On the road again: volver o revolver? – Ovvero appunti su traslochi complicati e scarse attitudini al viaggio

Premessa:

Cari sparuti ma affezionatissimi (lasciatemi sognare) lettori di questo sgangherato blog, dopo un secolo di silenzio avrei tanto voluto un ritorno col botto ma, strano a dirsi, nel mentre  sono stata sopraffatta dal disagio. Prova ne e’ che il post che segue e’ stato scritto nel lontano settembre 2017 (quando i drammi burocarici del Piccolodittatore erano passato prossimo) ma a causa di congiunture astrali non troppo favorevoli non sono mai riuscita a pubblicare. E siccome le cose, da allora a oggi, invece che migliorare si sono complicate (anche perche’ come e’ noto le mie tragedie personali sono SEMPRE in concomitanza con l’Isola dei Famosi, e l’edizione 2018 e’ appena finita), non ho nemmeno prodotto nulla di piu’ recente. Detto questo, come sempre, buona lettura e che il disagio sia con voi!

Fine premessa

Inizio a pensare che scrivere un post abbia lo stesso effetto di accendersi una sigaretta alla fermata dell’autobus. Con la sigaretta alla fermata, se ti va male finisce che  vieni colto da un attacco di diarrea fulminante, se ti va bene l’autobus arriva e tu sali -ma devi buttare una sigaretta appena accesa-. E comunque il punto non è essere fortunati o sfortunati. Il punto è che se ti accendi una sigaretta a una fermata sai per certo che succederà qualcosa. Scientifico. Garantito al 100%. Comprovato.

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Ecco a me pare di poter dire che lo stesso accada con i post perché magicamente, dopo la pubblicazione dell’ultimo aggiornamento, tutti i documenti del Piccolodittatore sono comparsi praticamente in simultanea. Non solo la registrazione all’anagrafe è diventata effettiva ma, ad oggi, sono addirittura in possesso di una carta d’identità, di un codice fiscale e di un foglio che testimonia come il piccolo despota sia immunizzato praticamente contro tutto.

Quindi, ora che la burocrazia italiana ha rettificato che i 92 centimetri che mi chiamano mamma, anche se non sono made in Italy, sono comunque un prodotto italiano al 100%, è davvero venuto il tempo della Thenewisland.

”Tutto è bene quel che finisce bene” direi se mi chiamassi Polyanna o se fossi affetta dalla sindrome del bicchiere mezzo pieno. E magari l’aggiornamento di questa settimana si potrebbe tranquillamente concludere qui con l’eroina, ovvero LaSottoscritta, che sventola trionfale la bandiera della vittoria sopra al feretro del Nemico Burocrazia, ormai esanime ai suoi piedi.

kill byrocracy

Potrei, ma siccome il disagio mi segue sempre e comunque – per quanto io cambi strada e nonostante io abbia fatto dell’agambelevatismo la mia filosofia di vita – di cose da raccontare, anche questa volta, ne ho davvero parecchie.

Devo dire che questa abbondanza aneddotica un po’ mi ha sorpresa. Perché questa volta, lo confesso, il marasma nel quale mio malgrado mi sono trovata a sguazzare, proprio non me l’aspettavo: ora so che non è così, ma ero piuttosto convinta che una volta  lasciata l’Isolachenoncè sarebbe stata tutta una discesa. In fin dei conti gli imprevisti accadono agli sprovveduti – pensavo – e negli ultimi quattro anni il mio curriculum di traslocatrice si è arricchito notevolmente*.

* tanto che sono piuttosto convinta che se esistesse una cattedra in materia di trasferimenti improbabili avrei ottime chances di ottenere una laura honoris causa ma, purtroppo, come quasi tutte le skills delle quali posso fregiarmi, anche la mia indiscutibile experise in impacchettamento vitae è di scarso interesse accademico.

D’altra parte, e qui non è il pessimismo cosmico ereditato dal Patriarca (che in confronto il caro Giacomo Leopardi è stato un gaudente edonista) a parlare, devo pur sempre fare i conti con quel quid – che qualcuno potrebbe attribuire al karma, altri alla posizione avversa degli astri-  che mi impedisce di avere degli spostamenti sereni; e purtroppo non ci non posso fare molto. E se pensate che esageri, prima di svelarvi le condizioni fantozziane che hanno caratterizzato il mio secondo sbarco in Thenewisland, ripercorrerò alcune tappe fondamentali della mia carriera di ragazza con la valigia*

*lo so che 35 anni suonati non sono esattamente compatibili con il termine ragazza, ma siccome questo è l’ultimo dei miei problemi, farò finta di non esserne consapevole, fatelo anche voi, siate buoni.

Chapter 1. On the road

Partiamo dagli albori. La prima volta in viaggio da sola è stata a 18 anni con il Tanghero – ovvero il mio primo moroso a lunga durata– che qui ci interesserà solo sapere essere stato altissimo, magrissimo e disturbatissimo. Ovviamente la vacanza è stata un disastro annunciato: siccome lui era disturbato e io scema – oltre che disturbata-, siamo partiti senza alcuna pianificazione con destinazione finale Croazia. Arrivati a Trieste abbiamo preso il primo autobus per il mare certi che, a fine agosto, avremmo trovato da dormire ovunque – e probabilmente ovunque era così – ma a Parenzo no. Appena giunti al capolinea ci si chiarì subito quanto le nostre previsioni avessero peccato di immotivato ottimismo. Comunque, dopo una discreta sequela di tragici accadimenti – molti dei quali sono stati provvidenzialmente rimossi dalla mia memoria- io e il Tanghero ripiegammo sulla stanza della Signora Pelozo: una cara vecchina che, nomen omen, pelosa era davvero. Erano pelose le sopraciglia, folte e irsute, erano pelose le labbra ed era peloso pure il neo al centro della guancia sinistra. Ma a parte la questione tricologica la situazione poteva anche non essere così drammatica se non fosse che, dopo meno di 24 ore insieme, il Tanghero si era già palesato nella sua natura psicotica. Sì, perché dopo il primo pasto consumato insieme, il mio bello aveva sentito l’esigenza di piantarsi davanti allo specchio e iniziare a deformarsi la faccia con le mani per poi scoppiare in lacrime – il perché tuttora resta un mistero – .

Di quel viaggio, però, è stata la partenza per il ritorno la vera tragedia: d’improvviso, una mattina a caso, il Tanghero si sveglia, realizza che i termini per l’iscrizione all’università erano in scadenza e decide che entro sera doveva essere a casa. Io, che a quell’età il vaffanculo ce l’avevo prontissimo per i miei ma non per il mio ossuto compagno di viaggio, invece che fermarmi una notte in più – visto che il giorno a caso era domenica e non c’erano autobus in partenza – , ho caricato lo zaino in spalla e mi sono messa a fare autostop con lui.

Tra le cose più normali che ci sono successe c’è stato viaggiare nel bagagliaio aperto della macchina di un pastore insieme a una capra -viva- mentre il suddetto pastore che era pastore di capre, ma anche di anime, cercava di convertirci. Naturalmente a gesti perché il buonuomo non dominava esattamente l’italiano.

Dopo questo disastroso imprinting anche la più impavida delle avventuriere si sarebbe piegata alla volontà del fato – e si sarebbe tramutata in un’immobile pianta grassa- ma la Sottoscritta, che aveva thedisagiopower, invece di arrendersi continuò a viaggiare collezionando una serie infinita di tragedie l’ultima delle quali mi è successa l’anno scorso al ritorno per l’Isolachenoncè.

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Chapter 2 Volver. O Revolver?

Per prima cosa bisogna contestualizzare questa partenza e ammettere che quel giorno il mio umore era nero pece. Con tre anni d’esilio dalla civiltà anche lo smog un po’ mi piaceva e l’idea di separarmi dal gorgonzola mi mangiava l’anima. Andare all’aeroporto per tornare sull’Isolachenoncè dopo due mesi di Italia era un po’ come partecipare al mio funerale con l’unica differenza che, invece che essere comodamente adagiata in una bara, stavo andando con le mie gambe verso un destino ingrato.

. Per di più appesantita da:

  • una tristezza cosmica
  • una valigia strabordante – di oltre 30 chili-
  • un bagaglio a mano che mi hanno fatto passare come tale solo perché lo sguardo assassino che sfoderavo (senza volerlo), avrebbe inquietato Belfagor in persona, figuriamoci le hostess di terra

e con il Piccolodittatore accomodato su un passeggino che definire da indigenti è un’eufemismo.

Per quanto mi riguarda, già quanto detto – e la prospettiva di un viaggio intercontinentale con un bimbo di un anno-  sarebbe sufficiente a delineare un quadro di disagio da manuale ma, naturalmente, queste erano solo le premesse. A questo si aggiunse che un volo diretto (con scalo a l’Havana) di 15 ore diventasse, così, d’incanto, un tour degli aeroporti dell’America Centrale della durata complessiva di 5 giorni. In una spirale di sfiga senza precedenti infatti accadde:

  1. Che il volo Meridiana che dovevo prendere con scalo a l’Havana fosse spostato di 8
  2. Che il tour operator che mi aveva venduto il viaggio per l’Isolachenoncè mi spostasse su un volo NEOS che partiva proprio per l’Havana alla stessa ora del volo Meridiana -e se pensate che questa sia stata una botta di fortuna, beh non sapete quanto vi sbagliate-
  3. Che il suddetto tour operator – o Meridiana, questo non si è mai capito – si dimenticasse di comunicare all’aeroporto de l’Havana che io e il Piccolodittatore eravamo passeggeri in transito e, poiché a Cuba anche per prendere una coincidenza devi essere scortato da un responsabile autorizzato, io e il piccolo despota ci trovassimo, dopo solo 11 ore di volo, bloccati a l’Havana.
  4. Che alla richiesta di 140 dollari da parte dell’immigrazione cubana – visto che di voli non ce n’erano più- la Sottoscritta sbarellasse e questa fu una cosa buona e giusta perché così ottenne non solo di non pagare il visto temporaneo ma anche un hotel top aggratis
  5. Che si scoprisse che la Sottoscritta e IlPiccolodittatore non erano i soli a essere bloccati all’Havana. C’era anche Dolores, un’amabile vecchina de l’Isolachenoncèland che però voleva a tutti i costi essere messa in camera con la Sottoscritta e il Piccolodittotore e convincerla che tutto sommato avere stanze individuali -e sicuramente attigue- era cosa buona e giusta fu cosa difficile e lunga
  6. Che nei tre giorni a Cuba si rompesse il passeggino, si bloccasse il bancomat e non si potesse uscire dall’albergo perché sulla carta potevamo essere imbarcate in ogni momento -ah internet era un casino immaginate cosa voglia dire dialogare con la banca-
  7. Che dopo l’ennesimo sbarellamento della Sottoscritta venissimo tutti (Dolores inclusa) imbarcati in un volo per San Salvador in coincidenza – dopo 4 ore- per San Pedro Sula. A San Pedro Sula, sempre sull’onda delle grida della Sottoscritta, il tour operator aveva stragiurato che ci sarebbe stata una macchina che ci avrebbe portato fino all’hotel – per chi non lo sapesse San Pedro è una delle prime tre città più pericolose al mondo-.
  8. Che nonostante le grida di cui sopra, all’aeroporto non ci fosse nessuno (dopo le 21 nemmeno i taxi restano all’aeroporto perché è troppo rischioso). A questo punto la Disperazione – o se vi piace di più, la Provvidenza– trasformò Dolores da discutibile compagna di viaggio a BFF nel tempo record di 5 secondi: quelli necessari per pronunciare la frase: venite in macchina con me?
  9. Che l’hotel prenotato dal tour operator a San Pedro Sula fosse fatiscente, con il bagno pieno di formiche, il condizionatore rotto e bloccato a 18 gradi e senza acqua potabile – né possibilità di comprarne -.
  10. Che si sfiorasse il divorzio perché Cosone, in vena di simpatia, e del tutto incapace di empatizzare con la Sottoscritta, decise che la mattina del quinto e ultimo giorno, alle 6, mentre la Sottoscritta più carica di un mulo prendeva la navetta per l’ennesimo volo, fosse il momento ideale per fare uno scherzone e, invece che rassicurarmi sul fatto che avrei trovato il mio ultimo aereo ad aspettarmi, mi telefonò per dirmi che avrei dovuto prendere da sola due traghetti perchè lui non si era svegliato in tempo.

Avreste mai potuto immaginare che da un volo diretto si potesse arrivare a questo? Io no, e d’altra parte se riuscissi a immaginare una storia così assurda farei la sceneggiatrice e sarei strapagata. Ma ancora una volta non è questo il punto. Il punto è che ci sono delle ragioni di un certo spessore per cui non affronto più con grande leggerezza il tema viaggio con mamma. Ora le conoscete anche voi.

Questa volta, anche se è vero che la questione distanza è diventata praticamente irrilevante visto che Thenewisland non è poi così lontana, il tema compagnia di viaggio è stata un attimo complicata dalla necessità di liberare mia suocera dalle bestie. Se infatti con la questione burocrazia venivano a meno le mie ragioni di permanenza in suolo italico, la sentenza della psycoveterinaria – di cui vi parlerò ampiamente in un post dedicato a Muccailcanescemo– : può volar!! Sanciva la fine del soggiorno forzato della parte quadrupede del circo di agambelevate in suolo italico. Con grandissimo sollievo di Suocera, ormai stremata, e profondo rammarico della Sottoscritta – che non è decisamente una fanatica dei cani- ho dovuto trovare un volo che consentisse anche il trasporto delle bestiacce.

Com’è andata?

Alla fine meglio del previsto, se si esclude un momento di panico massimo quando, all’aeroporto, io e Suocera ci siamo rese conto che avevamo portato via la gabbia – taglia jumbo-  del cane ma non le chiusure. Ma grazie a santo google e altrettanto santo brico, Suocera è riuscita a compiere il miracolo: e di domenica mattina, dopo avermi accompagnata alla fila per il check in, è infatti schizzata alla velocità della luce a comperare un pacco di fascette da elettricista, è tornata in aeroporto e così abbiamo risolto la questione in meno di due minuti -manco fossimo state Mec Giver o Chuck Norris-.

Devo dire che anche l’interpretazione del ma cosa dice signorina, certo che queste sono le chiusure originali ha suscitato un certo entusiasmo di critica, ma per il resto, su questo rientro a quattro zampe, non c’è molto altro da raccontare.

E allora senza dilungarmi troppo, vi saluto.

PS non potendo contare sulla puntualità degli aggiornamenti ma volendo comunque fare finta di capirci qualcosa di blogging, l’unica cosa che mi resta da fare è puntare tutto sulle call-to-action, ossia sul chiedervi, per piacere, di condividermi come se non ci fosse un domani, di commentare il post e di essere interattivi in qualsiasi modo vi venga in mente. Se non lo farete vi puzzerà l’alito per un giorno. 

Agambelevate dalla sindrome da bilancio (e dalla vita da favola)

Premessa:

  1. Dopo 4 mesi dalla fuga agambelevate dall’Isolachenoncè io stessa mi sarei aspettata un post di bilancio su questi ultimi 4 anni di esilio ma, se un po’ mi conoscete, i bilanci non sono esattamente la mia materia di dissertazione preferita.  Essendo poi una personalità al limite dello psicotico, il senso di colpa e la sensazione di inadeguatezza rispetto alla mia capacità di trarre delle conclusioni sensate dall’esperienza hanno determinato l’insorgere di una strana patologia che, per citare l’Allegro Chirurgo, – e attribuendomi per altro uno status che non mi è proprio – chiamerò il crampo dello scrittore, a causa della quale mi è stato impossibile aggiornarvi sugli ultimi accadimenti che si sono abbattuti sulle teste matte dei componenti della mia sgangherata famiglia -umani, canidi e felini-. Abbiate pertanto pazienza e sappiate in partenza che di riflessioni intelligenti, questo post (as usual) è completamente scevro.
  2. Se dopo questa premessa siete ancora qui a leggermi, grazie. Ma, prima che continuiate, vorrei dirvi anche che qualora non sapeste chi fosse il signor Vladimir Jakovlevič Propp, non fa niente – capirete poi perchè ve ne sta parlando- . Io l’ho molto amato perchè grazie ai suoi studi sulle favole, allegato alla mia antologia delle medie, c’era un mazzetto di carte (Le carte di Propp) con il quale mi sono divertita molto, ma magari voi avete avuto un’altra antologia, e non è mica colpa vostra.
  3. Una volta mi occupavo di comunicazione: sono pertanto consapevole che riprendere a scrivere di luoghi esotici ad agosto, quando la maggioranza degli italiani (suppongo quindi anche dei miei pochi – ma buoni- lettori) è in vacanza, è per lo meno inutile. Ma visto che essere candidata ai Macchianera Awards per il momento non è  un obiettivo, posso anche permettermi di fregarmene.
  4. Nonostante il punto 3, se avete voglia di condividere il mio post, consigliare questo blog come lettura estiva ai vostri amici o parlarne in qualsiasi modo – perchè qualcuno di molto più autorevole di me ha detto basta che se ne parli, e io ci credo – avete tutta la mia gratitudine. Sappiate anche che mi fa un po’ schifo questa captatio benevolentiae ma tutti i bloggerchesannofareiblogger insistono sull’importanza delle call to action e allora io obbedisco (dopo tutto ha obbedito pure Garibaldi, ed è passato alla storia.)

fine premessa – e buona lettura-


C’era una volta, tanto tempo fa, la Sottoscritta -per dire il vero la Sottoscritta c’è ancora, ma visto che non mi paleso con un aggiornamento da tempi immemori, lasciatemi per un po’ parlare in terza persona così da poter far finta che la colpa di questa prolungata assenza non sia mia ma di questa orribile persona che si chiama Sottoscritta-.

Si diceva: c’era una volta tanto tempo fa la Sottoscritta che, certamente, se fosse nata nel Regno delle Fiabe sarebbe stata una fiammiferaia, una Cenerentola -o comunque un personaggio mediamente sfigato- ma non avrebbe avuto importanza perché, si sa, in ogni favola che si rispetti il disagio ti segue come un segugio, ti accompagna in mille peripezie, ti mette tra i piedi mele avvelenate se sei vegana, principi rospi se sei zitella, torri inespugnabili se sei claustrofobica ma poi c’è sempre una fata (turchina o madrina, fa lo stesso) che ti salva e ti trasforma in una splendida Principessa che vivrà per sempre felice e contenta (con una fornitura sempiterna di botox perché principesse con le rughe non si sono mai viste).

principe botox
…ma anche i principi finiscono per essere schiavi della medicina estetica, perchè nel Regno delle Fiabe il gender gap non esiste

Per dire il vero non so perché vi dica tutto questo dato che la Sottoscritta non aveva natali da favola, no. La Sottoscritta era nata nella Terradellabracciastrappateallagricoltura (come gli amabilissimi veneziani chiamano la terraferma, e in particolare Mestre, terra natia della nostra eroina) e, dopo mille sbattimenti, invece di una Fata Madrina incontrò una serie di esperti venditori di aria fritta -ai quali credette con una fiducia del tutto ingiustificata che per pietà chiameremo ingenuità- finendo così a vivere in un’isoletta sperduta dei Caraibi, meglio nota come l’Isolachenoncè.

Ora, se l’isoletta sperduta dei Caraibi fosse stata un paradiso fiscale, e la Sottoscritta una paracula danarosa, probabilmente la storia sarebbe finita qui, e al massimo ci sarebbe stato un fantastico matrimonio con il Principe Azzurro. Ma la Sottoscritta, come è noto ai visitatori abituali di questo sgangherato blog, non è una paracula, non si è sposata il Principe Azzurro – ma Cosone– ed è tantomeno danarosa, ragion per cui, una volta trasferitasi nella piccola isola dei Caraibi, ovvero l’Isolachenonce, invece di vivere felice e contenta iniziò a somatizzare e a deprimersi.

Delle ragioni per cui la Sottoscritta fosse piombata nella più nera della disperazione non mi sembra rilevante parlare – anche perché l’ho ampiamente fatto in passato – quello che conta è che, according to Propp che di favole se ne intendeva, a questo punto della storia arriva in soccorso della Sottoscritta l’aiutante.

Sempre secondo il nostro caro Propp, la figura dell’aiutante è cruciale nell’economia della favola perché fornisce all’eroe gli strumenti per risolvere la crisi e approdare alla tanto agoniata Evisserofeliciecontentilandia – che dista dall’Isolachenoncè non anni, ma secoli luce-.

Pare – questo Propp non lo dice, ma Walt Disney ci ha costruito un impero- che le narcolettiche abbiano diritto, per contratto, a ricevere l’aiuto di una fata madrina; lo stesso capita alle rupofobiche, ovvero le maniache del pulito – se non ci credete fate due parole con Cenerentola- mentre ai figli dei mugnai spettano astuti gatti dagli stivali magici che truffano giganti e intestano castelli ai propri padroni (e ovviamente nel Regno delle Fiabe di IMU, ICI, TASI e TARSU non si è mai sentito parlare).

cinderella

Alle Sottoscritte, invece – e poi c’è chi dice che il karma non esiste –, capitano felini e canidi con manifesti problemi comportamentali. Nel caso specifico, alla Sottoscritta vennero appioppati dal fato Nanailgattopsicopatico e Muccailcanescemo.

Ovviamente più che mangiare a sbafo i due quadrupedi non fecero, ma l’attaccamento morboso della Sottoscritta al suo felino (il canide è di proprietà di Cosone) aiutò comunque la nostra beniamina a raccontarsi che forse parte del disagio – e della depressione cosmica- era dovuto al tintinnio delle sue ovaie più che trentenni che, impietose, le ricordavano che se c’erano velleità riproduttive, forse era il caso di darsi una mossa (pare che Nanailgattopsicopatico sia lontana parente della Lorenzin) . Giunta a questa nuova consapevolezza, e con l’aiuto di una non meglio precisata Forzadelbene  – senza la quale Cosone mai avrebbe scoperto che la paternità poteva essere un’opzione considerabile- arrivò llPiccolodittatorecentroamericano.

lorenzin fertility day
Nanailgattopsicopatico è parente della Lorenzin. Questa è la prova.

Ora, di solito con la nascita dell’erede – depressione post partum permettendo- le favole trovano la giusta conclusione nell’ormai arcinota formula del “e vissero tutti felici e contenti“ . Nel caso della Sottoscritta, naturalmente, non fu così. Accadde invece che la Sottoscritta, dopo aver dato alla luce il despota formato mignon, realizzò che tutto sommato se stava di merd (perchè anche la merda, in francese diventa chic) ai Caraibi, ci si poteva anche spostare e, dopo essere tornata da un lungo soggiorno in Italia (per far conoscere l’erede ormai “unenne” a suo padre, ovvero il Patriarca), scoprì anche di avere un superpotere: lo sfinimento. Lo scoprì anche Cosone che, suo malgrado, finì per cedere alle richieste della Sottoscritta e transumanza fu.

trasloco_sconosciuto

Vissero tutti felici e contenti?

Non lo so, ma a questo punto lo spero perché, naturalmente, la Sottoscritta sono io.


Al momento scrivo dall’Italia. In realtà sono solo di passaggio perché, siccome questa non è una favola ma il racconto super condensato degli ultimi quattro anni della mia turbolenta esistenza, prima di prendere possesso definitivo della mia nuova vita, devo sbrigare un paio di sbattimenti burocratici. Si tratta di cosucce da niente: da due mesi, in compagnia del Patriarca, e grazie al prezioso aiuto di Lucrezia Ariciok (mia mamma, che si spupazza il Piccolodittatore) sto girando tutti gli uffici possibili e immaginabili nel tentativo di far ottenere all’erede lo status di cittadino italiano. Un’esperienza stupenda grazie alla quale ho imparato cose importantissime tipo:

  • che se si vogliono avere informazioni precise su ubicazione e competenze di un ufficio comunale l’urp (ovvero l’Ufficio Relazione con il Pubblico) è l’ultimo numero da chiamare. Ve lo sareste immaginato?
  • che nel processo che ha portato all’informatizzazione della PA qualcuno si è dimenticato dell’importanza fondamentale dell’aggiornamento delle info. L’avreste mai detto?
  • che se avete bisogno di informazioni precise, l’unica fonte attendibile sono gli usceri.

Comunque oltre a queste preziosissime perle, tutto questo peregrinare, qualche risultato l’ha portato:  Ilpiccolodittatore è finalmente iscritto all’anagrafe italiana, ma la carta d’identità valida per l’espatrio è, ancora, una chimera. E se per caso vi state chiedendo perché un essere lungo 92 centimetri abbia bisogno di un documento europeo valido per l’espatrio la risposta è semplice: il Circo di agambelevate non intende piantare le tende nel Belpaese, ma ha già individuato una nuova isola da colonizzare.

Naturalmente è tutto molto più complicato di come pensavamo: se dovessi descrivere con uno status di faccialibro la mia famiglia, dovrei inventarmi l’emoticon della diaspora:

  • Cosone, che da oggi potrei ribattezzare Ilcolonizzatore (ma non lo farò, Cosone gli si addice molto di più) è già in suol straniero.
  • Cane e gatto sono ospiti di mia suocera (che per la rassegnata dedizione con la quale accudisce le bestiacce è subito diventata Santa Francesca da Lambrate) a Milano
  • io e il Piccolodittatore, invece, dopo un mesetto trascorso nella NewIsland, siamo in Bracciastrappateallagricolturaland, in attesa del foglio di via.

Ma nonostante tutte queste difficoltà, sono felice.

Felice di poter pensare ai Caraibi come un luogo stupendo di villeggiatura ma non come a casa.

Felice di aver incontrato l’Isolachenoncè, di averla odiata, rifiutata, perdonata.

Felice di come mi ha cambiata, perché mi ha tolto tutto ma mi ha restituito il senso dell’essenziale, che è forse il dono più prezioso che l’esperienza potesse regalarmi.

Felice di avere ritrovato la mia famiglia. Di avere al mio fianco il Patriarca e di aver riscoperto Lucrezia Articiok.

Felice della mia nuova famiglia: di Cosone, al quale l’aria europea -checchè ne dica- fa molto bene, del Piccolodittatore che incredibilmente è venuto fuori una cosina bellina bellina nonostante il mix genetico non proprio raccomandabile.

Felice degli amici che in questi quattro anni ci sono stati (e che per quanto mi riguarda, ora, sono parte della mia famiglia) e di quelli che sono riemersi dopo un lungo oblio. Perché in fin dei conti se te ne vai è normale che qualcuno ti dimentichi, ma è bello che poi, ritrovandosi, mesi di silenzio si frantumino in una risata.

Felice che il disagio mi segua, perché alla fine mi ci sono affezionata e comunque è sempre meglio il disagio della sfiga.

Ora vi saluto. Domani mattina incontro Pilar, l’amicasorella, e la sua nipotina e vorrei evitare di arrivare con delle occhiaie modello Zio Fester.

Hasta pronto chicos!

Ps. Il lieto fine è come al solito qualcosa a cui non dovete abituarvi, ma:

  1. è estate
  2. l’Isolachenoncè è ormai un lontano ricordo (yeyeyeyeyeyeye)
  3. viste tutte le magagne che sono successe già ne LaNewIsland ho già materiali per almeno un paio di post – che per una che non riesce mai a rispettare un piano editoriale è tanta roba-.

In da luggage loop (con mi amiga perra)

Io non so come facciamo i blogger seri. Quelli che hanno sempre qualcosa da raccontare e che soprattutto hanno sempre il tempo per farlo. Io in questo sono un disastro. Lo sono in condizioni normali, figuriamoci ora che sto preparando la transumanza. E comunque, visto che di tempo ce n’è poco, la smetto subito di biasimarmi e passo agli aggiornamenti sulle mie disAvventure agambelevate.

Partiamo da una grande verità (di cui per dire il vero io non mi sono ancora resa per davvero conto): mancano meno di due settimane alla data della nostra partenza.

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Cosone è tornato sull’Isolachenoncè e i preparativi sono febbrili. La casa si sta lentamente svuotando e, come sempre accade quando l’obiettivo non è spostare cose ma venderle, c’è una gran confusione ovunque. Il tavolo della cucina è invaso dagli oggetti più disparati:

  • una carrucola per il sollevamento di una tonnellata e mezzo
  • una sega circolare
  • svariati martelli
  • diversi set di punte da trapano
  • una levigatrice
  • prolunghe elettriche
  • sacchettini pieni di chiodi
  • piedi di porco (2)
  • livelle (2)

e molto altro di cui ignoro il nome e probabilmente anche l’uso. Ma ovviamente la modalità gran bazar non è circoscritta alla sola tavola. Diciamo che lì si concentra il comparto fai da te/carpenteria. A terra, accanto alla porta di ingresso invece c’è il distretto musicale con due amplificatori, un sacchetto pieno di cavi audio, un cajon, e un mazzo di corde per chitarra di diverse dimensioni. Accanto, il diving corner ospita le pinne, il regolatore e la muta di Cosone, mentre sul divano troneggia una pila vertiginosa di asciugamani lavati -in vendita pure quelli- . C’è perfino un angolo “eredità” con i vestiti e altri piccoli oggetti che invece regaleremo.

Per mettere in vendita tutte queste cianfrusaglie sul L’Isolachenoncè Buy and Sell (la pagina Facebook dove chiunque sull’Isolachenoncè abbia bisogno di qualcosa scrive) abbiamo dovuto ovviamente imbellettarle, catalogarle e fotografarle. Un lavoraccio del quale devo dare pressochè tutto il merito a Cosone che, eroicamente, ha portato a termine lo shooting con il solo ausilio della fotocamera del suo disgraziatissimo cellulare e di una pila (tenuta in bocca).

Parallelamente a questa estemporanea esperienza da commercianti/stylist/fotografi siamo impegnati anche in un altro compito a ciclo semi-perpetuo ovvero il luggage loop. Il luggage loop è un’attività particolarmente snervante che consiste nel caricare compulsivamente lavatrici ad oltranza, stendere i panni, piegarli, riempire le valigie, accorgersi che sono troppo piene, tirare fuori tutto, riselezionare le cose da portare, riprovare a riempire le valigie, riconstatare che sono troppo piene, risvuotarle e via così finchè non si riescono a chiudere le cerniere. Attualmente sono al 3 ciclo completo ma penso che mi ci vorranno almeno altre due ronde prima di poter raggiungere risultati apprezzabili (Mary Poppins beata te mannaggia!)

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E se tutto questo non è sufficiente per configurare una situazione di disagio ai massimi, si aggiunga il fatto che siamo nel pieno della semana santa che, a dispetto del nome, qui non ha assolutamente niente a che vedere con la spiritualità e il digiuno. L’Isolachenoncè si è così riempita di turisti (per la maggioranza latinoamericani) ubriachi, che ascoltano musica altissima, bevono birra a mollo nell’acqua hasta la cintura e mangiano pollo fritto. Descritta così sembra una situazione da incubo ma secondo me è soprattutto un’esperienza antropologicamente interessante, e a tratti anche divertente -e comunque non è molto diverso da certe isole greche ad Agosto-. Nel nostro caso è stata anche utile (ogni tanto una gioia) perché la fortuna ha voluto che ci siano capitati come temporanei vicini di casa un gruppo di ragazzi (metà messicani e metà honureni) che si sono innamorati del Piccolodittatore. E poiché l’amore è corrisposto anche dal minuscolo despota, io e Cosone lo lasciamo con piacere socializzare con i nuovi amici -formalmente- perché così si abitua allo spagnolo, ma la verità è che anche se parlassero asdrubalo andrebbe bene comunque: a una baby sitter gratis non si dice mai di no (anche se ripensandoci, meno male che parlano spagnolo così siamo potuti intervenire prima che una di loro riuscisse a insegnare al Piccolodittatore il ritornello di una delicatissima canzone dal titolo que perra, que perra, que perra mi amiga. Devo però confessare che quasi mi è spiaciuto intromettermi perché la “maestra” era così solerte nella docenza di questa pietra miliare del reggaeton da dotarsi di un’amica per dare al Piccolodittatore una concreta rappresentazione del concetto amiga perra. BRA-VAH).

perra mi miga

Potrei dirvi un sacco di altre cose, tipo raccontarvi quanto il mio precarissimo equilibrio mentale sia provato dai cambiamenti in arrivo, delle paure che a volte mi paralizzano, dei nervosismi, delle passeggiate al mare finalmente in tre, del fatto che per il quarto anno consecutivo ho mancato la tradizionale pizza alla diavola del venerdì santo (un po’ per scaramanzia visto che in questo momento ho bisogno di tutto eccetto che dell’ira divina, un po’ perchè qui la pizza è una chimera). Ma devo andare a ritirare la biancheria stesa in giardino. Sì, il  luggage loop non si ferma nemmeno per Pasqua.

Ah, a proposito, auguri!

La regola dell’Isola (dei Famosi) e la metamorfosi del trolley: si riparte.

Del fatto che Cosone sia momentaneamente assente ve l’ho detto e ridetto; per circa due mesi ho continuato a rimandare il momento delle spiegazioni ma mi sa che ora è davvero giunto il tempo di spifferare tutto. Perché come disse l’ottima Simona Ventura nella gloriosa puntata del 7 ottobre 2008 dell’Isola dei Famosi:

Dada tracta est.

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E se pensate che questa citazione sia solo perché sono una nostalgica dei tempi in cui SuperSimo dettava gli standard del trash (cosa che per altro non ho nessuna difficoltà a ammettere), vi sbagliate. E’ che l’Isola dei Famosi, nella mia vita, ha giocato un ruolo cruciale (e poi un dice disagio).

Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio anzi, più precisamente, partiamo dagli albori: io Cosone l’ho conosciuto per colpa del mio amico Bike.

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Il mio amico Bike è una vergine da manuale con degli sprazzi di follia che, se devo dare credito all’oroscopo, non possono che dipendere da un ascendente estroso. Già colpevole di avermi presentato l’Uomo Stronzo di cui vi parlavo al mio compleanno, un giorno Bike decide che è giunto il momento di calare l’asso di danari e a un concerto a cui dovevamo andare insieme, si presenta con Cosone.

Le cose vanno subito per il meglio: Cosone mi invita ad uscire e al primo appuntamento io ci arrivo con svariate costole rotte, un occhio tumefatto e tre punti di sutura subito sotto al sopracciglio (nel frattempo avevo fatto un incidente in macchina). Ovviamente imbottita di oki e di non so cos’altro perché con le cassa toracica a pezzi mi faceva male respirare – figuriamoci camminare sui tacchi. Già perché all’epoca le ballerine al primo appuntamento non era un’opzione contemplabile-.

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Dal mio diario: io al primo appuntamento con Cosone

Al secondo appuntamento è Cosone a introdurre l’elemento sorpresa presentandosi con un nuovo taglio di capelli: la cresta. E magari a qualcuno tutto questo avrebbe suggerito qualcosa, ma a me no. Dopo tutto, sono – e sono sempre stata- bionda. Comunque, nonostante le ossa rotte e le cadute di stile tricologiche la storia procede a gonfie vele finché Rai2 non inizia a mettere su la squadra da mandare in Honduras (per non mi ricordo quale edizione dell’Isola dei Famosi) e a Cosone, che all’epoca lavorava con le produzioni tv, viene proposto di partire. Naturalmente da neofidanzata politically correct reagisco all’annuncio nell’unico modo possibile: mentendo spudoratamente e così, mentre dalla mia bocca uscivano frasi tipo “che fantastica opportunità professionale”, “non devi lasciartela scappare”, “devi assolutamente partire” –  dentro la mia testa partivano le famose madonne venete che poi, vedi com’ero moderna, senza saperlo avevo anticipato Pope Francis e il suo fantastico tentativo di elevare la bestemmia a incoraggiamento per l’Altissimo a fare meglio – .

Come ci insegnano sin dalla più tenera età, comunque, le bugie non si dicono perché non sai mai come va a finire. Io, per esempio, ero finita in una convivenza di tre anni in cui, con la scusa che luièokilsuolavoroèunamerdamaluièok, non c’era stato un solo compleanno insieme e, a parte le vacanze estive, qualsiasi altra ricorrenza o ponte l’avevo passato in compagnia d’altri. Manco fossi stata l’amante (che almeno, di solito, viene ricoperta di regali compensativi, futili e costosi). Va da sé che qualcosa dovesse succedere: non è possibile che una scelga il ruolo di borsetta di sua spontanea volontà. E non saprei dire se le cose sarebbero andate comunque così se nel giro di nove mesi non avessi dovuto lasciare la mia casa, mia nonna non fosse morta e non mi fossi resa conto che se io e Cosone avessimo voluto avere un figlio il mio intero stipendio se ne sarebbe andato per pagare qualcuno per fare quello che avrei voluto fare io, ossia vederlo crescere. Ma è andata che tutte queste cose sono successe e che, improvvisamente, lo scellerato piano di Cosone di trasferirsi in Honduras, dall’essere motivo di feroci liti è diventato prima un’alternativa, e poi una scelta. E da borsetta divenni un trolley.

Sono passati quasi quattro anni da allora e molte cose sono cambiate, ma alcune certezze restano, una tra tutte, quella che con l’Isola dei Famosi di mezzo non c’è da scherzare. E qui veniamo al perché Cosone  non sia sull’Isolachenoncè– e ancor più -, al perché il fatto che lui non sia qui testimoni che comunque il disagio alle persone si affezioni. Secondo voi come mai sono da sola? Esatto! Cosone sta di  nuovo lavorando con la tv italiana (ha quasi finito per essere più precisi) ma io, in barba al disagio, resto un trolley, anzi, mai come ora lo sono.

Tutto questo per dire che dopo anni di assoluta stanzialità sull’Isolachenoncè, a breve ci rimetteremo in marcia: a fine Aprile la nostra avventura tra i pirati e i debosciati dei Caraibi si concluderà. I preparativi sono ormai già in avanzato stato, i biglietti sono presi, i documenti -in teoria- in regola. Insomma, caro Giulio (Cesare) scusami se ancora una volta non cito te ma la SuperSimo, ma tocca ripeterlo: dada tracta est. Siamo di nuovo a gambe levate.

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In questi due mesi e mezzo senza Cosone io mi sono occupata (e magari avessi finito!) di vendere tutto il vendibile e regalare tutto il regalabile. Ho anche iniziato la processione casa-cassonetto con i quintali di cose inutili che inevitabilmente si accumulano vivendo. Insomma sono abbastanza a buon punto – ma anche no visto che per quando torna Cosone volevo avere tutto pronto e non credo di farcela-.

Naturalmente i livelli di frenesia sono ai massimi, le nevrosi a briglia sciolta, la raccolta di aneddoti trash al completo, ma non vi racconterò tutto oggi.

Per il momento dirò solo che torneremo in Italia giusto il tempo di stare un po’ con amici e famiglia, ma che poi ci rimetteremo in viaggio per una nuova isola. Che partiremo tutti, quadrupedi inclusi.

Preparatevi anche al fatto che le mie partenze sono sempre fantozziane, e abbiate pietà di me se nei prossimi mesi sarò un po’ anarchica negli aggiornamenti ma si fa quel che si può.

Hasta pronto!