Dell’acqua alta, che a Venezia che ne sanno

Quando nei film d’azione americani il protagonista riesce a fuggire e a ricominciare una nuova vita lontano dal passato sceglie quasi sempre i Caraibi o una qualsiasi altra meta esotica che implichi mare cristallino, spiagge bianchissime e immancabili cocktail sorseggiati all’ombra di una palma, naturalmente con vista oceano. Così, nel momento esatto in cui la pellicola termina, quasi tutti gli spettatori iniziano a fantasticare sulla bellezza della vita al caldo, e nei più coraggiosi (o incoscienti, come preferite) si attiva quel processo bestiale che non posso che chiamare agambelevate effect, al compimento del quale the dreamer si trova davvero faccia a faccia con il proprio sogno: i tropici.

tropici

Bene. Ora vi racconto un finale alternativo che, e scusate il gioco di parole, è stato il mio inizio qui sull’Isolachenonce.

Si diceva che i gambelevatori sono molto coraggiosi o molto incoscienti. Io facevo parte della seconda categoria. Anzi, per dire la verità io facevo parte degli scazzati, ovvero di coloro i quali non hanno nessuna ragione per andarsene specificamente in un posto, ma sono talmente a disagio nel proprio presente, che prendono il primo treno che passa. Ecco io ho impacchettato tutta una vita e ho preso un aereo per l’Isolachenonce e l’unica certezza che avevo -oltre all’allergia per i mosquitos- è che sarei finita insieme a Cosone a gestire un bar costruito su un molo. E naturalmente mi aspettavo cocktail, mare cristallino e vista mozzafiato. Niente di più sbagliato. Perché siamo partiti a novembre, in piena stagione delle piogge. Perché il nostro volo, che doveva durare due giorni con qualche sosta, si è trascinato per quasi 15 giorni a causa del maltempo. Perché la pioggia si è trasformata in tempesta e cos¡, da Facebook, abbiamo scoperto che il locale non esisteva praticamente più, divorato dal mare.

acqua-alta-seconda

Perché, come scriveva il buon JAx (scusatemi ma la mia adolescenza è stata a cavallo degli anni ’90), la vita non e`un film, anche se un relativo happy ending c’è stato. Subito dopo aver ricostruito il locale, infatti, abbiamo rischiato il bis a causa di un veliero che, spezzatasi l’ancora, è stato trasportato dal mare in burrasca fino alla costa, minacciando di infrangersi NATURALMENTE sul nostro bar. Per fortuna dopo circa due ore in cui ho toccato picchi (di angoscia) che manco Messner s’è mai sognato di raggiungere, ho scomodato tutti i santi del paradiso e ho sviluppato pulsioni omicide nei confronti di tutti quei pirla che stavano filmando la scena (ancora oggi mi chiedo cosa mi abbia trattenuto dal compiere una strage), la barca si è incagliata ed è colata a picco a 40 centimetri da noi.

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Comunque, anche se di quel benedetto molo ci siamo liberati ormai un anno fa, la pioggia resta un argomento controverso: se nei nove mesi di sole più o meno ininterrotto un bel temporale viene generalmente accolto -da chiunque- con la gratitudine di un miracolato a Lourdes, affrontare con il sorriso diluvi universali che Noè spicciame casa, non è altrettanto facile. Soprattutto se il tuo livello di tolleranza alla clausura coatta fa apparire Pamela Prati a suo agio al GFVIP. Insomma, un paio di giorni di pioggia possono essere anche degli alleati (per depilarsi le gambe, sistemare lo smalto sui piedi o fare una maschera nel tentativo di cancellare le borse sotto gli occhi) but enough is enough come direbbe Gennarina la mia amica sardo-inglese. Attualmente -ma per fortuna la stagione volge al termine- siamo al sesto giorno di pioggia ininterrotta. E se a Milano questo significa problemi con la metro e automobilisti impazziti che alzano muri d’acqua tipo Berlino ai tempi della Cortina di ferro, all’Isolachenoncè, si affonda. Sì, perché le strade di terra battuta (chiaramente sprovviste di canali laterali di scolo) hanno questa caratteristica stupenda: con la pioggia si convertono in fiumi di fango e improvvisamente il tuo concetto di strada scorrevole acquista tutto un altro significato. L’unico modo per poter uscire è armarsi di infradito (che almeno poi metti sotto l’acqua e sono pulite in due secondi), convincersi che chi se ne frega della pedicure appena fatta (approfittando della pioggia), e mettersi in marcia cercando di non cadere per terra e in preda a deliri di onnipotenza perché, ho letto da qualche parte, camminare sull’acqua può avere come effetto collaterale sentirsi un dio.

Tutto questo per dire che, anche se vieni dalla provincia di Venezia e di acqua alta qualcosa ne sai, anche se hai vissuto una decade a Milano e l’autunno piovoso ce l’hai nelle ossa, ecco, ai Caraibi l’acqua è un’altra cosa.

Nel bene, e nel male.

Amen.

3 thoughts on “Dell’acqua alta, che a Venezia che ne sanno

  1. Se ti consola, anche qui quando piove ci si mette d’impegno! E di solito lo fa per qualche mese di fila, proprio in inverno quando di tempo per farti una pedicure ne hai talmente tanto (in mancanza di lavoro) che non ne puoi più. Bello leggere di un’altra Isolachenonce, soprattutto degli aspetti negativi che la gente non racconta.

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