson dei tuc tuc che suonano all’impazzata perché vabenecosì. E naturalmente tutto questo si ripete ogni volta che un candidato (non importa di quale schieramento) organizza qualcosa.

Ora, se dal punto di vista dell’efficacia strategica dubito fortemente della validità di questo approccio democraticamente epicureo alla politica, c’è da dire che per lo meno i cittadini hanno così la certezza che almeno una volta nella vita il futuro eletto avrà fatto qualcosa di buono per loro. Il che, se ci pensate bene, non è assolutamente scontato. Tutto questo per dirvi che sull’Isolachenonce si sta per concludere la campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco: domenica si vota.

Mi pare di aver capito che lo scontro vero sarà tra:

  • S.U. ovvero il sindaco uscente – rampollo di una famiglia isleña dogc, poco dopo l’elezione è diventato suo malgrado oggetto di scandalo per via di alcuni problemi con la giustizia. Alle accuse di abuso d’ufficio, appropriazione indebita ed evasione fiscale risponde citando Shaggy e dichiara wasn’t me. A fine processo risulta che tanto pulito non era perché si ritrova con parecchie proprietà – tra cui un resort – confiscati.

e

  • R.D.P. Il re del pollaio – ricco avvocato non nativo dell’Isolachenoncè, si dice abbia costruito la propria fortuna difendendo trafficanti. Chissà se è vero. Tra le tante cose degne di nota, in nostro IRDP è il più grosso importatore di polli sull’Isolachenoncè, nonché proprietario della più importante arena per la pelea del gallos della città. Che però è diventata illegale da qualche anno.

Ma per quanto riguarda programmi e intenti ne so davvero poco. Quello che so per certo è che non aver partecipato a nessuna festa elettorale è stato un errore; ne sono sicura perché l’altro giorno mi sono imbattuta quasi per sbaglio in uno degli ultimi comizi organizzati da I.S.U. e miei ricettori trash sono andati istantaneamente in cortocircuito.

Sarà stata la finezza di regalare quintalate di porco arrostito con le bibbbite gratis (che mannaggia era domenica e dopo le 5 qui è vietato somministrare alcolici altrimenti sai che spettacolo), o la suggestione della location scelta – uno spiazzo che di solito ospita i bidoni della munnezza -, o l’eloquenza del candidato che, inebriato dai fumi del barbecue, ha concluso il discorso in un tempo record dichiarando :“ tengo hambre”, ma io della politica sull’Isolachenoncè, anche se è una cosa strana, mi sono innamorata.

Perso nella giungla

L’Isolachenonce è anche un po’ Il Paese dei Balocchi.

Qui il Comitato Lucignoli World Wide ha il suo headquarter e le attività offerte sono talmente tante che se il povero Collodi fosse ancora vivo, impallidirebbe. La stratificazione sociale by age conta il quasi il 100% di bimbismarriti, termine che designa un’età mentale compresa tra zero e sette anni, e i pochi grilli parlanti sono tutti sotto psicofarmaci per la depressione.prozac

Se per età, la popolazione turistica ed expat dell’Isolachenonce è estremamente omogenea, da un punto di vista della pecunia, è invece possibile identificare due grandi macro: i finanziati e i found raiser.

I finanziati, va da sé, si differenziano dai found raiser in quanto portatori di dote. Rientrano nella categoria i figli di papà, i pensionati, i veterani e Mucca, il mio cane inutile, che mangia a sbafo e dorme tutto il giorno. Sulla carta dovrebbe essere il gruppo di quelli -almeno economicamente- affidabili, ma lasciatevelo dire da una che ha lavorato per due anni dietro al bancone di un bar, non è così. E la ragione è semplice. Avere una rendita non significa essere in grado di gestirla e poi, come vi dicevo, l’Isolachenonce è anche un po’ un Paese dei Balocchi, si entra Lucignoli e si esce somari.

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Molto più variegata è invece la composizione interna dei found raiser. E in genere la discriminante è come si intende effettuare la raccolta fondi: ci sono i lavoratori, quelli che tipicamente finiscono a fare i bartender, gli istruttori di sub o i receptionist negli ostelli; ci sono gli artigiani che vivono della vendita dei propri artefatti (generalmente braccialetti macramè e piccola gioielleria in argento e pietre dure); ci sono i professionisti barattatori,  ovvero persone che per una ragione o l’altra sanno fare qualcosa di pratico e lo mettono a disposizione della struttura nella quale soggiornano in cambio  del vitto, dell’alloggio o di un corso (di sub, di lingua di boh!) e poi ci sono i barattatori professionisti, perché chiamarli scrocconi fa brutto, che pur non sapendo fare nulla e avendo la voglia di lavorare di Homer Simpson nel giorno del ringraziamento, cercano comunque di rifilare a chiunque i propri servigi per scambiarli con ospitalità, e tirano a campare risparmiando fino all’osso, tipicamente chiedendo sconti anche al signore che lavora al baracchino delle tortillas.Ecco, quando la natura del barattatore professionista indugia nell’arte dello scrocco e si ibrida di incoscienza mascherata da senso dell’avventura, hai Jacques.

Jacques è arrivato sull’Isolachenonce qualche tempo fa che sembrava Tom Hanks in Castaway: magro all’inverosimile, con un’aria emaciata e tagli da per tutto.

Jacques ha passato tutta la settimana ingozzandosi di cibo e dormendo una quantità di ore impossibile anche per un orso in letargo. Ma aveva le sue buone ragioni, ho poi scoperto. Perché Jacques veniva da un mese intero trascorso, DA SOLO, in mezzo alla jungla.Come Bear Grylls aveva mangiato frutta trovata per caso, bruchi, insetti e una pernice. Cruda. Cacciata con le sue mani. Che io mi sento male solo a pensarci.

E come non succede mai in Uomo vs. Natura dopo una mezz’ora che camminava in mezzo alla jungla, Jacques si era trovato senza scarpe perché le “superpro infradito” con cui era uscito avevano ben deciso di abbandonarlo. Dopo settimane passate a vagare senza una meta, il lieto fine è arrivato quando il nostro eroe si è imbattuto in un fiume e -astutamente- ne ha seguito il corso finché non ha incrociato dei pescatori che l’hanno riportato alla civiltà e di lì all’hotel, allo zaino e in sostanza alla vita.

Se solo avessi evitato di domandargli COME gli fosse successo di ritrovarsi da solo in mezzo alla jungla, Jacques sarebbe stato una di quelle -pochissime- persone conosciute qui che avrei ricordato con ammirazione.

Ma con i se non si fa la storia. E io sono troppo curiosa per stare zitta e così l’ho fatto. Gli ho chiesto cosa fosse successo. E niente, da the real Indiana Jones a Sua Maestà il Principe dei Gigioni. Dalle stelle alle stalle in una frazione di secondo. Praticamente uno schianto. Perché se è vero che Indy avrebbe apprezzato la location delle rovine di Palenque e l’inseguimento da parte di due guardie armate, la ragione dell’inseguimento, ecco la ragione dell’inseguimento no.

Perché la dura verità è che l’amico Jacques aveva provato a entrare a Palenque senza pagare il biglietto (si trattava di qualche dollaro eh!), che era stato scoperto non da uno, ma da ben due guardiani e che per non farsi prendere si era -letteralmente- dato alla macchia.

Salvo poi perdersi.  Serve aggiungere altro?

Sipario.

 

 

 

 

Di trasferte,di guerre energetiche e di post scriptum sfacciati.

Questa settimana avrei voluto raccontare del perchè Cosone sia latitante da quasi un mese, ma poi lunedì scorso-sempre Cosone– mi ha avvisato che avrebbe avuto due giorni liberi, così con il Piccolodittatore e Muccailmiocanescemo siamo andati a trovarlo e tutti i miei buoni propositi di scrittura sono andati a farsi benedire. Stavo già per arrendermi all’evidenza che non sarei stata in grado di pubblicare niente fino alla prossima settimana quando, scartabellando nel mio computer ho trovato degli appunti risalenti a circa un anno fa su una vicenda a dir poco paradossale.

Del perché ai tempi mi fossi messa a scrivere con tanto zelo di questi fatti è una domanda alla quale non so rispondere, ma per una volta me ne fregherò amabilmente dei perché e dei percome e agguanterò, rapace, questa inaspettata botta di fortuna copiando e incollando qui sotto la cronistoria della Guerra Fredda sull’Isolachenoncè:


Comunicazione di servizio: siccome non ho avuto un secondo libero in questi giorni ho davvero copiato e incollato gli appunti; per questo, anche se si tratta di fatti passati, la narrazione è al presente.


Sull’Isolachenonce da oggi nessuno sprecherà energia. No, non si tratta, sfortunatamente, di una riuscita campagna di sensibilizzazione ambientale. L’Isolachenonce non è in Ururguay. Ma ugualmente, a partire da oggi, tutti gli isolani (nativi e turisti) saranno costretti a stare più attenti ai consumi perché, per un tempo indeterminato, gli uffici della compagnia elettrica locale saranno chiusi. Questo significa, in un luogo dove l’energia viene ricaricata comprando pacchetti prepagati, che se la “serrata” durerà più di qualche giorno, centinaia di persone si ritroveranno senza luce e senza acqua corrente “a tempo indeterminato”, perché come si legge dal comunicato stampa della Società Elettrica, sarà sospesa anche la possibilità di ricarica online.

279h-1

Io sono italiana. Alle stranezze e ai disservizi sono abituata, all’arroganza dei potenti non ne parliamo, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, e per come è messa l’Italia oggi, questo è davvero singolare. Ma se  la sospensione arbitraria di un servizio essenziale come l’erogazione dell’energia elettrica  non è abbastanza per stupirvi, ora vi racconto cosa si dice in giro riguardo la vicenda. Quando lunedì scorso su tutta l’isola è mancata, a fasi alterne, la corrente, noi tutti abbiamo ringraziato Iolanda, simpatica tormenta, che qui è arrivata solo di striscio ma che, garantisco, incazzata era incazzata. E invece no. Perché la sospensione dell’elettricità non dipendeva dai danni della tempesta ma faceva parte della guerra fredda tra Mr Ccei (europeo e Capo Compagnia Elettrica Isolachenocè) e Mr X.

Web

Pare infatti che Mr X abbia pubblicato sul proprio profilo Facebook un filmato che ritraeva il figlio di Mr Ccei mentre picchiava uno dei tanti matti del villaggio. Si dice che Mr Ccei non l’abbia presa bene e che, invece che riempire di mazzate l’erede (ma forse in privato, chissà…), abbia ben pensato di togliere l’elettricità alla casa e al negozio di Mr X, così, giusto per ribadire che i panni sporchi si lavano a casa e non si “appendono” al web. A questo punto Mr X si è risentito a sua volta e ha chiamato alcuni amici sulla costa per “sfogarsi”. Sfortuna vuole che gli stessi amici riforniscano di benzina la Compagnia Elettrica, e che per solidarietà abbiano deciso di non fare più affari con Ccei:  è a questo punto della delirante vicenda che si inscrive il blackout di lunedì, che, sempre stando ai ben informati, non sarebbe dipeso   dal fatto che la benzina del generatore fosse finita, bensì dalla volontà di Mr Ccei di chiarire quali siano i poteri che realmente governano l’isola.   Devo dire che a me il messaggio sembrava chiaro, e probabilmente lo è sembrato anche a Mr X che però, a quanto pare, ha vocazioni giornalistiche e ha ben pensato di denunciare l’accaduto a una rete televisiva locale che ne ha fatto un servizio. Naturalmente in un’isola grande come una nocciolina la cosa non è passata inosservata ed è scoppiato il finimondo in termini di proteste da parte degli utenti, di  condivisioni sui social network, e purtroppo di rappresaglie. Perché naturalmente Mr Ccei non ha gradito e così, con la scusa di voler tutelare la sicurezza dei propri dipendenti (ma se così fosse, perché sospendere anche il servizio online?) questa mattina ha annunciato la serrata. Alle 9.00 di mattina, giusto per impedire a chiunque di correre a fare scorta. Ora, ancora una volta, sono italiana. Nello stereotipo della mia cultura c’è il culto dell’onore della famiglia e la protezione (a volte eccessiva) della prole. Ma davvero per qualcuno è giustificabile che per una minchiata di un ragazzino un’intera isola rischi di trovarsi senza servizi indispensabili come acqua e luce?  E soprattutto mi chiedo come diavolo sia possibile che un bene prezioso come l’energia sia affidato completamente alla gestione di un cittadino (che agli occhi dei locali ha anche aggravante di essere straniero) senza alcun apparente controllo da parte delle autorità governative sulla sua condotta. Perché banalmente, se la serrata fosse stata annunciata ieri mattina, io mi sarei ritrovata, nel giro di qualche ora e senza alcun preavviso, senza energia e senza acqua corrente. A tempo indeterminato, con un bimbo piccolo e un caldo che si schiatta. Vivendo in un’isola caraibica alle stranezze finisci per abituarti. Ti abitui alle palme addobbate a Natale, che il primo anno che le vedi ti vieni un colpo. Ti abitui alla Semana Santa, che qui suona più come un carnevale, in un turbinio di quad, reggaeton e Coors Light. Ma quando credi di aver visto tutto, ecco che l’assurdo si palesa. E ti arrendi. Perché i Caraibi sono così. Incantevoli, rumorosi, colorati e senza regole. E difficili. E ingiusti.  A volte.

Ps. Ovviamente la vicenda è poi evoluta con risvolti inaspettati. Qualora a qualcuno venisse la curiosità di sapere a che punto siamo, qui sotto c’è un fantastico box per i commenti – finora praticamente inviolato- nel quale potete chiedermi lumi. E se poi per caso non ve ne fregasse niente ma foste in cerca di una buona azione per la giornata, sappiate che lasciandomi un commento avreste assolto alla vostra caritativa quotidiana (aiutando una disagiata) con uno sforzo minimo. Pensateci.

 

Happy b-day to me. Ovvero del perchè 3 è meglio di 2, del grande assedio e della preghiera (di condivisione)

9 febbraio 1982. A guardarla così, abituati oramai ad avere a che fare con il duemilaequalcosa da 17 anni, mi sembra la data di nascita di qualcuno molto più vecchio di me. E invece il 9 febbraio 1982 sono “solo” 35 anni fa. Oggi è il mio compleanno.

Oggi compio 35 -TRENTACINQUE- anni: come dire, la via del tramonto l’ho imboccata per bene, ma per la geriatria si può ancora aspettare. E’ tempo di bilanci? Forse sì, ma la matematica non è mai stata il mio forte e preferisco lasciare queste incombenze a chi di contabilità si occupa di mestiere. Quindi passo oltre.

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Oggi compio 35 anni e per la prima volta sarò completamente sola. Potrei essere malinconica: la famiglia lontana, Cosone che per lavoro si è traferito sulla mainland e che non tornerà fino a aprile, Ilpiccolodittatore che sta mettendo i premolari e -poraccio- urla e sbava che manco Alien. E invece no. L’unica cosa che mi scoccia incredibilmente sono i decimali: non sarebbe meglio 25?

Ma poi ripenso a me a 25 anni e mi dico che va decisamente meglio ora, perché 10 anni fa ero a casa a piangere come una disperata dopo che l’UOMOSTRONZO (non un qualsiasi stronzo, l’US per antonomasia) mi aveva scaricata per il secondo anno consecutivo praticamente alla vigilia del mio compleanno. Piangevo e certo non mi aspettavo che avrei dovuto fare il trasloco da casa sua in taxi e sotto una pioggia battente che manco in Carrie nella più tragica puntata di Sex&theCity. Piangevo e ignoravo che dopo qualche giorno lui sarebbe venuto a casa mia per prendere le sue cose e che io sarei rimasta chiusa fuori a febbraio, senza cappotto e con il rimmel sotto le scarpe. Piangevo e non sapevo che:

  • di lì a poco, licenziandomi, mi sarei sentita dare della perla ai porci
  • che il mio bancomat si sarebbe improvvisamente bloccato lasciandomi senza una lira
  • che avrei litigato con una delle mie più care amiche (ora è tutto a posto ma per un anno non ci siamo parlate)
  • che mentre aspettavo una chiamata dell’US, il mio cellulare si sarebbe rotto e che quando avessi cercato di comprarne uno (in pausa pranzo in preda all’isteria) il Trony dietro all’ufficio sarebbe stato chiuso per inventario.

Insomma facevo bene a piangere e grazie al cielo ignoravo tutto quello che mi sarebbe successo nei successivi 15 giorni perché se avessi saputo tutte quelle cose più che a un bagnetto a Lourdes, avrei pensato ad un tuffo dal decimo piano (e io vivevo al secondo, no per dire, a volte, l’amarezza). E invece sono viva e vegeta e, per di più, oggi invece che a Lourdes il tuffo me lo faccio a due passi dalla barriera corallina. Ma lasciamo stare il compleanno che in fondo chissene -tanto il tempo passa comunque- e parliamo di cose serie. Tipo la salvezza dell’anima. Sì, perché credo che quest’anno ai piani alti ci siano grandi progetti per me. Inizio a pensare infatti che l’Onnipotente abbia deciso che il 2017 debba essere l’anno della mia redenzione. Deve per forza essere così perché dopo l’attacco in due tempi (il secondo è stato segnalato solo su Facebook…siete già iscritti?) ad opera dei Testimoni di Geova, ho recentemente subito anche un accerchiamento da parte di tre pentecostali – e  non finisce qui. Ma andiamo con ordine.

jesus-save-me

L’altro giorno sono andata sulla mainland perché cane (Mucca) e gatto (Nana) dovevano essere portati dal veterinario (sull’Isolachenonce ovviamente non ne esiste uno). Alle ore 6.00 di mattina sono uscita di casa con il Piccolodittatore nel marsupio (e 39 di febbre causa denti), il gatto nella gabbietta, il cane al guinzaglio e lo zaino (perché poi ci saremmo fermati a dormire da Cosone) sulle spalle, sotto una pioggia fastidiosissima che mi ha obbligato anche a tirare fuori l’ombrello. Robe che neanche la Dea Kalì. Arrivo trafelata sul ferry, mi sequestrano Nana (che nel frattempo ha subito una metamorfosi e si è trasformata in un antifurto per auto in loop) e Mucca (che inizia a piangere non appena capisce che nemmeno lei è ammessa all’interno della nave), cerco un posto, mi rendo conto che è tutto occupato, sta per partire un rosario di madonne alla veneta quando la Divina Provvidenza si manifesta facendomi trovare da sedere proprio di fronte alla trinità più scapestrata che vi possiate immaginare: Devin, Josè e Rolando. A questo punto il Piccolodittatore subisce una seconda mutazione -da Alien passa alla versione scimmia urlatrice pro- e questo offre a Devin una scusa per iniziare a chiacchierare. Dopo le solite domande di rito, e senza perdere troppo tempo, ecco che Devin parte all’attacco:

D: e tu vai in chiesa?

Io: no

D: ahhh vai in chiesa ogni tanto

Io: no, non ci vado mai.

Lo guardo e lo vedo perplesso. Per alleggerire il tutto cito il pediatra del Piccolodittatore che, dopo avermi posto la stessa domanda, aveva ironicamente spiegato la mia miscredenza con un “eh voi il Vaticano lo avete da 2000 anni, per noi è quasi una novità”. Naturalmente l’ironia non viene colta e Devin ci riprova chiedendomi cosa succede dopo la morte, sperando di spaventarmi. Non ci riesce; lo zittisco con un “io rispetto tantissimo la tua opinione ma tu rispetta la mia” e intanto alla mia destra una vecchietta ammorba uno dei tanti marinai che passano tra i sedili distribuendo sacchetti di plastica alla gente che vomita (c’era mare mosso, ovviamente) cantando le lodi di Jesus Cristo (giuro che è tutto vero!). Mi sento circondata. Riguardo Devin e vedo che confabula con Josè e Rolando. Al termine della consultazione mi dice che lui è della Chiesa evangelica pentecostale di un’altra isola, mi regala un opuscolo degli incontri settimanali che fanno. Mi dice di pensare alla morte e che potrebbe essere il momento di una svolta nella mia vita.

Io sorrido, tocco ferro e penso che tutto il trash della giornata l’ho già raccolto prima delle 8 di mattina. Faccio male: quando arrivo dal veterinario, trovo infatti la sala d’aspetto tappezzata di poster di Geova. Quando entro nell’ambulatorio e vedo una Bibbia accanto alle fatture mi preparo psicologicamente al peggio, e invece questa volta mi va bene: no pippons for me.

Ma l’Onnipotente non le manda a dire, così quando finalmente arrivo a casa di Cosone scopro che l’appartamento assegnatogli è di proprietà di una famiglia gringa, decisamente devota, con un grande amore per le decorazioni e le letture religiose.

Grazie a Dio (è proprio il caso di dirlo) da questo momento in poi il divino assedio è cessato e io sono tornata alla mia solita miscredenza, godendomi Cosone, il Piccolodittatore e il paesaggio mozzafiato che regala la costa di questo bellissimo Paese. E adesso vi saluto. Vado a fare una cosa che ho scoperto solo di recente piacermi molto. Vado al ristorante da sola (beh più o meno, il Piccolodittatore e Mucca sono tipo carte moschicida) e mi festeggio.

E se a voi va di farmi un regalo (che poi non costa niente), qualora questo post vi avesse strappato un sorriso, lasciatemi un like, un commento, condividete su Facebook, leggetelo al vostro cane – se è social-. Per voi è una cosa da niente e io per una volta non mi deprimerei con i dati delle statistiche giornaliere. A chi vorrà farlo, grazie in anticipo! Ora è davvero tutto: Happy birthday to me. E buona giornata a voi! 

San Valentino? No grazie. Oggi si parla di saggezza popolare, sciacquoni, tipi da spiaggia e giornali.

Non sono mai stata una grandissima fan dei proverbi, in particolare quando venivano citati da persone che avevano responsabilità/velleità educative nei miei confronti. Mia nonna, per esempio, che in genere con me non perdeva un colpo, tutte le volte che litigavo con mia madre non mancava mai di dirmi “che chi fa più di mamma inganna” e a me prendevano di quei nervosi che non ve lo potete neanche immaginare. E comunque -nervosi e nevrosi a parte- in generale i proverbi non mi piacciono e della saggezza popolare continuo a fidarmi poco.

Perché ci son detti che potrebbero anche avere un loro senso. Per esempio l’ottimo proverbio delle mie parti che dice che robar poco se va in gaera, robar tanto se fa cariera racconta perfettamente -e in modo estremamente sintetico- 70 anni di Repubblica Italiana. Ma altri (e secondo me sono la maggioranza) sono quantomeno discutibili.

Cioè volete davvero farmi credere che ‘sta cosa che chi va a Roma perde la poltrona è vera? No perche’, francamente, dei nostri politici a me pare si possa dire di tutto eccetto che non siano estremamente preoccupati di mantenere il proprio deretano saldamente incollato alla seduta parlamentare se non fino a fine legislatura, quanto meno fino al raggiungimento dei diritti pensionistici. (Per approfondimenti citofonare On. Antonio Razzi).

Ed ancora, veramente qualcuno crede che donna baffuta sia sempre piaciuta? Dai, siamo seri, il mercato dell’epilazione non ha mai conosciuto crisi. Pure Cleopatra d’Egitto si depilava prima che Cesare passasse per un saluto; non dico che questa fosse l’unica ragione, ma è passata alla storia come una delle donne più belle del mondo. Le uniche femmine irsute di successo di cui si abbia notizia dovevano la propria fama ai circhi. E non penso che questo le rendesse proprio felici dato che con la diffusione della ceretta e della luce pulsata le donne barbute sono scomparse dalla circolazione. Estinte come i dodo. Un caso? Non credo proprio.

Ma soprattutto, come la si mette quando un proverbio ne contraddice un altro? Se tutto il mondo è paese, com’è che paese che vai usanza che trovi e poi perché donne e buoi, dei paesi tuoi? Dove sta la verità?

Ora non è che io abbia le idee molto chiare per quanto riguarda i bovini ma mi sento di dire, per personale esperienza, che col cavolo che tutto il mondo è paese. Non che questo sia necessariamente un male, ma per quello che ho potuto constatare da quell’osservatorio privilegiato sull’umanità che è l’Isolachenonce, le differenze anche nelle cose più semplici tra persone che provengono da aree geografiche diverse sono enormi. Ovviamente, essendo l’Isolachenonce in pieno terzo mondo, di cose strane (quantomeno per noi, che per nostra “sfortuna” diamo per scontate molte comodità) se ne possono sperimentare a bizzeffe, in qualsiasi luogo e situazione.

Per questa ragione, in piena controtendenza con l’atmosfera mielosa di un San Valentino in arrivo, in questa prima puntata di quella che potrebbe davvero diventare una rubrica fissa (ora ci penso), vi parlerò di sciacquoni (sì, di sciacquoni), di tipi da spiaggia e di giornali.

Lo sciacquone. Ora, se Cameron Diaz non avesse cercato in tutti i modi di convincerci che se tiriamo l’acqua dopo aver urinato siamo complici del degrado ambientale del nostro pianeta, dubito fortemente che i magazine di mezzo mondo avrebbero mai dato attenzione a questo dispositivo. Perché per noi il fatto che esista un bottone da premere o una catenella da tirare dopo aver effettuato download di materiale organico di scarto è normale. E poi diciamocelo, lo sciacquone non è certamente un argomento glamour. Ecco, qui, se possibile lo è ancora meno. Perchè non in tutte le case c’è l’acqua corrente, e non è quindi così infrequente trovare accanto al WC un barile pieno d’acqua e un secchio, a sottintendere un fai da te che per me non è stato immediatamente chiaro. Cioè io i primi giorni qui pensavo di aver avuto sempre la sfiga di trovare bagni fuori uso. E se state pensando che io sia cretina, vi correggo. Sono bionda.

Ma per esaurire il capitolo “sanitari” l’altra cosa alla quale non mi abituerò mai, che invece qui è prassi, è il fatto che anche nelle case in cui l’acqua corrente c’è, e c’è pure un wc funzionante, non sempre è possibile gettarvi la carta. Anzi non lo è quasi mai a causa delle tubature tendenzialmente fatte ad cazzum, come direbbero i latini. E allora ecco che accanto al barile pieno d’acqua (che oltre a quella di sciacquone assolve anche alla nobilissima funzione di incubatrice di zanzare), spunta un altro secchio (con molte mosche). PS se ve lo state chiedendo, casa mia, grazie al cielo, funziona tutto normalmente.

Tipi da spiaggia – Continuiamo a parlare di bagni, ma questa volta al mare. Ordunque, io sono stata bambina negli anni ’80-’90, cioè nel periodo d’oro di perizomi e topless. Personalmente non ho mai amato queste mise da spiaggia ma è certo che il mio imprinting mi suggerisca che al mare si stia con il costume. Non è poi così strano, no? E invece qui lo è. Cioè non è che i turisti non se ne vadano in spiaggia con il costume (e comunque la moda dello slip bianco per valorizzare abbronzatura e dotazione maschile qui non ha attecchito, e questo è senz’altro un bene), ma se sei dell’Isolachenonce (e a dire il vero di un po’ tutto il Centro America), in spiaggia ci vai vestito. Che tu sia maschio, femmina, bambino o infante non ha importanza. Al mare si va vestiti e a fare il bagno pure. E se devo riconoscere che la cosa del coprirsi, per via del sole cocente, può anche essere sensata, nessuno mi convincerà mai del fatto che si possa nuotare piacevolmente così conciati. D’altra parte in spiaggia gli isolani sono decisamente molto di più interessati alle birre che a qualsiasi altra cosa, cibo escluso. Così, se sei fortunato, ti può anche capitare di vedere gente immersa fino alla vita nell’acqua cristallina stringere con una mano la cervezita bien geladita e con l’altra assicurarsi che il vassoio galleggiante con il pollo fritto resti a raggio di portata. Adoro.

I giornali – Sarà per una sorta di deformazione professionale postuma (a Milano lavoravo in un’agenzia di relazioni pubbliche) ma una delle prime cose che ho “studiato” in questa isola sono i quotidiani, perché credo raccontino molto di un paese al di là delle notizie del giorno. Raccontano cos’è importante per la gente, illustrano il pensiero di un Paese, quali sono le paure, le mode, gli interessi. E anche il fatto di vedere per strada persone che leggono il giornale, racconta molto. Bene, per cominciare qui sull’Isolachenonce non esiste un’edicola. Il secondo fatto è che, se non sbaglio, in tutto il paese esistono solo due quotidiani, ma qui ne arriva uno: attorno alle 10, dalla nave della mattina viene scaricato un fascio con una ventina di copie che un vecchietto con la pelle scurissima, la barba bianchissima e pochi denti in bocca, si carica sulla spalla e vende ai clienti abituali (e qualche volta a gente curiosa che incontra per la strada). E niente, sfogli il giornale e ti rendi subito conto di un sacco di cose come :

  1. L’assuefazione alla ferocia e la rappresentazione cruda della violenza. Per intendersi (e cito fatti realmente accaduti) se una poveretta viene uccisa, decapitata e la testa viene infilata su un palo, sul giornale a fare da protagonista non è un titolo urlato accompagnato da un’immagine discreta delle forze dell’ordine al lavoro. No, è una foto del cadavere a distanza ravvicinata. Ecco a me questa cosa lascia sempre piuttosto sgomenta. Ma poi ripenso che in Italia c’è gente che si fa i selfie sulle scene dei crimini, e tutte le mie certezze sulla scarsa valenza del famoso “tutto il mondo è Paese” vacillano.
  2. L’importanza della vita sentimentale di personaggi tipo Shaquira, J.Lo e Enrique Iglesias, le cui cronache di solito riempiono una bella doppia pagina centrale, a colori.
  3. L’interesse per le feste di compleanno, matrimonio e fidanzamento di una serie infinita di sconosciuti (quanto meno a me) che si fanno ritrarre in pose alla Beautiful senza crederci (e secondo me senza mai averne visto una puntata, anche perché qui vanno fortissime cose tipo la Señora Acero)
  4. La presenza di notizie così assurde che manco Lercio.it saprebbe arrivare a tanto. A questo proposito l’altro giorno mi è capitato di leggere una news nella quale si raccontava del malriuscito tentativo di evasione di un carcerato. Il poveretto aveva provato a scappare dalla finestrella posta sulla porta della cella ed era rimasto incastrato. A me già sta cosa aveva fatto molto ridere così com’era ma il bello, in realtà, deve ancora arrivare. Perché il cronista ha tenuto a precisare che le guardie carcerarie si sono subito attivate per liberarlo. Come? Provando a cospargere il malcapitato di olio. Di girasole – e non di palma- si specifica . Non ci credete? Ecco le prove!

    E con questa perla, vi saluto. Se vorrete, alla prossima!

Folgorata sulla via di… O forse no.

Sbircio il mondo da dietro la tenda del mio salotto. E’ una tenda rossa che nella mia casa milanese occupava la camera da letto. E’ quasi mezzogiorno e sono appena tornata a casa. Per strada non c’è nessuno – turisti a parte- perché nessuno ha voglia di lottare con questo calore (sembra che la stagione delle piogge sia finalmente finita): l’unica a rimanere immobile sotto questo sole è Mucca che, non a caso, è il Miocanescemo. Anzi no, mi correggo, oltre a Mucca qualcun altro per strada con questo caldo c’è, ed è per questo che sono barricata in casa cercando di occultare in tutti i modi la mia presenza.

spying

Ma andiamo con ordine. Oggi per me è stata una mattinata diversa dal solito: normalmente mi sveglio presto  e me ne vado in spiaggia con l’aspirante Piccolodittatore. Sulle sette e mezza prendo la via del ritorno e, se Cosone è ancora a letto perché inizia tardi i corsi, preparo la colazione per tutti con tanto di espresso all’italiana (Santissima Bialetti degli amori angelicati, grazie di esistere). Oggi però avevo bisogno di andare per uffici per sistemare alcuni documenti e così, mentre stravolgevo la mia routine quotidiana a colpi di mascara, riflettevo sul fatto che quando si sogna la vita ai Caraibi non si pensa mai al fattore sbatti. Ed invece, lo dico per esperienza, anche qui le scocciature sono sempre presenti. Che se i nostri deputati si comportassero come normali scocciature, il parlamento sarebbe pieno a ogni seduta. Rispondono sempre all’appello: bollette, pulizie, lavatrici, affitto da pagare, ceretta (che qui e`un’ansia che non vi spiego) e perfino i Testimoni di Geova. Avete letto bene, TESTIMONI DI GEOVA. E vi dirò di più: qui Testigo de Jehova non solo sono arrivati ma vanno anche per la maggiore tanto da avere strade cittadine dedicate.

Ignara di quello che a breve sarebbe capitato, mi sono cosparsa di crema solare (con filtro a protezione catarifrangente e oltre, perché qui il sole è micidiale SEMPRE e in qualsiasi dose), mi sono vestita e, dopo aver verificato che l’Aspirantedittatore non avesse emesso nuovi editti (e che quindi non  fosse necessario un cambio al volo), ho spalancato la porta di casa con un gran sorriso, perchè con questa luce non si può non sorridere, e… sono rimasta pietrificata sulla soglia manco mi avesse fulminato Medusa. Davanti a me due donne, entrambe afro, minute, sorridenti, troppo vestite e troppo eleganti per non essere delle famiglie storiche dell’Isolachenonce: non potevano quindi essere nuove inquiline, né vicine. Cosa ci facevano a due metri dalla soglia di casa mia?

Nel lasso di tempo compreso tra l’epifania delle due e la paresi del mio sorriso, la rivelazione: volevano salvarmi l’anima nel nome di Jehova. A me.

la-finestra
Source: bad-postcards.tumblr.com/

Allenata dalla staffetta milanese (che prevede tra le altre cose lo slalom gigante tra T. di G., Mormoni, Scientologisti e Arikrisna) sono riuscita a svicolare velocemente sventolando i documenti che avevo in mano e spiegando che dovevo correre in banca, non prima però di aver indirizzato le gentil signore dai miei vicini (sono una fetente, lo so, ma erano in maggioranza, e dovevo distrarle). A cuor leggero mi sono così sparata due ore di coda in banca, ho fatto le spese e, carica come un mulo, e stoica come un cammello sotto il sole, me ne sono tornata a casa con l’idea di morire una buona mezzora in amaca prima di pensare a qualsiasi altra cosa. E invece no. Perché non appena ho chiuso la porta, ecco di nuovo quelle voci e quelle sihlouette: le vecchiette, le T. d.  G. che credevo di aver smarcato poche ore fa sono tornate qui e si sono appostate in giardino nell’attesa che arrivi qualcuno da convertire: ecco perché me ne sto rintanata in salotto zitta zitta.

Comunque mi ero dimenticata di dire che quando ho incontrato le due donzelle la prima volta, ero stata rapida nella fuga ma non abbastanza da impedire a una delle due di lasciarmi un piccolo opuscolo dal quale ora apprendo che la mia vita non è perfetta a causa della mia miscredenza e soprattutto che:

“Il signore asciugherà tutte le lacrime”

e questo dovrebbe rassicurarci sul fatto che:

  • Dio non è causa dei nostri mali
  • Dio sente la nostra sofferenza (e questo dovrebbe confortarci)
  • Prima o poi la sofferenza finirà
  • Noi possiamo veramente credere a quello che dice la Bibbia. Perché si.
  • C’è una spiegazione alla sofferenza (e ovviamente è nella Bibbia), ma siccome è lunga, se volete saperne di più, a costo zero potete ordinare una lezione, o prenotare una sessione privata di training dell’anima con un saggio della comunità di Jehovah.

Per oggi ho imparato abbastanza. Mi sa che me ne starò zitta a riflettere per un altro po’.

Amen!

 

Dell’acqua alta, che a Venezia che ne sanno

Quando nei film d’azione americani il protagonista riesce a fuggire e a ricominciare una nuova vita lontano dal passato sceglie quasi sempre i Caraibi o una qualsiasi altra meta esotica che implichi mare cristallino, spiagge bianchissime e immancabili cocktail sorseggiati all’ombra di una palma, naturalmente con vista oceano. Così, nel momento esatto in cui la pellicola termina, quasi tutti gli spettatori iniziano a fantasticare sulla bellezza della vita al caldo, e nei più coraggiosi (o incoscienti, come preferite) si attiva quel processo bestiale che non posso che chiamare agambelevate effect, al compimento del quale the dreamer si trova davvero faccia a faccia con il proprio sogno: i tropici.

tropici

Bene. Ora vi racconto un finale alternativo che, e scusate il gioco di parole, è stato il mio inizio qui sull’Isolachenonce.

Si diceva che i gambelevatori sono molto coraggiosi o molto incoscienti. Io facevo parte della seconda categoria. Anzi, per dire la verità io facevo parte degli scazzati, ovvero di coloro i quali non hanno nessuna ragione per andarsene specificamente in un posto, ma sono talmente a disagio nel proprio presente, che prendono il primo treno che passa. Ecco io ho impacchettato tutta una vita e ho preso un aereo per l’Isolachenonce e l’unica certezza che avevo -oltre all’allergia per i mosquitos- è che sarei finita insieme a Cosone a gestire un bar costruito su un molo. E naturalmente mi aspettavo cocktail, mare cristallino e vista mozzafiato. Niente di più sbagliato. Perché siamo partiti a novembre, in piena stagione delle piogge. Perché il nostro volo, che doveva durare due giorni con qualche sosta, si è trascinato per quasi 15 giorni a causa del maltempo. Perché la pioggia si è trasformata in tempesta e cos¡, da Facebook, abbiamo scoperto che il locale non esisteva praticamente più, divorato dal mare.

acqua-alta-seconda

Perché, come scriveva il buon JAx (scusatemi ma la mia adolescenza è stata a cavallo degli anni ’90), la vita non e`un film, anche se un relativo happy ending c’è stato. Subito dopo aver ricostruito il locale, infatti, abbiamo rischiato il bis a causa di un veliero che, spezzatasi l’ancora, è stato trasportato dal mare in burrasca fino alla costa, minacciando di infrangersi NATURALMENTE sul nostro bar. Per fortuna dopo circa due ore in cui ho toccato picchi (di angoscia) che manco Messner s’è mai sognato di raggiungere, ho scomodato tutti i santi del paradiso e ho sviluppato pulsioni omicide nei confronti di tutti quei pirla che stavano filmando la scena (ancora oggi mi chiedo cosa mi abbia trattenuto dal compiere una strage), la barca si è incagliata ed è colata a picco a 40 centimetri da noi.

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Comunque, anche se di quel benedetto molo ci siamo liberati ormai un anno fa, la pioggia resta un argomento controverso: se nei nove mesi di sole più o meno ininterrotto un bel temporale viene generalmente accolto -da chiunque- con la gratitudine di un miracolato a Lourdes, affrontare con il sorriso diluvi universali che Noè spicciame casa, non è altrettanto facile. Soprattutto se il tuo livello di tolleranza alla clausura coatta fa apparire Pamela Prati a suo agio al GFVIP. Insomma, un paio di giorni di pioggia possono essere anche degli alleati (per depilarsi le gambe, sistemare lo smalto sui piedi o fare una maschera nel tentativo di cancellare le borse sotto gli occhi) but enough is enough come direbbe Gennarina la mia amica sardo-inglese. Attualmente -ma per fortuna la stagione volge al termine- siamo al sesto giorno di pioggia ininterrotta. E se a Milano questo significa problemi con la metro e automobilisti impazziti che alzano muri d’acqua tipo Berlino ai tempi della Cortina di ferro, all’Isolachenoncè, si affonda. Sì, perché le strade di terra battuta (chiaramente sprovviste di canali laterali di scolo) hanno questa caratteristica stupenda: con la pioggia si convertono in fiumi di fango e improvvisamente il tuo concetto di strada scorrevole acquista tutto un altro significato. L’unico modo per poter uscire è armarsi di infradito (che almeno poi metti sotto l’acqua e sono pulite in due secondi), convincersi che chi se ne frega della pedicure appena fatta (approfittando della pioggia), e mettersi in marcia cercando di non cadere per terra e in preda a deliri di onnipotenza perché, ho letto da qualche parte, camminare sull’acqua può avere come effetto collaterale sentirsi un dio.

Tutto questo per dire che, anche se vieni dalla provincia di Venezia e di acqua alta qualcosa ne sai, anche se hai vissuto una decade a Milano e l’autunno piovoso ce l’hai nelle ossa, ecco, ai Caraibi l’acqua è un’altra cosa.

Nel bene, e nel male.

Amen.

Della sindrome post-vacanza, del gatto dell’astrologo e della malattia mentale. Felina e non.

E anche capodanno ce lo siamo tolti. Come sempre restano:

  • alle spalle i buoni propositi – io non ne ho fatti, e se non dormite chiedendovi il perché la risposta è qui
  • sullo stomaco il cotechino con le lenticchie – che è tanto buono ma lo digerisci in comode rate
  • sui fianchi il bis di panettone con la crema al mascarpone – che neanche tu ti spieghi come hai fatto a fagocitarlo, ma questa è la magia del Natale
  • e davanti una vita intera, esattamente come un anno fa. O come sabato scorso, se vi piace di più, tanto fa lo stesso.

Comunque, anche sull’Isolachenonce con il nuovo anno si inaugura ufficialmente la caccia all’oroscopo più favorevole al quale credere ciecamente per poter guardare con paranoica fiducia il futuro. E devo dire che quest’anno c’è l’imbarazzo della scelta, per lo meno per noi acquari.

Ora, io non è che sia esattamente deep in to da horoscope, ma alcuni capi saldi li ho:

  • tipo Paolo Fox: “il 2017 è l’anno perfetto per le novità”
  • Branko: “si sta aprendo una nuova fase veramente nuova e felice di una vita idealmente borderline” – e grazie tanto per la borderline Branko, ci mancavi tu
  • e naturalmente Brezny, contorto come al solito, che mi promette di riappacificarmi con me stessa).

E anche se normalmente è questa la triade magica del mio capodanno, nell’anno in corso a darmi le migliori soddisfazioni è stato Mauro Perfetti, da me imperdonabilmente snobbato – ma già astrologo preferito di Simona Ventura – che dalle pagine di Oggi – ritratto insieme al suo gatto Pisty – mi promette che:

“il cielo nel 2017 farà bene al cuore, alla mente e anche al portafoglio grazie a Giove che aiuterà a prendere in mano l’esistenza e a darle una significativa svolta”.

Ora, voi penserete che io propenda per l’autore del sempre attuale le stelle indicano non determinano (come chi è? Ma Maurone nostro, no?!) solo perché è l’unico ad aver intravvisto del denaro nel mio orizzonte futuro – che sarà anche vile, il denaro dico, ma schifo a me non fa. E invece, per quanto sarei più che felice di potermi attenere alle sue previsioni in termini di pecunia, io voglio credere a Mr. Perfetti in quanto gattaro DOC. Sì, perché se è vero che il mondo – o quantomeno instagram – si divide in doglovers e in catlovers, io faccio parte della seconda fazione senza ombra di dubbio.

Fin da piccola ho intuito la mia vocazione da gattara, ma all’epoca era un amore poco ricambiato: Trudy, la gatta nera che avevo da bambina, tutte le volte che mi incontrava in casa mi soffiava. Comunque, in perfetto stile masochista quale sono, nonostante il rifiuto trudesco non mi sono fatta scoraggiare e ho continuato nel tempo a coltivare il mio amore per il genere felino, amore che l’Universo deve aver mal interpretato, perché di tutti i gatti disponibili mi ha poi mandato proprio Nana, Ilgattopsicopatico.

Nana è arrivata nella nostra sgangheratissima famiglia ad aprile del 2014 – dentro un sacchetto di Hello Kitty per la precisione – come regalo non richiesto da parte di Ms. Loretta Brown, sì, la stessa della baracca con i galli da combattimento e della guerra della munnezza. Ora, capirete voi che da una tale provenienza non ci si potesse aspettare assolutamente nulla di particolare, e invece Nana qualcosa di fuori norma ce l’aveva: la bruttezza (orecchie tipo fennec, pelo modello iena ridens, espressione da lemure).

Ma quando ho letto il disagio nei suoi occhi ho capito subito che saremmo diventate grandi amiche. E così è stato.

Voi crederete che io esageri quando dico che Nana è psicopatica, ma cari miei vi assicuro che vi sbagliate.

Il mio gatto, per esempio, soffre di pesantissimi disturbi alimentari: se potesse sarebbe vegetariana, che per un felino, carnivoro per antonomasia, non è esattamente il massimo. E no, non mi riferisco all’erba gatta. Nana non resiste alla vista del mango, adora tutti i legumi con una predilezione che rasenta il maniacale per la crema di ceci, diventa ingestibile quando stendo la pasta all’uovo e ruba il pane con la marmellata al Piccolodittatore. Naturalmente mangia anche il passato di verdura, ma con meno entusiasmo.

Il suo appetito insaziabile, per fortuna, è controbilanciato da un costante allenamento all’aperto (vivere in giardino da noi è praticamente vivere tra le foreste di mangrovie) anche perché altrimenti proprio non saprei come fare a tenerla sotto controllo con il peso. Per dire tutta la verità ho anche provato due volte a metterla a dieta: la prima volta – credo dopo poco più di un giorno a regime alimentare controllato – Nana ha ben pensato di manifestare il proprio disappunto facendomi trovare un’iguana sventrata in cucina, e siccome le sue richieste sono state disattese, il giorno seguente ha riprovato a chiarirmi il concetto donandomi un colibrì. A pezzi. Per la precisione, la testa è stata rinvenuta davanti al divano mentre il corpo giaceva emblematicamente davanti ai fornelli.

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Nana in tutto il suo felino splendore

A quel punto ho iniziato a temere per la vita della mia famiglia e ho desistito. Ma siccome ho messo in dubbio il dolo – Nana è pur sempre un animale, che ne può sapere di avvertimenti mafiosi, giusto? – ci ho riprovato. Non è andata meglio. Perché l’astuto quadrupede, memore del successo ornitologico conseguito in passato, questa volta ha optato per il sacrificio immediato di un povero colibrì, e per aggiungere pathos alla scena, ha anche creduto opportuno mangiare e rigurgitare parte delle budella del volatile. State morendo di schifo? Pensate a me che ho pure dovuto pulire lo scempio. E scusatemi tanto, ma tutto questo era necessario raccontarvelo per provare senza ombra di dubbio che il mio felino soffre certamente anche di disturbi del comportamento, che ha una gestione problematica dell’ira e una preoccupante propensione all’omicidio.

Ma anche per il suicidio. Andando in ordine cronologico si passa dal tentativo di avvelenamento per ingestione di sigarette (due, filtri inclusi), al lancio nel vuoto (per dire il vero era un primo piano, ma una cazzata ogni tanto concedetemela!), dal duello all’ultimo sangue con una tarantola (che non è mai iniziato solo grazie all’intervento della sottoscritta -urlante), alle interazioni con il Piccolodittatore, assimilabili a spedizioni kamikaze perché, ricordiamolo, anche se piccoli, i dittatori fanno brutto. E se non siete d’accordo andate a parlarne con Kim Jong-Un (ma non dite che non vi avevo avvisati).

Insomma, più che cambiare strada io il disagio lo riconosco, lo abbraccio e gli spalanco le porte di casa in qualsiasi sua forma, anche felina. È così.

Speriamo che le stelle non abbiano indicato solo cazzate al buon Perfetti a proposito dell’Acquario nel 2017: nel mio caso, per quanto riguarda la salute mentale, non ho gradi aspettative, ma per una bella svolta (anche in senso agambelevatesco) sono più che pronta, e per essere travolta dal successo e da fiumi di denari pure. E allora, come avrebbe detto quella grande filosofa che è Simona Ventura, non resta che

crederci sempre, arrendersi mai!

Ma se voi avete suggerimenti più costruttivi per questo 2017, io sono tutta orecchie!