Welcome in paradise. Ovvero di morti apparenti, paradisi tropicali e di desideri ittici (mai realizzati).

Qualche tempo fa mi è capitato di fare da ponte -a proposito di sponsorizzazioni- tra una ragazza che lavorava con me e un’amica che sta organizzando un evento. Si, lo ammetto, sono sull’Isolachenonce ma ogni tanto metto con piacere la testa nell’italico mondo della comunicazione, quello che mi ha fatto scappare agambelevate, ma che in fondo mi manca.

Qualcuno direbbe che la volpe perde il pelo (e per fortuna, nel mio caso, visto il clima) ma non il vizio. Io invece direi si ok ma chissene e veniamo al sodo. Il fatto è che l’ex collega ad un certo punto mi ha chiesto come si vivesse in paradiso. No, non mi ha scritto come stai. Ha digitato proprio queste parole:

Come si vive in Paradiso?

another day in paradise.jpg

E niente, dato che fatti due conti l’equazione Isolachenonce=Paradiso non sta in piedi e visto che la matematica non è un’opinione, per una frazione di secondo ho perfino temuto che dopo lo sbarco del Papa su Twitter, anche l’Altissimo avesse deciso di affidarsi alle nuove tecnologie e mi sono subito sentita Fantozzi alle prese con l’Arcangelo Gabriele mentre gli annuncia l’imminente maternità.

L’immagine del Ragionier Ugo, per altro, ha poi chiarito senza ombra di dubbio che non stavo per essere folgorata sulla via di Damasco, che non c’era nessuna necessità di conversione all’orizzonte, che il mio proverbiale cinismo era in salvo. Perché come si vive in Paradiso non era un modo simpatico dell’Altissimo per comunicarmi che ero trapassata. Si stava parlando dell’Isolachenonce. E mi è venuto da ridere. Ho sorriso perché anche io ho sempre sognato di vivere al caldo. Sono cresciuta in un paesotto vicino al mare e tutte le volte che si poteva, d’estate, mio papà mi caricava in macchina, mi scaricava alla darsena, mi ricaricava sulla nostra barchetta e poi via verso la spiaggia, o verso una secca dove si potevano pescare le vongole. Per me erano giornate speciali, e siccome sono sempre stata vagamente disturbata en la cabeza, ogni anno nell’ultimo tuffo dell’ultimo bagno dell’ultimo giorno d’estate (che per me era il giorno dell’ultima uscita in barca) pregavo intensamente una non meglio precisata divinità perché mi trasformasse in pesce.i-want-to-be-a-fishIl desiderio ittico non è mai stato esaudito, però, proprio quando sembrava che le mie radici avessero finito per affondare profondamente (e felicemente devo ammettere) in suolo meneghino, mi sono ritrovata qui. In mezzo all’Oceano, sull’Isolachenonce.

È vero, vivo in un’isoletta caraibica di quelle da cartolina, ma credetemi, come sia la vita in paradiso proprio non lo so. Capiamoci: è verissimo che se ti arriva una notizia di merda e fuori piove, fa freddo, nessuno dei tuoi amici ha voglia di uscire è peggio che se la notizia di merda ti arriva quando c’è il sole e puoi buttarti in mare (possibilmente senza pietre al collo) e farti una nuotata per sfogarti. Ma poi quando ti asciughi non è che i problemi siano spariti. Ecco perché sorrido.

Quando stalkeravo su Facebook gente a caso solo in quanto gambelevatesi (ovvero italiani residenti all’estero con vista mare) credevo di avere a che fare con dei miti viventi, campioni di coraggio che superata l’avventura della traversata oceanica erano approdati nel proprio personalissimo paradiso per rinascere semidei. Ma poi sono partita e no, di divino non ho nulla. E per la cronaca anche di vino (decente) non è che ce ne sia poi così tanto. Pertanto non si può nemmeno parlare di paradiso (per chi non lo sapesse il vino è imprescindibile nel paradiso dei veneti).

welcome-to-paradise-happy-hour

Per carità non è male per niente aprire la finestra e vedere palme, sole e colibrì invece che palazzi, nebbia e piccioni. Ma mi viene da dire che chi-ha-il-coraggio-di-restare, quando vede le foto di chi-ha-il-coraggio-di-partire pensa che la felicità sia una birreta e un’amaca, mentre chi-ha-il-coraggio-di-partire, quando vede le foto di tutti i chi-ha-il-coraggio-di-restare che si ritrovano insieme, e insieme ridono davanti a un bicchiere di vino, pensa che a volte basterebbe essere più attenti, per scoprire che piccoli sorsi di paradiso (a intermittenza s’intende) possono essere assaggiati anche sotto un cielo grigio (questo, perlomeno, se avete come me amici decisamente Instangram addicted).

Fermo restando che un cielo sempiternamente azzurro, ma che ve lo dico a fa, è tanta roba.

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