On the road again: volver o revolver? – Ovvero appunti su traslochi complicati e scarse attitudini al viaggio

il

Premessa:

Cari sparuti ma affezionatissimi (lasciatemi sognare) lettori di questo sgangherato blog, dopo un secolo di silenzio avrei tanto voluto un ritorno col botto ma, strano a dirsi, nel mentre  sono stata sopraffatta dal disagio. Prova ne e’ che il post che segue e’ stato scritto nel lontano settembre 2017 (quando i drammi burocarici del Piccolodittatore erano passato prossimo) ma a causa di congiunture astrali non troppo favorevoli non sono mai riuscita a pubblicare. E siccome le cose, da allora a oggi, invece che migliorare si sono complicate (anche perche’ come e’ noto le mie tragedie personali sono SEMPRE in concomitanza con l’Isola dei Famosi, e l’edizione 2018 e’ appena finita), non ho nemmeno prodotto nulla di piu’ recente. Detto questo, come sempre, buona lettura e che il disagio sia con voi!

Fine premessa

Inizio a pensare che scrivere un post abbia lo stesso effetto di accendersi una sigaretta alla fermata dell’autobus. Con la sigaretta alla fermata, se ti va male finisce che  vieni colto da un attacco di diarrea fulminante, se ti va bene l’autobus arriva e tu sali -ma devi buttare una sigaretta appena accesa-. E comunque il punto non è essere fortunati o sfortunati. Il punto è che se ti accendi una sigaretta a una fermata sai per certo che succederà qualcosa. Scientifico. Garantito al 100%. Comprovato.

sigaretta.png

Ecco a me pare di poter dire che lo stesso accada con i post perché magicamente, dopo la pubblicazione dell’ultimo aggiornamento, tutti i documenti del Piccolodittatore sono comparsi praticamente in simultanea. Non solo la registrazione all’anagrafe è diventata effettiva ma, ad oggi, sono addirittura in possesso di una carta d’identità, di un codice fiscale e di un foglio che testimonia come il piccolo despota sia immunizzato praticamente contro tutto.

Quindi, ora che la burocrazia italiana ha rettificato che i 92 centimetri che mi chiamano mamma, anche se non sono made in Italy, sono comunque un prodotto italiano al 100%, è davvero venuto il tempo della Thenewisland.

”Tutto è bene quel che finisce bene” direi se mi chiamassi Polyanna o se fossi affetta dalla sindrome del bicchiere mezzo pieno. E magari l’aggiornamento di questa settimana si potrebbe tranquillamente concludere qui con l’eroina, ovvero LaSottoscritta, che sventola trionfale la bandiera della vittoria sopra al feretro del Nemico Burocrazia, ormai esanime ai suoi piedi.

kill byrocracy

Potrei, ma siccome il disagio mi segue sempre e comunque – per quanto io cambi strada e nonostante io abbia fatto dell’agambelevatismo la mia filosofia di vita – di cose da raccontare, anche questa volta, ne ho davvero parecchie.

Devo dire che questa abbondanza aneddotica un po’ mi ha sorpresa. Perché questa volta, lo confesso, il marasma nel quale mio malgrado mi sono trovata a sguazzare, proprio non me l’aspettavo: ora so che non è così, ma ero piuttosto convinta che una volta  lasciata l’Isolachenoncè sarebbe stata tutta una discesa. In fin dei conti gli imprevisti accadono agli sprovveduti – pensavo – e negli ultimi quattro anni il mio curriculum di traslocatrice si è arricchito notevolmente*.

* tanto che sono piuttosto convinta che se esistesse una cattedra in materia di trasferimenti improbabili avrei ottime chances di ottenere una laura honoris causa ma, purtroppo, come quasi tutte le skills delle quali posso fregiarmi, anche la mia indiscutibile experise in impacchettamento vitae è di scarso interesse accademico.

D’altra parte, e qui non è il pessimismo cosmico ereditato dal Patriarca (che in confronto il caro Giacomo Leopardi è stato un gaudente edonista) a parlare, devo pur sempre fare i conti con quel quid – che qualcuno potrebbe attribuire al karma, altri alla posizione avversa degli astri-  che mi impedisce di avere degli spostamenti sereni; e purtroppo non ci non posso fare molto. E se pensate che esageri, prima di svelarvi le condizioni fantozziane che hanno caratterizzato il mio secondo sbarco in Thenewisland, ripercorrerò alcune tappe fondamentali della mia carriera di ragazza con la valigia*

*lo so che 35 anni suonati non sono esattamente compatibili con il termine ragazza, ma siccome questo è l’ultimo dei miei problemi, farò finta di non esserne consapevole, fatelo anche voi, siate buoni.

Chapter 1. On the road

Partiamo dagli albori. La prima volta in viaggio da sola è stata a 18 anni con il Tanghero – ovvero il mio primo moroso a lunga durata– che qui ci interesserà solo sapere essere stato altissimo, magrissimo e disturbatissimo. Ovviamente la vacanza è stata un disastro annunciato: siccome lui era disturbato e io scema – oltre che disturbata-, siamo partiti senza alcuna pianificazione con destinazione finale Croazia. Arrivati a Trieste abbiamo preso il primo autobus per il mare certi che, a fine agosto, avremmo trovato da dormire ovunque – e probabilmente ovunque era così – ma a Parenzo no. Appena giunti al capolinea ci si chiarì subito quanto le nostre previsioni avessero peccato di immotivato ottimismo. Comunque, dopo una discreta sequela di tragici accadimenti – molti dei quali sono stati provvidenzialmente rimossi dalla mia memoria- io e il Tanghero ripiegammo sulla stanza della Signora Pelozo: una cara vecchina che, nomen omen, pelosa era davvero. Erano pelose le sopraciglia, folte e irsute, erano pelose le labbra ed era peloso pure il neo al centro della guancia sinistra. Ma a parte la questione tricologica la situazione poteva anche non essere così drammatica se non fosse che, dopo meno di 24 ore insieme, il Tanghero si era già palesato nella sua natura psicotica. Sì, perché dopo il primo pasto consumato insieme, il mio bello aveva sentito l’esigenza di piantarsi davanti allo specchio e iniziare a deformarsi la faccia con le mani per poi scoppiare in lacrime – il perché tuttora resta un mistero – .

Di quel viaggio, però, è stata la partenza per il ritorno la vera tragedia: d’improvviso, una mattina a caso, il Tanghero si sveglia, realizza che i termini per l’iscrizione all’università erano in scadenza e decide che entro sera doveva essere a casa. Io, che a quell’età il vaffanculo ce l’avevo prontissimo per i miei ma non per il mio ossuto compagno di viaggio, invece che fermarmi una notte in più – visto che il giorno a caso era domenica e non c’erano autobus in partenza – , ho caricato lo zaino in spalla e mi sono messa a fare autostop con lui.

Tra le cose più normali che ci sono successe c’è stato viaggiare nel bagagliaio aperto della macchina di un pastore insieme a una capra -viva- mentre il suddetto pastore che era pastore di capre, ma anche di anime, cercava di convertirci. Naturalmente a gesti perché il buonuomo non dominava esattamente l’italiano.

Dopo questo disastroso imprinting anche la più impavida delle avventuriere si sarebbe piegata alla volontà del fato – e si sarebbe tramutata in un’immobile pianta grassa- ma la Sottoscritta, che aveva thedisagiopower, invece di arrendersi continuò a viaggiare collezionando una serie infinita di tragedie l’ultima delle quali mi è successa l’anno scorso al ritorno per l’Isolachenoncè.

SUPER DISAGIO.jpg

Chapter 2 Volver. O Revolver?

Per prima cosa bisogna contestualizzare questa partenza e ammettere che quel giorno il mio umore era nero pece. Con tre anni d’esilio dalla civiltà anche lo smog un po’ mi piaceva e l’idea di separarmi dal gorgonzola mi mangiava l’anima. Andare all’aeroporto per tornare sull’Isolachenoncè dopo due mesi di Italia era un po’ come partecipare al mio funerale con l’unica differenza che, invece che essere comodamente adagiata in una bara, stavo andando con le mie gambe verso un destino ingrato.

. Per di più appesantita da:

  • una tristezza cosmica
  • una valigia strabordante – di oltre 30 chili-
  • un bagaglio a mano che mi hanno fatto passare come tale solo perché lo sguardo assassino che sfoderavo (senza volerlo), avrebbe inquietato Belfagor in persona, figuriamoci le hostess di terra

e con il Piccolodittatore accomodato su un passeggino che definire da indigenti è un’eufemismo.

Per quanto mi riguarda, già quanto detto – e la prospettiva di un viaggio intercontinentale con un bimbo di un anno-  sarebbe sufficiente a delineare un quadro di disagio da manuale ma, naturalmente, queste erano solo le premesse. A questo si aggiunse che un volo diretto (con scalo a l’Havana) di 15 ore diventasse, così, d’incanto, un tour degli aeroporti dell’America Centrale della durata complessiva di 5 giorni. In una spirale di sfiga senza precedenti infatti accadde:

  1. Che il volo Meridiana che dovevo prendere con scalo a l’Havana fosse spostato di 8
  2. Che il tour operator che mi aveva venduto il viaggio per l’Isolachenoncè mi spostasse su un volo NEOS che partiva proprio per l’Havana alla stessa ora del volo Meridiana -e se pensate che questa sia stata una botta di fortuna, beh non sapete quanto vi sbagliate-
  3. Che il suddetto tour operator – o Meridiana, questo non si è mai capito – si dimenticasse di comunicare all’aeroporto de l’Havana che io e il Piccolodittatore eravamo passeggeri in transito e, poiché a Cuba anche per prendere una coincidenza devi essere scortato da un responsabile autorizzato, io e il piccolo despota ci trovassimo, dopo solo 11 ore di volo, bloccati a l’Havana.
  4. Che alla richiesta di 140 dollari da parte dell’immigrazione cubana – visto che di voli non ce n’erano più- la Sottoscritta sbarellasse e questa fu una cosa buona e giusta perché così ottenne non solo di non pagare il visto temporaneo ma anche un hotel top aggratis
  5. Che si scoprisse che la Sottoscritta e IlPiccolodittatore non erano i soli a essere bloccati all’Havana. C’era anche Dolores, un’amabile vecchina de l’Isolachenoncèland che però voleva a tutti i costi essere messa in camera con la Sottoscritta e il Piccolodittotore e convincerla che tutto sommato avere stanze individuali -e sicuramente attigue- era cosa buona e giusta fu cosa difficile e lunga
  6. Che nei tre giorni a Cuba si rompesse il passeggino, si bloccasse il bancomat e non si potesse uscire dall’albergo perché sulla carta potevamo essere imbarcate in ogni momento -ah internet era un casino immaginate cosa voglia dire dialogare con la banca-
  7. Che dopo l’ennesimo sbarellamento della Sottoscritta venissimo tutti (Dolores inclusa) imbarcati in un volo per San Salvador in coincidenza – dopo 4 ore- per San Pedro Sula. A San Pedro Sula, sempre sull’onda delle grida della Sottoscritta, il tour operator aveva stragiurato che ci sarebbe stata una macchina che ci avrebbe portato fino all’hotel – per chi non lo sapesse San Pedro è una delle prime tre città più pericolose al mondo-.
  8. Che nonostante le grida di cui sopra, all’aeroporto non ci fosse nessuno (dopo le 21 nemmeno i taxi restano all’aeroporto perché è troppo rischioso). A questo punto la Disperazione – o se vi piace di più, la Provvidenza– trasformò Dolores da discutibile compagna di viaggio a BFF nel tempo record di 5 secondi: quelli necessari per pronunciare la frase: venite in macchina con me?
  9. Che l’hotel prenotato dal tour operator a San Pedro Sula fosse fatiscente, con il bagno pieno di formiche, il condizionatore rotto e bloccato a 18 gradi e senza acqua potabile – né possibilità di comprarne -.
  10. Che si sfiorasse il divorzio perché Cosone, in vena di simpatia, e del tutto incapace di empatizzare con la Sottoscritta, decise che la mattina del quinto e ultimo giorno, alle 6, mentre la Sottoscritta più carica di un mulo prendeva la navetta per l’ennesimo volo, fosse il momento ideale per fare uno scherzone e, invece che rassicurarmi sul fatto che avrei trovato il mio ultimo aereo ad aspettarmi, mi telefonò per dirmi che avrei dovuto prendere da sola due traghetti perchè lui non si era svegliato in tempo.

Avreste mai potuto immaginare che da un volo diretto si potesse arrivare a questo? Io no, e d’altra parte se riuscissi a immaginare una storia così assurda farei la sceneggiatrice e sarei strapagata. Ma ancora una volta non è questo il punto. Il punto è che ci sono delle ragioni di un certo spessore per cui non affronto più con grande leggerezza il tema viaggio con mamma. Ora le conoscete anche voi.

Questa volta, anche se è vero che la questione distanza è diventata praticamente irrilevante visto che Thenewisland non è poi così lontana, il tema compagnia di viaggio è stata un attimo complicata dalla necessità di liberare mia suocera dalle bestie. Se infatti con la questione burocrazia venivano a meno le mie ragioni di permanenza in suolo italico, la sentenza della psycoveterinaria – di cui vi parlerò ampiamente in un post dedicato a Muccailcanescemo– : può volar!! Sanciva la fine del soggiorno forzato della parte quadrupede del circo di agambelevate in suolo italico. Con grandissimo sollievo di Suocera, ormai stremata, e profondo rammarico della Sottoscritta – che non è decisamente una fanatica dei cani- ho dovuto trovare un volo che consentisse anche il trasporto delle bestiacce.

Com’è andata?

Alla fine meglio del previsto, se si esclude un momento di panico massimo quando, all’aeroporto, io e Suocera ci siamo rese conto che avevamo portato via la gabbia – taglia jumbo-  del cane ma non le chiusure. Ma grazie a santo google e altrettanto santo brico, Suocera è riuscita a compiere il miracolo: e di domenica mattina, dopo avermi accompagnata alla fila per il check in, è infatti schizzata alla velocità della luce a comperare un pacco di fascette da elettricista, è tornata in aeroporto e così abbiamo risolto la questione in meno di due minuti -manco fossimo state Mec Giver o Chuck Norris-.

Devo dire che anche l’interpretazione del ma cosa dice signorina, certo che queste sono le chiusure originali ha suscitato un certo entusiasmo di critica, ma per il resto, su questo rientro a quattro zampe, non c’è molto altro da raccontare.

E allora senza dilungarmi troppo, vi saluto.

PS non potendo contare sulla puntualità degli aggiornamenti ma volendo comunque fare finta di capirci qualcosa di blogging, l’unica cosa che mi resta da fare è puntare tutto sulle call-to-action, ossia sul chiedervi, per piacere, di condividermi come se non ci fosse un domani, di commentare il post e di essere interattivi in qualsiasi modo vi venga in mente. Se non lo farete vi puzzerà l’alito per un giorno. 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. adybobady ha detto:

    Un ritorno più disagiato di così non poteva essere!!! Ci sei mancata!

    Piace a 1 persona

    1. Fra ha detto:

      lovelyady ❤ avevi dubbi sul fatto che cambiando latitudine il disagio non si sarebbe confermato quale miglioramicotopsemprepresente (io in verita' ci speravo ma…)

      Mi piace

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