Consigli un tanto al chilo per il 2017 – Ovvero della maestra d’inglese, della sindrome della donna merda e dell’importanza delle frivolezze

Lo dico subito: non voglio parlare di quanto abbia fatto schifo il 2016. A dire il vero la mia teoria in proposito è che il 2016 sia l’annus horribilis solo perché l’abbiamo letto e ascoltato troppe volte: in realtà non facciamo più schifo di un anno fa e probabilmente tra un anno non sarà cambiato nulla o quasi. Lo so, la cosa non è necessariamente tranquillizzante ma per lo meno possiamo avere un’idea di quello che ci aspetta, ed è meglio di niente (scusate tanto per questo timido spiraglio di ottimismo ma sono ancora sotto l’influsso mellifluo del Natale e il mio cinismo ne soffre).

Dicevo che la delazione dell’anno in corso non fa parte dei miei progetti, ma anche l’idea di elencarvi tutti i miei buoni propositi per il prossimo mi crea un certo disturbo. Ma poi voi davvero lo fate l’elenco delle cose e dei cambiamenti che vorreste per il 2017? E serve? Ecco forse prima di parlare dovrei provarci almeno una volta a farlo questo benedetto inventario degli obiettivi, ma mi conosco e sono piuttosto certa che, oltre a farmi sentire profondamente in colpa, non sortirebbe nessun altro effetto. E comunque, anche se volessi al momento la mia vita è così precaria che solo pensare al dopodomani suona come un azzardo. La cosa straordinaria -e questa è una delle poche buone che riconosco all’Isolachenonce– è che questa instabilità, che a vederla oggettivamente è ancora piu’ fragile di quella che mi garantiva l’ormai obsoleto co.co.pro dei miei esordi lavorativi, non mi dà nessun tipo di ansia. E per una nevrotica maniaca del controllo normalmente piegata dalla cervicale, vi assicuro non è poco.

Comunque, assodato che del 2016 non voglio parlare e che il mio unico augurio per il 2017 è di sopravvivergli nel miglior modo possibile, l’unica cosa che vi posso offrire in questo quinto e ultimo post dell’anno è un bilancio dei miei primi tre anni da scappata di casa e una manciata di consigli qualora qualcuno di voi -o un vostro amico- stesse metabolizzando la bizzarra idea di abbandonare gli italici lidi per bianche spiagge caraibiche.

Prima di tutto chiariamo subito una cosa: scegliere di darsela agambelevate non vuol dire solo chiudere con la vita passata. Devi mettere in conto che anche tu cambierai irrimediabilmente. Che in un certo senso anche con te, per come ti conoscevi, stai per chiudere. E magari la cosa ti fa anche piacere, perché ti stavi sul cazzo e poter ricominciare da capo non è un’occasione offerta a tutti. Ma se poi parti in coppia, devi tenere conto non solo del fatto che cambierai -e già devi sperare di non starti sul cazzo nella nuova release- ma che cambierà anche l’altra persona, che per questa ragione potrebbe starti sul cazzo, o che potresti starle sul cazzo tu. Io, per non sbagliare, mi ero preventivamente dotata del pacchetto premium grazie al quale potevo emettere frequenze di ostilità e disagio sempre, senza dovermi preoccupare se i miei pensieri fossero rivolti a me medesima, a Cosone, all’Isolachenonce o all’umanità intera. Ora che sono fuori dal tunnel dell’adattamento comunque, mi sento pronta a condividere alcune riflessioni, nello specifico ecco alcuni consigli:

  1. Se avete questioni irrisolte con la vostra maestra di inglese (delle elementari) trovate una soluzione o saranno dolori.

    renzi-magic-english
    source: renzi megic english

Il mio idillio con l’inglese è finito in terza elementare, quando my english teacher, la maestra Gigliola (che aveva i capelli scuri e gli occhi chiari e questo per me era sufficiente per eleggerla miss maestra di tutto il quinquennio) ha pensato di mettermi in castigo. Chiariamoci. Ho un’anima masochista. Tutti gli insegnanti che ricordo con piacere sono quelli che mi hanno “bastonata”, perchè diciamocelo, la disciplina non è che fosse esattamente il mio forte. Ma quella volta no, quella volta (e chissà poi se avevo ragione!) mi ero sentita umiliata e così da quel giorno l’inglese non l’ho più studiato. Una mossa geniale, vista a posteriori, ma tant’è. Ecco. Se il vostro rapporto con l’inglese è simile al mio, due domande fatevele prima di partire. Perché anche se l’obiettivo è un ciringuito in spiaggia bisogna comunicare. Con i clienti, con chi lavora per voi, con i fornitori. Se vi esprimerete a gesti o in modo poco sicuro, state certi che proveranno a fregarvi. E se questo è un consiglio valido per tutti, il mio speciale messaggio per gli accoppiati è: che il vostro compagno (partner, amico, socio) sia un poliglotta che padroneggia oltre all’inglese, lo spagnolo, il francese, il tedesco anche lo swaili e lo zulù a voi deve fregare meno di niente. Perché non state partendo per una vacanza. Dovrete lavorare, avrete bisogno di amici, vorrete sentirvi liberi di fare cose da soli senza dover pensare ohmiodioequestocomelodico. Insomma, dovete mettervi nella condizione di essere indipendenti. Altrimenti il rischio di scricchiolii (o addirittura di esplosioni) nella coppia passa direttamente dalla categoria può succedere al più certo di me c’è solo che devi morire (e a quel punto vi trovereste pure a morire da soli. In esilio. Come Foscolo. O come Craxi. Pensateci.). Quindi se state progettando una fuga non fatevi prendere dall’ansia, ma studiate. E se qualcuno vi dice che una volta immersi in una lingua la assorbirete automaticamente, ecco depennatelo dalla rubrica perché o è un sadico o parla perché ha la bocca. Almeno delle basi solide, fatevele. Credetemi.

  1. Superate la sindrome della donna merda.
donna merda
Gemma Galgani e il suo amato (e trapassato) felino Piripicchio.

Personalmente non so dire se sono partita per Cosone o con Cosone. Me lo sono chiesta tante volte. Per il primo anno me lo sono chiesta tutte le volte che, dietro al bancone del bar che gestivamo, mi paralizzavo tipo opossum se un avventore non si limitava a ordinare da bere ma pretendeva anche di chiacchierare (che poi ho scoperto essere uno degli sport preferiti degli anglofoni in vacanza. Cioè i personaggi che attaccano pezze infinite a poveri e bartender non sono solo un clichè da film americano. It’s real life. Oh yes baby). Me lo sono chiesta quando io e Cosone abbiamo scricchiolato (si, così forte che quasi ci siamo rotti), le mie amiche erano lontane e, almeno per i primi tempi, l’orgoglio mi impediva di dire che no, non andava tutto bene. Me lo sono chiesta quando avrei voluto mollare, e invece una serie di impegni presi mi hanno frenata. Me lo sono chiesta ventimila volte ma non ho trovato una risposta. C’è da dire che nel primissimo periodo milanese progettavo la fuga alle Canarie. Un amico aveva anche costruito il plastico di argilla del nostro locale. Ma l’aveva  messo a seccare in terrazza e un improvviso temporale l’aveva sciolto. E un po’ come la pioggia, l’inizio di un nuovo lavoro, di una nuova vita, e una fila interminabile di relazioni a dir poco tragiche avevano lavato dal mio orizzonte prospettive diverse da quelle di una vita di ufficio. La verità è che la mia pigrizia mi avrebbe relegato per sempre dentro alla mia comfort zone quindi, mi costa ammetterlo, ma in un certo senso, sono venuta per Cosone e poi ho capito quale potesse essere il senso che per me doveva acquisire questa avventura. Ecco, se posso dare un consiglio, non fate il mio errore. Che partiate soli o accoppiati, per piacere, chiaritevi molto bene in partenza, perché lo state facendo. E se come me cercate nel Caribe la soluzione a tutti i vostri male ACTUNG BITTE, anche nella più piccola Isolachenonce, se non siete sereni, riuscirete a crearvi problemi, per cui fareste meglio a investire in altro. Avete pensato alla psicoterapia? Detto questo, si può sopravvivere anche alla fase #CAZZOHOFATTO, quindi passiamo avanti.

  1. Definite molto onestamente cos’e` superfluo (raccontatevi quali frivolezze vi regalano sorrisi e non mollatele mai).frivolezze

Una parte decisamente importante del mio lavoro in Italia prevedeva la lettura dei giornali per cui sulla teoria del downshifting ne sapevo  a palate. E la trovavo geniale. Quello che non sapevo è quanto il correre da un lato all’altro della città, l’avere sempre l’orologio in mano, il combattere costantemente con una sottile angoscia di fondo (che molto spesso rientrava nella categoria: il giornalista XYZ davvero pubblicherà il mio interessantissimo comunicato stampa?), il lamentarmi perché cazzoservechevadainufficotuttiigiornipotreilavoraredacasa concorressero a darmi forma. Non sapevo che fare shopping mi sarebbe mancato tantissimo. Che non avere una ragione (né una strada asfaltata su cui camminare) per mettermi un paio di tacchi mi sarebbe spiaciuto, che dopo anni spesi nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza tricologica (cioè a cercare di tagliarmi decentemente i capelli da sola) avrei sognato che un parrucchiere si accanisse sulla mia folta chioma per disciplinarla e renderla di seta moRbida (questa è una citazione. Se non avete visto Zohan, tutti i nodi vengono al pettine, ecco, è giunto il momento. Non ve ne pentirete). Non sapevo che tutte le mie passioni non sarebbero bastate a me stessa. Banalmente, non sapevo che la lentezza te la devi conquistare. Non è affatto qualcosa di automatico. Quelli della teoria del downshifting mica te lo spiegano. Non ti preparano al fatto che la vida en la playa non è una passeggiata al mare. Che ti ritrovi improvvisamente a ridefinire tutti i tuoi confini, e che a volte è facile perdersi. Che quando non possiamo comprare nulla, perché non c’è nulla da comprare, ci affacciamo a un abisso che non siamo abituati a gestire: la semplicità.

Insomma, se di partenza siete nevrotici la soluzione agambelevate -almeno inizialmente- non gioverà molto al vostro equilibrio, ma a conti fatti non sono convinta che sarei in grado di tornare alla frenesia milanese. Anche se ogni tanto penso che il posto fisso e il mutuo non fossero per forza una cazzata (Barilla tu e la tua cazzo di famiglia ci avete rovinati) con molta fatica ho imparato che bisogna darselo da soli un senso. E allora non hai tempo per lamentarti perché hai di che occuparti. È un lavoraccio, non ci guadagni un penny ma alla fine impari a capirti meglio. E forse a me serviva proprio questo. O la psicoterapia, è piuttosto lampante.

Comunque, per la cronaca attualmente sto cercando di superare:

  • La proverbiale avversione per tutto ciò che è anglofono (si, il mio problema con la maestra d’inglese is still working)
  • Il terrore atavico alla vista di tarantole, scorpioni e delle onnipresenti cuccarachas .
  • La tendenza a combattere la vita invece che accettarla ed eventualmente cercare di cambiarla. Ma con calma, senza essere arrabbiarsi, che se no si fa solo fatica.

Soprattutto, sto imparando a guadagnarmi la libertà. Che per una che in gabbia ci stava tutto sommato comoda, è una bella sfida.

E con questa chiusura che trasforma in un lampo un post nato per dare consigli in un post di autoaiuto, gridando al miracolo, vi saluto. Che fa pure rima. E le rime a me notoriamente provocano un’orchite fulminante.

Ah, buon 2017!

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