Della politica, di pirati e di campagne elettorali sull’Isolachenoncè

Sull’Isolachenonce la politica è una cosa strana.

Dovete sapere prima di tutto che l’Isolachenonce e l’arcipelago di cui fa parte sono state di dominio spagnolo, olandese e inglese. Pare inoltre che l’assoluta predominanza culturale inglese dipenda dal fatto che ad un certo punto una parte dei coloni che vivevano alle Cayman si sia trasferita qui. Secondo questa ricostruzione storica quindi gli antenati dell’Isolachenonce altro non sarebbero che i reietti dei coloni inglesi alle Cayman o discendenti di pirati.

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Ora io non so se sia così che sono andati i fatti – perché ho provato a verificare su internet e a parlare con la gente di qui ma di questa cosa non c’è traccia- però, se così fosse, a me si spiegherebbero molte cose. Quello che invece sappiamo con certezza è che in un anonimo mattino inglese del 1859 la cara Queen Victoria si svegliò appesantita e, per alleggerirsi, decise di cedere l’arcipelago dell’Isolachenonce al governo della mainland – di cultura tutt’altro che british- guadagnandosi l’odio sempiterno degli abitati dell’arcipelago dell’Isolachenonce che così, non solo perdevano il passaporto inglese, ma finivano per di più sotto il controllo di uno stato giovane, instabile e disorganizzato, con il quale non condividevano nemmeno la lingua (nella mainland si parlava e si parla tutt’ora spagnolo).

queen vittoria
Queen Vittoria: sempre bella&brava

L’Isolachenonce è dunque dominio della mainland da oltre un secolo ma, un po’ come gli altoatesini con l’Italia, non c’è verso che gli abitanti se ne facciano una ragione. Differentemente da quanto accade a Bolzano, dove in effetti la gente si comporta come se fosse austriaca, i bianchi di qui non hanno nulla di europeo. A dire il vero l’elite delle famiglie storiche dell’Isolachenonce non è nemmeno composta da soli bianchi. C’è infatti una minoritaria componente afro – discendente da famiglie di schiavi emancipati – ma non pensiate che per questo l’isola sia tutta egalitè e fraternitè. Semplicemente, qui, il criterio di discriminazione non è tanto il colore della pelle (per quanto sia tristemente vero che bianco è meglio) quanto la conoscenza della lingua inglese nella versione locale – che se fosse inglese caraibico sarebbe già tutto più semplice ma non si sa perché qui parlano una cosa che suona tipo creolo ma meno comprensibile-. Praticamente se disimpari qualsiasi regola di fonetica british, smetti di coniugare anche quelle due persone in croce che prevedono i verbi inglesi e regoli il volume delle tue conversazioni a “più infinito” puoi sperare di essere accettato. Se poi fai parte di qualche culto strano di derivazione cattolica tipo chiesa metodista o sabatista, beh sei a cavallo.

Ovviamente gli isolani si sentono incredibilmente superiori agli abitanti della mainland che chiamano dispregiativamente spaniard, e per questa ragione da circa 500 anni portano avanti una società praticamente endogama (anche se le cose stanno lentamente cambiando) il che spiega il numero assolutamente considerevole di freak che è possibile incontrare in questa piccola comunità.

Sarà l’endogamia, sarà il sole che picchia troppo forte, ma l’altra stranezza che unisce la white people of da island (che poi non sono nemmeno tutti bianchi, come vi dicevo) è la convinzione di essere americani. E non americani qualunque, no. Redneck sostenitori di Trump e di tutte le sue teorie razziste del cazzo. La cosa divertente è che qui non siamo in Texas, siamo in uno dei paesi più poveri e arretrati del Centro America, che molte delle persone che sotto elezioni americane girava con la spilla di Trombetta ha un passato da immigrato negli States e che la gran parte di essi, in America, non sarebbe considerata bianca. Vi ricordate della cara Ms Loretta Brown, quella della casa da incubo? Per esempio lei, afro, sposata con Mr Brown, afro pure lui -e lui tuttora pendolare tra l’Isolachenonce e gli USA- e con una figlia, ovviamente afro, attualmente in un’università americana, secondo voi chi ha sostenuto? A chi erano indirizzate e preghiere e i salmi (qui è una pratica piuttosto diffusa) dei suoi status Facebook? A Bernie Sanders? Ma vabbè di buoi che danno del cornuto all’asino mi pare sia pieno il mondo. Semplicemente l’Isolachenonce non fa eccezione.

trump donald
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Comunque se sulla politica estera (che poi qui si seguono solo le elezioni USA, che non crediate!) gli isolani hanno delle idee spaventose ma chiare, quando la campagna elettorale si gioca sul territorio nazionale le cose si fanno divertenti davvero. Perché mentre in Europa e in America vince chi la spara più grossa, qui succedono cose mai viste.

Partiamo da un presupposto: nella mentalità locale non esiste il futuro (ma il punk non c’entra); tendenzialmente qui si lavora per guadagnare la giornata (non sempre è una scelta, ma lo è in molti casi), non per accumulare (che sarebbe comunque difficile vista l’entità di uno stipendio medio), e se si trova il modo per arrangiarsi senza fare nulla è anche meglio. L’unica cosa importante è arrivare a sera, sempre che el Primero lo permita, e cosa succederà domani non è affare di cui preoccuparsi anzitempo.

Capite bene che con quest’andazzo un povero politico non è che possa puntare solo su comizi e promesse da marinaio. E così in pieno stile berluska qui si è imposta la politica del fare (feste). E che feste!

berlusca

Quando un candidato organizza un evento tutta la comunità è invitata: giovani, vecchi, bambini, preti dei più diversi culti (si qui ci sono 10 abitanti in croce ma centoventordici chiese), crackomani all’ultimo stadio (che però sono integratissimi), ubriaconi, bianchi, neri, ispanici, grassi, magri simpatici e antipatici. A ognuno viene consegnata una t-shirt del colore dello schieramento promotore e altri gadget rigorosamente brandizzati da indossare alla festa. Chi non veste la maglietta del candidato è comunque in perfetta pendant con le tinte del partito. E tendenzialmente tutti cercano di essere il più elegante possibile.

Girare per strada in una di queste giornate è quanto mai surreale non solo per via de monocromo che imperversa ma anche per la viabilità (nonostante ci siano sostanzialmente solo due strade in tutta l’isola) che impazzisce. Per assicurare a tutti la partecipazione, talvolta viene spiegata una flotta di trasporti privata -e brandizzatissima- composta da golfcart, tuc tuc e due pickup – di solito usati per la munnezza o per i traslochi- che, a più riprese, trasferisce tutta la cittadinanza nella casa del candidato di turno.

Quando la festa inizia (di solito per pranzo) le strade sono forse ancora più surreali che in fase pre-evento perché, a parte i turisti, non si vede anima viva e questa tranquillità così irreale si trascina per ore, o perlomeno finché non si sono esauriti alcol e cibo al comizio. A quel punto l’incanto si spezza e inizia la trasumanza contraria, solo che la gente ha perso nel frattempo ogni volontà di contegno o pretesa di eleganza e sfila così una colonna lunghissima di vetture cariche di donne col trucco sfatto e i capelli ormai impolverati che ridono rumorosamente, uomini che sghignazzano gesticolando tra loro e bambini sotto evidente bombardamento di zucchero (che se non avete figli non lo potete sapere, ma sui nani lo zucchero ha più o meno l’effetto di un’anfetamina) che, euforici, uniscono le proprie grida ai clacson dei tuc tuc che suonano all’impazzata perché vabenecosì. E naturalmente tutto questo si ripete ogni volta che un candidato (non importa di quale schieramento) organizza qualcosa.

Ora, se dal punto di vista dell’efficacia strategica dubito fortemente della validità di questo approccio democraticamente epicureo alla politica, c’è da dire che per lo meno i cittadini hanno così la certezza che almeno una volta nella vita il futuro eletto avrà fatto qualcosa di buono per loro. Il che, se ci pensate bene, non è assolutamente scontato. Tutto questo per dirvi che sull’Isolachenonce si sta per concludere la campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco: domenica si vota.

Mi pare di aver capito che lo scontro vero sarà tra:

  • S.U. ovvero il sindaco uscente – rampollo di una famiglia isleña dogc, poco dopo l’elezione è diventato suo malgrado oggetto di scandalo per via di alcuni problemi con la giustizia. Alle accuse di abuso d’ufficio, appropriazione indebita ed evasione fiscale risponde citando Shaggy e dichiara wasn’t me. A fine processo risulta che tanto pulito non era perché si ritrova con parecchie proprietà – tra cui un resort – confiscati.

e

  • R.D.P. Il re del pollaio – ricco avvocato non nativo dell’Isolachenoncè, si dice abbia costruito la propria fortuna difendendo trafficanti. Chissà se è vero. Tra le tante cose degne di nota, in nostro IRDP è il più grosso importatore di polli sull’Isolachenoncè, nonché proprietario della più importante arena per la pelea del gallos della città. Che però è diventata illegale da qualche anno.

Ma per quanto riguarda programmi e intenti ne so davvero poco. Quello che so per certo è che non aver partecipato a nessuna festa elettorale è stato un errore; ne sono sicura perché l’altro giorno mi sono imbattuta quasi per sbaglio in uno degli ultimi comizi organizzati da I.S.U. e miei ricettori trash sono andati istantaneamente in cortocircuito.

Sarà stata la finezza di regalare quintalate di porco arrostito con le bibbbite gratis (che mannaggia era domenica e dopo le 5 qui è vietato somministrare alcolici altrimenti sai che spettacolo), o la suggestione della location scelta – uno spiazzo che di solito ospita i bidoni della munnezza -, o l’eloquenza del candidato che, inebriato dai fumi del barbecue, ha concluso il discorso in un tempo record dichiarando :“ tengo hambre”, ma io della politica sull’Isolachenoncè, anche se è una cosa strana, mi sono innamorata.

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